Bazzani e la sua undicesima Maratona Dles Dolomites, nell'anno dell'Equilibrio. Uno spettacolo senza pari. Un viaggio tra scenari da togliere il fiato, tra i più belli che la Natura abbia mai disegnato. 

2 luglio 2018, Bolzano - La Maratona dles Dolomites è sempre un grande spettacolo, un grande evento internazionale che richiama ciclisti da 63 paesi in tutto il mondo, attratti dalla bellezza delle montagne e da un contesto organizzativo che, giunto alla 32^ edizione, rasenta la perfezione. Quest'edizione è dedicata al tema dell’Equilibrio, fortemente voluto dall’organizzatore Michil Costa per sottolineare l’importanza di tornare a una vita a misura d’uomo, nel rispetto della natura che ci circonda, in piena armonie di forze tra corpo, mente e ambiente. E questo “Ecuiliber” è stato il riferimento di questo nostro lungo week-end in terra altoatesina.

Giungiamo in Val Badia nel pomeriggio di venerdì, forse un po’ tardi per godere a piena del clima di festa che si respira ogni volta che si viene da queste parti. L’aria è già elettrica con la zona del ritiro pacchi gara e del villaggio espositivo che brulicano e di appassionati. Io sono alla mia undicesima partecipazione e ogni luogo e ogni dettaglio mi suonano familiari, anche se ogni volta arrivare tra i Monti Pallidi regala un’emozione che si rinnova. Ancora più emozionato è mio fratello Marco, alla sua prima partecipazione a questo evento, che condivide con me questa trasferta. La tensione sale via via che si avvicina il momento della partenza: per un giorno intero avremo le strade e i passi tutti dedicati alle ruote delle bici. Purtroppo, negli altri giorni dell’anno i motori invadono queste strade, rendendo poco sostenibile e poco equilibrata la vita di queste montagne: è una battaglia, quelle delle battaglie da dedicare alle chiusure dei passi, che viene condotta da tempo con la poca condivisione delle istituzioni. La mattina di domenica giunge molto presto.

La sveglia è posta a orari notturni e si ha sempre la sensazione di aver dormito e riposato poco. Non c’è però da indugiare e si affrettano i preparativi per l’ingresso in griglia. Marco esce che ancora buio per assicurarsi i posti migliori, io me la posso prendere più comoda visto che beneficio della prima griglia. Qui ritrovo gli amici di sempre, compagni di tante battaglie, tra cui molti dei favoriti della gara che cercano la giusta concentrazione. Poco più avanti i vip qui presenti in gran numero, soprattutto quelli del mondo dello sport con campioni di biathlon, sci di fondo e sci alpino ma anche di ciclismo con la presenza del neo campione italiano Elia Viviani. Tra gli ospiti anche Alex Zanardi sulla sua handbike, che testimonia con il suo esempio la possibilità per tutti di trarre opportunità da eventi tragici.

La partenza ha l’impatto di un’esplosione fragorosa. Qualcuno dei migliori tenta già la fuga nel tratto di leggera salita che porta da La Villa a Corvara, mentre l’enorme gruppo costituito dagli oltre 9500 ciclisti prende lentamente il via. Sul Campolongo davanti si forma un drappello di una ventina di unità, mentre dietro ognuno procede con il suo passo. Proseguo in compagnia dell’ottima Chiara Turchi e di Chicco Pellegrino, campione mondiale di sci di fondo che pratica ciclismo per integrare la sua preparazione atletica. Il Passo Pordoi ha una bellezza struggente, impossibile da descrivere se non vissuta direttamente: il lungo serpentone di ciclisti che affollano i tornanti della strada, il sole basso che illumina di smeraldo gli immensi prati che fanno da cornice alle rocce rosa del Sass Pordoi. “Questa non è una gara, è un sogno” mi dice Francesco mentre condivide con me questo scenario.

Percorro buona parte della salita con il plurimedagliato campione di biathlon Dominik Windish e sorrido quando, incrociando Paolo Bettini, mi chiede se le sue tre medaglie di bronzo possono valere l’oro del campione di ciclismo. Anche sul Passo Sella, che attacchiamo con le gambe rese fredde dalla discesa, rimaniamo senza fiato alla vista del Sassolungo e delle Torri del Sella: le mie amiche montagne sono sempre tutte lì, a emozionarci con la loro maestosità. Qui faccio veramente fatica ma per fortuna la salita dura poco. In discesa vengo superato dall’amico Luca Bortolami, maledicendo la mia scarsa propensione in questo esercizio, che mi impedisce di continuare la gara con lui.

Superato agevolmente il Passo Gardena, ci gettiamo a piena velocità verso il passaggio da Corvara dove i ciclisti che scelgono il percorso Classic termineranno le loro fatiche. Per tutti gli altri si prospetta la seconda scalata al Campolongo e un lungo tratto veloce che porta alla divisione dei percorsi. Svolto senza indugio verso il percorso lungo, pronto ad affrontare il Passo Giau, vero moloch della corsa. Lo attacco con rispetto, poi scopro con sorpresa che la gamba è ancora discreta: la velocità però non la scegliamo, gambe e pendenze hanno già deciso per noi. Quota 2000. Il respiro si fa affannoso, ma la vista del Nuvolau e dell’Averau fungono da ristoro per la mente.

Dopo la veloce e splendida picchiata verso Pocol attacchiamo il Passo Falzarego, dove troviamo la brutta sorpresa del vento contrario che ci accompagnerà fino in cima al Valparola. Ho un momento di vuoto e devo lasciare il gruppo con il grande Miguel Indurain, che nel frattempo si era formato, e il prosieguo della salita diventa un calvario. Ma non si molla, basta solo ritrovare il proprio equilibrio, e in un battito di ciglia ci ritroviamo in discesa verso San Cassiano. Qui la bella sorpresa dell’incontro con mio fratello Marco, impegnato sul percorso medio, che invito a seguirmi. Sarà bello arrivare insieme sul traguardo.

Il Mur del Giat è solo apparentemente una coltellata micidiale per i muscoli, in realtà è una festa che affrontiamo con il sorriso tra le grida di incitamento dei tanti tifosi presenti. Un regalo fantastico che ci siamo meritato. La pelle si increspa quando ci apprestiamo a fare le ultime svolte, destra sinistra, ed ecco il rettilineo finale. Conosco già questa emozione e me la voglio gustare fino in fondo, rallentando negli ultimi metri. Bellissimi anche i volti dei finisher che continueranno ad arrivare per ore: rimango alcuni minuti a guardarli apprezzando la loro tenacia e la loro voglia di raggiungere la loro personale vittoria.

Le cronache parlano della vittoria del lucano Tommaso Elettrico e della tedesca Cristina Rausch nel percorso lungo, e del toscano Matteo Cipriani e della cuneese Annalisa Prato sul medio. Ma a noi piace ricordare questa edizione con le tante storie scritte da quei ciclisti che oggi si sono goduti, in pieno equilibrio con la natura, una giornata fantastica. Raccontarle tutte non è possibile, ma le conserveremo nel nostro cuore.

 

Testo di Michele Bazzani - Foto del Comitato organizzatore

Michele Bazzani ci racconta la sua Granfondo Straducale, una manifestazione da sempre sinonimo di alto livello organizzativo e di percorsi affascinanti e impegnativi. 

26 giugno 2018, Urbino (Pu) - La città di Urbino ha il fascino elegante di una donna del Rinascimento. Nel centro storico, dominato dalla imponente mole del Palazzo Ducale, ogni angolo è curato alla perfezione. Questo fantastico scenario fa da cornice alla granfondo Straducale, giunta quest’anno alla sua quattordicesima edizione, e che della città di Urbino riprende la qualità tendente alla perfezione e la cura di ogni singolo dettaglio. A fare da padrone di casa il simpatico e vulcanico Gabriele Braccioni, presidente del comitato organizzatore che trovo impegnato negli ultimi preparativi della vigilia, come un vero Duca nel governo della sua città. Siamo nel Collegio Raffaello, centro nevralgico della manifestazione, che ruota attorno alla centrale Piazza della Repubblica, nelle cui prossimità sono concentrati tutti i servizi per il granfondista. Dopo il consueto rito del ritiro del pacco gara, va in scena una simpatica maratona di spinning che anima l’ora dell’aperitivo. La serata della vigilia si conclude piacevolmente con una cena in compagnia in un ristorante tipico di Urbino: ancora una volta mi dimentico della gara dell’indomani e il mio avvicinamento non è proprio perfetto, sia sotto il profilo dell’alimentazione che per il poco riposo notturno che mi resta.

Il risveglio mi coglie comunque rinfrancato e di buon umore. Consumo un’abbondante colazione ed esco a respirare l’aria mattutina. Nel cielo di un azzurro irreale splende già un bellissimo sole, ma l’aria è fresca: a differenza degli anni scorsi, con tanta afa, oggi il clima sembra dalla nostra parte. Anche se è ancora presto, mi reco già alla partenza, allestita come di consueto sotto gli spettacolari torricini del Palazzo Ducale. Qui incontro Emanuele Feduzi, sindaco del comune limitrofo di Fermignano, ottimo ciclista che parteciperà alla gara, palesando un’ottima preparazione nonostante i tanti impegni istituzionali. In griglia incontro tanti amici e volti noti delle granfondo: da Daniele Bertozzi, alla guida del suo numeroso e agguerrito Team del Capitano, a Diego Rombaldoni che, con la sua inconfondibile allegria, si appresta a una allegra pedalata in compagnia condita con poco agonismo e tanta condivisione; più avanti ci sono le donne, Cristina, Chiara, Veronica, che celano dietro i loro sorrisi un po’ di tensione per la gara che le attende per un buon risultato. Questa partenza nasconde sempre un’emozione: e anche stavolta Gabriele ci fa venire i brividi sulla pelle, con la consegna del premio alla memoria di Raniero Giannotti, sportivo urbinate prematuramente scomparso, dedicato all’atleta che si contraddistingue per sportività e fair play, alla presenza della moglie Nadia e del figlio Luca. Quest’anno il premio va a Mauro Sanchini, pilota e collaudatore di moto, nonché commentatore tecnico della moto GP per Sky: a lui, che è anche un forte ciclista locale, va anche il numero uno della gara e l’applauso di tutti gli sportivi presenti.

Poi mi concentro anch’io: i primi chilometri del percorso sono piuttosto complicati, non tanto per l’altimetria, visto che si tratta di veloci saliscendi, ma per la tortuosità della strada e della voglia di tanti di tenere le migliori posizioni.  Purtroppo le sensazioni sono da subito negative e devo sfilarmi, perdendo posizioni nel gruppo alla ricerca della giusta pedalata. Con una rapida discesa planiamo verso Urbania e il fondovalle del Metauro, che risaliamo verso S.Angelo in Vado. I gruppi sono ancora compatti ma la vera battaglia deve ancora cominciare. Un repentino cambio di velocità mi coglie impreparato, mentre imbocchiamo la strada che conduce verso il Passo dello Stregone, novità introdotta lo scorso anno, che raggiungeremo con due tratti di salita intervallati da una breve discesa. Continuo fare fatica e perdo posizioni lasciando andare i gruppi migliori: “sarà la maledizione dello Stregone”, penso, mentre cerco di impormi un’andatura accettabile, frustrato anche dal fondo stradale poco scorrevole.

Poi piano piano, come un incantesimo che finisce, la gamba comincia a girare e inizio a recuperare posizioni. Lo Stregone viene presto domato e ci lanciamo in una discesa dove c’è da fare attenzione al fondo stradale. Attraversato il bel borgo di Apecchio si riprende subito a salire in un continuo crescendo di difficoltà: le prime rampe verso Acquapartita sono le più difficili ma finalmente ho ritrovato il passo dei giorni migliori. Raggiungo Cristina, che saluto incitandola, e mi preparo mentalmente al Monte Nerone, il Gigante che si staglia già di fronte al nostro sguardo. Per recuperare energie scendo con tranquillità fino a Pianello, dove una secca svolta a sinistra ci introduce su quella mulattiera che ci porterà in cima alla vetta culminante di questa granfondo.

Le pendenze sono subito arcigne, mentre il fondo stradale con asfalto approssimativo e tanta ghiaia rende il nostro incedere ancora più difficoltoso. La scalata al Monte Nerone assume ogni volta il sembiante di un’impresa epica. Come cavalieri erranti ne aggrediamo le pendenze, ma ne veniamo respinti con la velocità che scende man mano che si sale. Ogni tornante nasconde un’insidia: anche se il calore non è opprimente e le borracce si svuotano rapidamente, mentre il vento cambia di direzione a ogni svolta della strada. Stiamo scalando il lato aperto della montagna, senza nemmeno un albero a darci riparo. In compenso il panorama diventa sempre più scenografico con le vette del Monte Petrano e del Monte Catria che si stagliano a breve distanza. Vedo i tendoni del ristoro idrico come una liberazione e accelero. La sosta per riempire le borracce si rivela provvidenziale perché l’andatura aumenta e divoro gli ultimi difficili chilometri di scalata, nonostante la fatica che si impadronisce dei miei muscoli. Siamo in vetta, ma prima di scendere ci sono ancora alcune difficoltà: una rapida discesa in mezzo a una cupa boscaglia e una salitella esposta al vento che sembra diventare eterna. Poi finalmente giunge la lunga discesa… e la liberazione dal Gigante.

La affronto con la dovuta cautela, anche perché sono solo e devo attendere compagni di viaggio per affrontare gli ultimi cinquanta chilometri di gara. La compagnia si materializza con i volti di Marco Orsini e Maurizio Cianflone, note conoscenze delle granfondo e ottimi pedalatori. Con loro concordiamo di procedere regolari: so che il peggio è passato ma ci sono ancora due salite impegnative da gestire prima dell’arrivo. Superiamo il Monte Cagnero senza grossi patemi, mentre sull’ultima salita dei Gualdi la fatica comincia a far segnare il rosso della riserva. Per ricompattarci ci fermiamo al ristoro dove vengo travolto dalla simpatia degli addetti, in particolare di una bambina felicissima di riempirmi ancora la borraccia. Rinfrancati da tanti sorrisi voliamo letteralmente l’ultimo tratto verso l’arrivo. I torricini del Palazzo Ducale sono lì di nuovo ad attenderci, ma per raggiungerli occorre superare una difficile rampa in pavé: per oggi non ci siamo fatti mancare niente, ma questo arrivo regala sempre stupende emozioni. Mi getto sul ricco ristoro dell’arrivo, completamente svuotato nel fisico ma felice nell’animo, e ritrovo volti noti come la bella Marilisa che coordina le operazioni e l’immancabile speaker Ivan Cecchini che mi ferma per le prime dichiarazioni a caldo.

Le fasi del dopo gara parlano di amicizia e di condivisione di esperienze. Chiara Turchi è felice per il suo terzo posto nella classifica femminile, ma soprattutto per aver trovato voglia e coraggio di sfidare il percorso lungo e di aver domato il Gigante Nerone. Maurizio mi saluta con ancora negli occhi l’entusiasmo della cavalcata finale, mentre gli amici romani Roberto e Fabrizio portano a termine la loro ennesima esperienza in terra marchigiana, che quest’anno hanno eletto come loro campo di battaglia preferito. Poi, tra un gelato e una birra in compagnia le ore volano e arriva anche il momento di ripartire. Mi volto per l’ultima volta, vedo i torricini: anche questa volta la difficoltà maggiore della Straducale è andarsene di qui.

By Michele Bazzani

Davide Sanzogni ci racconta una giornata perfetta e un evento perfetto, dove dove ogni ciclista è realmente accolto e coccolato, dal primo all'ultimo.

Feltre (Bl) - Ogni tanto mi trovo nella necessita' di derogare ai viaggi in giornata che contraddistinguono il mio modo di fare gran fondo. Questo e' il caso della Sportful Dolomiti Race ove mi sono recato insieme al mio compagno di team, Alberto Drisaldi.

Anche se il viaggio per arrivarea Feltre e' lunghetto, una volta giunti sul posto la gentilezza dei volontari e in genere della popolazione locale nei confronti di noi ciclisti ci fa sentire subito a casa. Non va dimenticato infatti che da una settimana Feltre e' stata invasa dalle due ruote, gia' in occasione della 24h Castelli.

Ritiriamo rapidamente il ricco pacco gara in cui e' compresa una maglia by Sportful realizzata per l'evento, dai materiali identici a quelli che vengono utilizzati dai Pro. A proposito di Pro, sono presenti Pellizzotti, Purito Rodriguez, Cortina e Paolo Bettini. Ne approfittiamo per farci fotografare con loro.

Via quindi in hotel, dove un simpatico e disponibile gestore ci fara' trovare la colazione pronta l'indomani per le 4.30, ma solo dopo aver mostrato il suo stupore per il nostro essere cosi' mattinieri con un ricco campionario di espressioni tipicamente venete. Ma dato che la partenza e' prevista per le 7 e abbiamo comunque 30' di viaggio per tornare a Feltre, non abbiamo molte alternative.

E poi cena, dove persone altrettanto cordiali di nuovo ci fanno sentire i benvenuti. E questo e' solo l'anticipo del tifo che sperimenteremo il giorno dopo lungo il percorso, con addirittuta musica e altoparlanti piazzati lungo il percorso.

Puntuali ci presentiamo in griglia mentre un bel sole ci riscalda rendendo l'attesa gradevole. Al via, ci vuole un po' perche' il gruppo esca dal centro abitato di Feltre e transiti al km zero.

Visto l'impegno richiesto da entrambi i percorsi l'andatura non e' forsennata come in altre manifestazioni e c'e' spazio prima che la strada inizi a salire per portarsi piu' avanti.

La prima asperita' di giornata e' Cima Campo. Qui mando all'aria i buoni propositi del giorno prima, scollinando in poco piu' di 1h. Troppo veloce, ma in questo momento mi sento bene. Superando Bettini e Rodriguez che salivano chiacchierando mi permetto addirittura di domandare al due volte campione del mondo se  il sudore che gli cola dal casco sia vero o finto. Lui mi garantisce che e' vero, ma poco dopo allo scollinamento mi sorpassera' dandomi cosi' l'occasione e l'emozione di fare nella sua scia la lunga discesa seguente. Uno spettacolo e' quello che mi ripeto cercando di non perdere la sua ruota.

Mi trovo cosi' a imboccare di slancio il bivio per il lungo. Una breve rimonta contro vento ed una nuova discesa ci portano a Telve, ove parte la lunga ascesa verso il Manghen. Qui sono piu' bravo a gestirmi e ci metto un'ora e mezza tonda a scollinare. Lungo l'ascesa scambio anche qualche parola con i miei compagni occasionali di strada, nulla in confronto all'amico Fabio che mi sorpassa scattando fotografie. Che gamba!

Una breve sosta per riempire le borracce ringraziando, a differenza di altri concorrenti decisamente esagitati, i gentilissimi addetti ed e' di nuovo il momento di divertirsi in discesa. Impressionanti per numero i volontari predisposti per la sicurezza in questo frangente.

Arrivato in Val di Fiemme sono in un bel gruppo che avanza a passo spedito, anche troppo. Arrivo a Predazzo che sono cotto. Faccio addirittura fatica a bere e ad alimentarmi ed e' cosi' che approccio il Rolle ad un andatura risibile. Per fortuna un po' di nuvolette coprono il sole e la vista delle Pale di San Martino rinfranca lo spirito.

Afferro al volo una tazzina di caffe' offertami al ristoro del passo e di nuovo mi posso divertire in discesa andando a mettere in fila dietro di me un nutrito gruppetto. Poi, come la strada spiana e il vento forte soffia contrario, iniziamo a girare fino all'imbocco dell'ultima asperita' di giornata, il passo Croce d'Aune, dove Tullio Campagnolo ebbe l'intuizione che lo porto' a sviluppare lo sgancio rapido delle ruote.

Salgo un po' meglio che sul Rolle, aiutato dalle pendenze a doppia cifra e quando scollino finalmente ho la consapevolezza che in una ventina di minuti tagliero' il traguardo e al collo avro' la medaglia da finisher.

Sono al ristoro dopo l'arrivo quando rivedo Fabio che purtroppo ha mancato l'obiettivo di stare sotto le 7.30 causa un problema alla ruota posteriore. Peccato, perche' era ampiamente alla sua portata. Arriva anche un altro amico della Rodman, Ivan Bersanetti, che ha ben chiuso il lungo nonostante una caduta rovinosa avvenuta a Predazzo a causa di un contatto in gruppo e mentre parlo con loro arriva anche Alberto, soddisfatto per aver migliorato il suo personale in questa manifestazione.

Con lui recupero le nostre cose per una doccia e recarci al pasta-party che definire abbondante e gustoso e' dire poco: poker di pasta, canederli, frutta, yogurt, birra, acqua e caffe'. Qui per fortuna non ho piu' problemi ad alimentarmi e spazzolo tutto con estrema soddisfazione.

Ma soddisfazione generale per tutto l'evento, veramente ben gestito e ben curato. Su strade in ottime condizioni, pressoche' prive di traffico grazie alle ordinanze di chiusura (solo il Rolle ha dovuto riaprire realtivamente presto), dove ogni ciclista e' realmente accolto e coccolato, dal primo all'ultimo.

 

Davide Sanzogni ci racconta la sua Granfondo Gavia Mortiolo, che assume un sapore particolare, da gara di "casa", viste le sue origini camune.

24 giugno 2018, Aprica - La Granfondo Gavia Mortirolo, viste le mie origini camune, e' la mia gara di casa, anzi, e' la gara per cui ho iniziato a fare granfondo. Farla bene, senza patire crampi come in precedenti edizioni e possibilmente chiudendo sotto le 7 ore era l'obiettivo di questa trasferta.
Al solito mi accompagna Alberto Drisaldi, compagno di team alla ASD RAT Ride All Terrain, che gara dopo gara sta confermando le sue doti di lunghista.
Dormiamo a casa dei miei genitori, ad una sessantina di km dall'Aprica, giocoforza la sveglia suona alle 4:15. Alberto mi dice che ho "vinto la volata della sveglia" tanto sono stato lesto a spegnerla. Andiamo e che sia di buon auspicio.
Giunti in Aprica recuperiamo dorsali e pacchi gara, in cui spicca la bella maglia celebrativa dell'evento, ed entriamo in griglia.
Siamo un po' preoccupati per le temperature previste sul Gavia, ma almeno l'attesa e' piacevole grazie al sole e a manicotti, mantellina e guanti lunghi, utili anche in previsione della mezz'ora di discesa controllata che seguira'.
Tra una chiacchiera e l'altra il tempo passa veloce e al momento del via si agganciano i pedali senza frenesia data la lunghezza e l'impegno previsto dai percorsi odierni che affrontano in varie combinazioni Mortirolo, Gavia e Santa Cristina.
Ad Edolo la corsa parte davvero e chi ha optato per il corto alza da subito l'andatura frantumando il plotone in vari gruppetti e rendendo faticoso portarsi avanti per chi e' partito dietro.
Supero Alberto invitandolo ad accodarsi ma lui, da vero lunghista, preferisce dosarsi di piu'. Io mi ritrovo con l'amico valtellinese del Grosio ciclismo Martino Franzini, reduce da una 3 giorni a tagliare fieno proprio sui prati del Mortirolo. Non mi illudo, so che per quanto stanco mi stacchera'. Mi ritrovo invece con il varesino Ivan Bersanetti e procediamo insieme. Gli tocca pure sorbirsi le miei indicazioni turistiche, ma chiacchierando spero di rallentare. Amo il Gavia, i suoi panorami, la strada, i laghi nei pressi del passo e come conseguenza di tanta bellezza che mi rapisce tendo ad esagerare. Sara' cosi' anche oggi e scollinero' di qualche minuto troppo veloce.
Dello scollinamento mi portero' nel cuore la vista del lago Bianco illuminato dal sole e un bambino che mi porge una pagina della Gazza per ripararmi dal freddo pungente.
Discesa, un po' sconnessa, che affronto senza rischiare insieme ad Ivan e ad alcuni altri atleti. Poi velocissima da Santa Caterina a Bormio dove mettiamo nel mirino un gruppo numeroso ma non troviamo un buon accorto e non solo non lo raggiungiamo ma, al contrario, siamo noi ad essere ripresi in vista di Mazzo.
Poco male, ora c'e' il Mortirolo, giudice inappellabile da affrontare. Ivan allunga, mentre io ingrano praticamente da subito il 34x32 e cerco di salire senza imballare le gambe. Ma nella parte centrale e' dura, molto dura. O vado fuori soglia o la cadenza diviene troppo bassa e sono le gambe ad indurirsi. Ora, con la velocita' ridotta a pochi km orari, anche il caldo si fa sentire e l'acqua inizia a scarseggiare. Per fortuna al ristoro collacato a meta' Mortirolo e' predisposto il servizio di passaggio al volo di una borraccia d'acqua con una bustina di sali.
Saluto due amici che mi passano a pochi minuti l'uno dall'altro, il camuno Riccardo Gnani dell'ASD Boario e il pavese Riccardo Hamilton che milita nell'Ale. Sono due ragazzi simpatici, oltreche' forti, ed e' bello avere persone cosi' in gruppo.
Poco dopo mi passa anche Alfredo Bonfiglio del team 2 Ruote di ui mi impressiona la grinta.
Io invece ho un attimo di buio ma ormai mancano solo 4 chilometri al termine della scalata ed ora per fortuna le pendenze si fanno meno arcigne e riesco a stringere i denti. Uno sprint per il fotografo ed e' fatta, oppure no?
Infatti, il percorso che questa gran fondo segue dopo il Mortirolo non prevede discesa. Bensi un lungo mangia e bevi, su una strada che richiede molta attenzione per via della presenza di aghi di pino e di radici che provocano sconnessioni nel manto stradale.
Negli ultimi km chi punta al medio forza un po' il ritmo, mentre noi lunghisti ci lasciamo passare il traguardo sulla sinistra (con la coda dell'occhio vedo Martino che ha preferito optare per il medio, vista la stanchezza pregressa... e ci sta, siamo tutti amatori, pedaliamo per piacere, non per dovere) e ci buttiamo nella veloce discesa che porta all'imbocco del Santa Cristina. Questo passo, una sorta di piccolo Mortirolo di "soli" 7km con ampi tratti al 12%, setaccia ulteriormente le forze residue. Per fortuna qualche nuvola che ora copre il sole e un po' di vento non fanno patire il caldo pomeridiano. Per qualcuno e' crisi, qualcun altro forza, io ora giro le gambe con piu' facilita', ma in sostanza ognuno sale del suo passo raschiando il fondo del barile.
Finalmente i tappeti dello scollinamento e non resta che bersi gli ultimi 6km di discesa, gli stessi gia' percorsi, che portano in Aprica. Volata accennata, forse piu' correttamente dovrei dire sprint per il ristoro dove mi lancio sulla cola e le crostatine, mentre mi complimento con Ivan che ha concluso la prova una dozzina di minuti prima di me.
Dopo poco arriva anche Alberto che conferma le sue doti di regolarista e con cui mi reco alle docce e al pasta-party.
Io sono abbastanza soddisfatto, non ho sofferto troppo specie nel finale sul Santa Cristina, ma per 7 minuti non sono riuscito a stare sotto le 7 ore.
Pazienza, un motivo in piu' per ritornare ad affrontare il Gavia e il Mortirolo.

 

Il racconto di Davide Sanzogni della sua personale Granfondo del Penice e di una giornata non proprio al top.

5 giugno 2018, Zavattarello (Pv) - Non sempre le cose vanno come si vorrebbe nonostante l’impegno profuso. Questo vale tanto quando si partecipa ad un evento tanto quanto si lavora per la buona riuscita dello stesso.

Ti-Rex gran fondo del Penice è una delle tre gare organizzate dalla ASD Sant’Angelo che si corrono vicino a dove abito. Una gara dura, forse troppo dura. Sulla carta i 3100 metri di dislivello del lungo sono adatti al periodo, ma la sequenza di salite senza praticamente pianura la rende più selettiva di altri percorsi con maggiore blasone dove ci si può nascondere nel gruppo. E si sa, quando la strada sale non ci si può nascondere.

Dopo la vigilia passata a combattere con il mal di testa, alla domenica entro in griglia per primo grazie, si fa per dire, alla notte insonne trascorsa.

Pazienza la giornata è bella, la piazza medioevale di Zavattarello una magnifica coreografia, tanti sono gli amici presenti e con loro chiacchiero in attesa del via che viene preceduto da un breve discorso da parte del sindaco sulla valorizzazione dei territori montani dell’Oltrepò e di come questa manifestazione possa contribuire a farli conoscere. L’organizzatore, Vittorio Ferrante, aggiunge due parole sull’importanza di non fare i fenomeni in discesa. In effetti le strade della provincia sono quello che sono. Giustamente chi partecipa ad una gran fondo deve essere messo nelle migliori condizioni di fare la sua gara, a prescindere dal risultato assoluto, ma è altrettanto vero che non corriamo in pista e che perdere un paio di secondi in discesa non compromette il risultato finale su una gran fondo così impegnativa.

Al via imbocchiamo una breve discesa che ci porta ad innestarci sulla statale della Val Tidone. Da qui si la strada ci terrà con il naso all’insù fino al passo Penice.

A differenza della scorsa edizione, la corsa parte da subito lanciata e ci metto un po’ per sistemarmi nelle ultime posizioni del gruppo di testa. Giusto in tempo per vederli andare via all’uscita di Romagnese dove un brusco cambio di pendenza fraziona il gruppo. Mi accodo ad Andrea De Luca di cui conosco la forza e con lui ed altri tra cui Ilaria Lombardo scolliniamo il passo Penice, prima vetta di giornata, mentre Fabio Felice, consapevole dei suoi limiti in discesa, ci precede dopo essersi profuso in un deciso allungo subito dopo località Casa Matti.

Infatti la discesa che segue verso Bobbio, è molto ampia e invita alla velocità. Ci sono alcune sconnessioni, ma tutto sommato si possono fare traiettorie pulite che avvantaggiano chi ha maggiori capacità di guida e pur senza prendere rischi lascia correre la bici. In breve il numeroso gruppo che aveva scollinato il Penice si fraziona in più tronconi e sono contento di essere riuscito a restare con il primo di questi e anche di essere rientrato su Fabio che, stupito, mi chiede conto di quanto siamo scesi forte.

Ma non c’è tempo di fare conversazione che si riprende a salire, in direzione del passo Scanapina. Qui decido di lasciarmi sfilare dal gruppetto di testa sempre animato da Andrea e da Fabio per salire con un passo più regolare. Ma ecco che mi accorgo che fisicamente qualcosa non torna. Sento le gambe indurirsi, i muscoli come scottare, il cuore che resta alto nonostante abbia rallentato per poi scendere di botto ma a valori da cicloturistica.

Vengo ripreso anche da Ilaria, con cui in passato sono giunto insieme sul traguardo di altre manifestazioni, ma oggi pago pegno e non tengo il suo passo. Poco prima dello scollinamento vengo raggiunto da un altro amico, Alberto della Bebikers, che mi guarda in faccia e si mette a ridere. Non c’è da aggiungere altro, ci siamo già capiti.

E così, dopo la lunga discesa che dal passo Brallo porta a Casanova Staffora, decido di fare quello che prima d’ora ho fatto solo una volta in maniera deliberata, al netto di incidenti o errori di percorso: giro sul medio e nel farlo rivendico la mia libertà di godermi la bici senza soffrire e senza pensare alla classifica. Sarà segno che invecchio o che maturo?

A proposito di errori di percorso, noto che i cartelli scarseggiano in alcuni tratti e la cosa mi stupisce, dato che so che la società organizzatrice ne dispone in gran numero. L’organizzatore scoprirà il giorno dopo che sono stati rubati. Non posso far altro che domandarmi se si tratti di un dispetto verso i ciclisti tutti o verso la sua società in particolare.

Svoltato quindi sul percorso medio, che con i suoi 2000m di dislivello rappresenta comunque un buon allenamento, la strada riprende a salire direzione Castellaro. Salita breve ma a tratti ripida, che affronto senza affanno anche grazie al 34x32 di cui faccio abbondante uso e pazienza se vengo raggiunto da un gruppetto poco prima dello scollinamento anzi, un po’ di compagnia oggi non guasta per ritrovare la motivazione.

Oltrepasso il ristoro senza approfittare del rifornimento volante predisposto dall’organizzazione, del resto essendo partito per il lungo ho ancora abbondanti scorte d’acqua.

Però la discesa di Castellaro è in condizioni molto peggiori di quanto mi aspettassi. L’organizzazione è intervenuta segnando le buche e pulendo, ma quando la strada presenta buche per l’intera sua larghezza e l’inverno e le piogge primaverili hanno accumulato in queste cavità sabbia, c’è poco che una ASD possa fare, se non eliminare questa strada. E c’è da essere sicuri che nel futuro sarà così, previa richiesta e concessione delle relative autorizzazioni. Ma nel frattempo non mi resta che portarmi davanti al gruppo e fare da tappo, disegnando traiettorie strane alla ricerca dei pezzi più lisci e puliti o segnando i punti più sconnessi. E’ sempre inutile prendere rischi, a maggior ragione quando le condizioni non ci sono, non ci si sta giocando nulla e il giorno dopo si deve andare a lavorare.

Giunti in fondo attraversiamo Varzi, che ci ha consentito il transito nonostante sia un centro molto vivo nei fine settimana, e imbocchiamo l’ultima salita verso Pietragavina. Qui un atleta della Val Sesia mette in fila il gruppo per i 6km di ascesa quando in vista dello scollinamento veniamo saltati da un Piero Cassius della Rodman, con cui avevo chiacchierato appena una settimana fa alla Don Guanella.

Allo scollinamento, un po’ per divertimento e un po’ perché conosco questo tratto, mi metto al suo inseguimento in discesa. Con me un altro paio di atleti che generosamente si accollano il lavoro di tirare nei 2km finali per resistere sul gruppo rientrante.

Sfortunatamente il gioco finisce quando un cane decide di attraversare la strada e non ci resta che rallentare e presentarci compatti ai ripidi 100 metri finali che caratterizzano l’arrivo di questa gran fondo. In piedi sui pedali e via, taglio il traguardo con Piero e quasi d’inerzia arrivo all’adiacente ristoro.

Visto che ho fatto il medio, oggi ho modo di fare ogni cosa con calma. Doccia (fredda purtroppo dato che anche le caldaie del palazzetto oggi non erano in forma, per fortuna molti hanno potuto utilizzare la soluzione alternativa nei pressi della piscina), pasta-party e assisto all’arrivo di vari amici lunghisti con cui mi complimento. Oggi in tantissimi hanno girato sul medio ed anche solo aver completato il lungo è di per se un’impresa. Aspetto gli ultimi che dopo il caldo hanno dovuto sopportare anche un temporale nel finale, tra cui Marco e sua moglie Elisabetta che nonostante non sia stata bene ha stretto i denti ed ha tagliato il traguardo. Anche per loro, nonostante siano passate più di 7 ore dal via, c’è modo di sedersi a mangiare al pasta-party ripensando alla durezza della gran fondo affrontata.

Tante cose oggi sono andate storte per me ed ho scoperto anche per l’organizzazione. Non resta per entrambi che presentarsi al meglio il prossimo anno.

By Davide Sanzogni

 

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