Michele Bazzani ci racconta la sua quarta volta alla Ötztaler RadMarathon, la prima per i propri compagni di team, spinti a questa avventura dai racconti letti sulle precedenti edizioni. 

4 settembre 2018, Sölden - L’Ötztaler RadMarathon è una delle più belle e affascinanti manifestazioni del panorama cicloamatoriale per l’estrema difficoltà del percorso di alta montagna, per l’atmosfera da grande evento che si respira a ogni angolo, per l’entusiasmo del pubblico sempre presente a incitare e per l’incertezza delle condizioni meteo. Un appuntamento, quindi, al quale è difficile rinunciare.

Per me è la quarta partecipazione consecutiva e per l’occasione sono accompagnato dai miei compagni di team, tutti alla loro prima esperienza e trascinati dai racconti che avevano letto sulle precedenti edizioni. Condividere con degli amici questa esperienza mi rende particolarmente felice. E così venerdì mattina il nostro furgone, carico di bici e di entusiasmo, si muove alla volta di Sölden. Mentre saliamo sul passo del Rombo, assieme all’adrenalina cresce anche l’apprensione, in virtù delle terribili condizioni meteo, con pioggia e freddo annunciati anche per i giorni seguenti. Fabio, Massimo e Metello sono eccitati come ragazzi al primo giorno di scuola, mentre il cubano Elduys sfoga il suo nervosismo con il junk food. Più tranquilli Stefano e Alberto, ma se i loro sguardi mostrano preoccupazione.

A Sölden la pioggia incessante raffredda un po’ l’elettricità dell’atmosfera pregara: è ancora presto per entrare nel vivo per cui optiamo per un pomeriggio di relax all’AquaDome di Langenfeld. Sempre per maltempo salta anche la sgambata del sabato mattina, con le ore che trascorrono lente tra un aggiornamento sulle previsioni meteo e infiniti dibattiti su come vestirsi in gara. Il pomeriggio mi concedo un’escursione a 3000 metri per la visita dell’installazione cinematrografica “007 Elements”, recentemente inaugurata, sul luogo dove sono state riprese alcune scene di un film di James Bond: da queste parti tutto è spettacolo e ogni occasione è buona per creare  nuove infrastrutture, rendendo la valle dell’Ötztal un paradiso per il turismo.

La mattina della domenica si presenta asciutta. Non mi faccio illudere e indosso tutto il materiale antipioggia preparato la sera prima, tra cui spicca la mantellina in goretex su cui faccio affidamento per le condizioni estreme. L’attesa in griglia è breve ma sempre emozionante, soprattutto quando lo speaker ci carica in vista del countdown della partenza. I primi chilometri sono condotti a ritmo meno sostenuto rispetto al passato, complice un vento che spira in senso contrario alla nostra marcia. Evito una brutta caduta in una curva in discesa, ma devo mettere il piede a terra. All’attacco del Kuthai, prima salita di giornata, sento quasi caldo e inizio a sudare per la tanta umidità nell’aria. Qui le rampe sono subito dure e saliamo compatti a ritmo blando in attesa di trovare spazio per avanzare. Le sensazioni sono buone e provo ad aumentare. Purtroppo, le gocce che iniziano a posarsi poco dopo sui manicotti, non sono condensa ma una prima avvisaglia di pioggia che si fa più insistente salendo verso la vetta. Qui incontro e saluto due vere leggende dell’Ötztaler, come Luca Bortolami e Paolo Rocchi, entrambi alla 15° partecipazione. Dopo una breve sosta al ristoro, utile anche per infilare la mantellina, mi getto nella fredda discesa. Tre gradi. Diluvio. Le ruote fendono l’acqua che inonda la strada, le mani stringono i freni con la speranza che funzionino, il corpo si irrigidisce, non pedalo. Freddo. Vedo passare un sacco di ciclisti, sagome anonime e irriconoscibili, anche loro prudenti ma più a loro agio di me. In fondo alla discesa medito il ritiro, poi mi scuoto. “Il ciclismo è uno sport di m…. se hai freddo vai in testa a menare!” mi ritorna in mente. E così faccio. Passa la crisi, mentre in un folto gruppo attacchiamo la lunga e dolce salita che porta al Passo del Brennero. La compagnia del marchigiano Giacomo mi rallegra l’ascesa così come le manine tese dei bambini di Matrei e Steinach ai quali non nego il mio “cinque”. Nel frattempo, è smesso di piovere e la discesa verso Vipiteno, peraltro molto facile, passa in modo più tranquillo. Ma ora inizia la vera Oetztaler.

Il Passo del Giovo non concede attimi di respiro e la sua costante pendenza ti esaurisce progressivamente. Faccio fatica a mantenere il ritmo impostato a inizio salita, complici i muscoli induriti per il freddo. Il ristoro, posto a un chilometro dalla vetta, giunge come una liberazione e mi fermo per fare scorta di viveri e acqua. Qui trovo Fabio e Massimo che mi avevano superato nella discesa del Kuthai, senza che mi rendessi conto. Ripartiamo praticamente assieme, ma un nuovo incubo, sotto forma di nebbia e visibilità nulla, si presenta subito aldilà dello scollinamento. Li vedo sparire nella massa lattiginosa e non ho altre soluzioni che seguire la striscia sull’asfalto che delimita la carreggiata. Dopo qualche chilometro si torna a vedere e sale anche l’umore. Siamo a San Leonardo in Passiria, all’attacco del mostro di giornata, il Passo del Rombo, che con i suoi ventinove chilometri di salita ci rinnova la consueta sfida. Lo attacco con decisione ma con rispetto. “Qui non decidi tu come andare, decidono le tue gambe e le energie residue”. Scopro con piacere che non ho ancora intaccato la riserva e, complice il clima fresco, non soffro come negli anni scorsi. Ma la salita è dura e infinita. Supero il collega giornalista Maximilian, più volte incrociato in gara, che mi invita a non farmi più vedere. Poco prima di metà ricomincia a piovere e mi fermo nuovamente a indossare la mantellina. Quando la strada spiana cominciano ad affiorare i crampi. Terrorizzato decido di saltare il ristoro di Shonau, dove vedo fermi Fabio e Massimo, e aggredisco l’ultimo tratto di salita, quello più duro. Qui finalmente il meteo ci regala una lieta sorpresa: un raggio di sole fa breccia tra le nuvole e mostra un panorama straordinario. Rinfrancato percorro gli ultimi tornanti dove svolazzano le maglie dei non-finisher degli anni scorsi. È l’ultima sfida, poi arriva la galleria numero sedici, che segna che la prova è vinta. Quasi. Nel falsopiano che porta in vetta sciolgo l’ultimo dubbio: niente sacca con indumenti invernali che avevo inviato sul Rombo, prefigurando il peggio, e mi getto in discesa. Il selvaggio panorama dei primi chilometri fa posto, dopo la consueta coltellata della Mautstelle, al ridente paesaggio della Ötztal, incorniciato dai ghiacciai. Ritroviamo il vento contrario che rallenta la nostra marcia nel finale, ma non la nostra voglia di conquistare il traguardo. Sotto, dietro una curva, appare Sölden ed è un’emozione unica. All’ultima curva sento l’incitamento di Metello che è stato costretto al ritiro per uno sfortunato incidente. Poi taglio il traguardo mostrando con la mano il numero quattro. È fatta. Nel giro di pochi istanti arrivano anche Fabio e Massimo e ci abbracciamo felici per il traguardo conquistato. Nei loro occhi leggo la gioia della prima volta e la voglia di esserci anche l’anno prossimo.

Ci saranno anche Metello e Alberto (anche lui ritirato per pioggia e freddo) che meritano una rivincita, mentre Elduys giunto al traguardo sconfiggendo tante difficoltà giura che è l’ultima volta. Non ci crediamo. Anche Stefano ha vinto, in silenzio e caparbietà, la propria sfida ma conta di tornare per soffrire di meno la salita del Rombo. Una bella storia la racconta anche Paolo, esperto ciclista di Faenza, che dopo un’estate con polmonite e frattura di una costola, ha saputo reagire e presentarsi per finire la maratona austriaca in un tempo discreto.

La cronaca racconta della vittoria dell’austriaco Mathias Nothegger che nel finale del Rombo stacca il bravissimo comasco Samuele Porro, ma ancora più sorprendente è il terzo posto di Patrick Hagenaars, ex agonista di combinata nordica che dovette interrompere la sua carriera per un grave incidente che gli costò l’amputazione del braccio e che ora pedala con una protesi in carbonio: da ammirare più di ogni altro per la sua determinazione che lo ha portato a inventarsi una nuova vita agonistica nonostante la grave menomazione.

Ma gli applausi oggi sono per tutti. Dopo il nostro passaggio il cielo sul Rombo si è richiuso e ha ricominciato a scaricare pioggia e nevischio. Gli ultimi arrivati sono maschere di freddo e fatica miste a gioia, per aver coronato il sogno di diventare finisher. E un ultimo applauso va anche a chi ci ha applaudito e incoraggiato per tutto il giorno, nonostante il meteo avverso. Anche grazie a loro questa l’Ötztaler RadMarathon ha un fascino del tutto speciale. E torneremo ad assaporarlo.

Testo di Michele Bazzani. Foto di Ufficio Stampa Ötztaler - Sportograf - Michele Bazzani

Davide Sanzogni nel nome dell'Airone, pedalando insieme all'amico Alberto alla 31esima edizione dedicata al Campionissimo. 

11 luglio 2018, Cuneo - Lo scorso weekend, insieme al mio compagno di squadra Alberto, mi sono recato a Cuneo per partecipare alla 31esima edizione della gran fondo La Fausto Coppi.

Alberto sta crescendo di gara in gara mentre io, di ritorno da un periodo di vacanza al mare con la famiglia, sono un po’ raffreddato ma confido di salvarmi con un po’ di mestiere. Entrambi abbiamo già preso parte a questo evento e non vediamo l’ora di arrivare nell’accogliente capoluogo della provincia Granda.

Sistemate le nostre cose a casa di un amico, Roberto, che pure prenderà parte alla gara domani, ci rechiamo in centro per ritirare i pacchi gara di cui fa parte la bella maglia celebrativa che domani sarà un onore indossare in corsa. Sul numero dorsale campeggia il nome di ognuno di noi, una cosa molto gradita, e possibile grazie alla chiusura anticipata delle iscrizioni, avvenuta al tetto dei 2600 partecipanti. Un numero se vogliamo limitato per un evento così bello, ma segno della serietà del comitato organizzatore la cui attenzione è rivolta in primo luogo al divertimento e alla sicurezza di ciascun partecipante e dei suoi accompagnatori.

Bighelloniamo un po’ tra i numerosi stand dedicati a diversi brand di biciclette tra cui Officine Mattio, title sponsor di questa edizione. Altri stand sono dedicati alle eccellenze gastronomiche e turistiche del territorio, in particolare alla fitta rete di strade di montagna che la gran fondo stessa si propone di salvaguardare sia direttamente tramite l’azione del comitato, sia portando il tema della loro manutenzione alla ribalta. Al centro di Piazza Galimberti, ove è posta tutta l’area expo, si svolge intanto la cerimonia di benvenuto ai partecipanti provenienti da quasi 40 paesi, alla presenza di un folto pubblico, delle autorità cittadine, di alcuni consoli e ambasciatori, tra cui il rappresentante dell’Olanda che domani pedalerà con noi.

Passeggiamo nell’ampio corso Roma, porticato su ambo i lati e pedonalizzato pochi anni fa. Tavolini di bistrot e vinerie si affacciano e complice la temperatura gradevole invogliano a tirar tardi, ma domani c’è anche da pedalare e non poco: Roberto affronterà il percorso medio che prevede la salita del Fauniera e della Madonna del Colletto, Alberto andrà per il lungo il cui percorso aggiunge le salite di Valmala e Piatta Soprana, io invece rimando la scelta all’indomani in base a come andrà la notte e la gola anche se la voglia di fare il lungo in ogni condizione è preponderante.

Quasi giunti al termine dei portici che bordano via Roma ci infiliamo in un cortiletto dove si trova l’omonima Trattoria Roma dove veniamo accolti con cordialità da Davide, oste con la passione del ciclismo che, tra un antipasto di carne battuta e un piatto di classici tajarin al ragù accompagnati da un buon rosso locale, ci racconta di come la gran fondo La Fausto Coppi abbia contribuito e contribuisca ad incrementare le presenze turistiche sul territorio per tutta l’estate.

Soddisfatti andiamo a coricarci, la partenza è prevista per le 7:00, apertura della griglia unica circa un’ora prima. Alle 5 siamo in piedi e dopo una veloce colazione ci dirigiamo verso piazza Galimberti. Un’alba caratterizzata da un vivido sole e dal cielo terso ci accoglie. Non fa freddo e la tosse non mi ha dato fastidio quindi mi accomodo sul lato sinistro della strada pronto a svoltare sul lungo perché non va dimenticato che il bivio tra i due percorsi arriva appena oltrepassato lo spettacolare viadotto Soleri, nemmeno due chilometri dopo lo start.

Saluto Davide Lauro che insieme a Emma Mana e a tutto il comitato organizzatore sta curando ogni dettaglio per la buona riuscita dell’evento, ma non manca mai di dispensare un sorriso a chi lo avvicina.

Inganno l’attesa chiacchierando con l’amico Marco Galliani che su percorsi così impegnativi sa esprimersi ad alti livelli ed infatti a fine giornata coglierà un bel terzo posto di categoria.

Alle 7:00 si parte, senza fretta, superare il viadotto Soleri è una sorta di passerella per l’onda di ciclisti giallo-nero vestiti che si infrange e si divide alla rotatoria posta al suo termine.

Anche i successivi chilometri verso l’imbocco della salita che porta al Santuario di Valmala scorrono tranquilli con Alberto poco distante. Ci salutiamo, ma non chiacchieriamo, meglio restare assolutamente concentrati in questo momento di gruppo compatto. Nessuno prova azioni da lontano anzi, l’andatura si fa ad un tratto tanto moderata che ho l’ardire di andare davanti per un centinaio di metri. Del resto quando mai mi ricapiterà l’occasione di non avere nessuno davanti?

So che è un fuoco di paglia e infatti all’imbocco della salita cerco di trovare il mio ritmo e mi lascio sfilare. Vengo passato da vari amici che mi salutano, tra cui i varesini della Rodman Ivan, Tommaso e Mirko. Anche Alberto allunga e non mi stupisce, gli ho pronosticato una chiusura sul filo delle 7 ore e così sarà.

Molti altri invece mi passano sbuffando e torcendosi sulla bici come se non ci fossero oltre 4000 metri di dislivello da affrontare tanto che scollinerò in 224esima posizione, ma da qui al traguardo ne recupererò quasi un centinaio.

La discesa seguente è molto tecnica e ben presidiata dai volontari. Non forzo, non è mai il caso di prendere rischi in una gara amatoriale, men che meno quando si ha l’opportunità di percorrere territori come il cuneese in giornate tanto belle.

Al termine della discesa si forma un bel gruppetto, circostanza che dà a tutti la possibilità di alimentarsi e che permette di giungere a Dronero alternandoci ai cambi. Qui resto davanti per affrontare con maggior tranquillità i cambi di direzione sul selciato del caratteristico borgo e soprattutto per godermi il passaggio sul cosiddetto ponte del Diavolo.

Un paio di carabinieri, numerosissimi lungo l’intero percorso una forte garanzia di sicurezza cui vanno ad aggiungersi le moto-staffette ed i volontari, ci instradano verso l’imbocco che via Montemale ci porterà a Piatta Soprana. Le temperature si stanno alzando ma si sta ancora bene e anche nei tratti più ripidi all’11% il 34x32 di cui dispongo mi consente di salvare la gamba.

Vengo raggiunto da un gruppo numeroso della Rodman Azimut e in particolare con tre di loro affronterò i prossimi chilometri, come al solito annoiandoli di chiacchiere. Bella la cornice di pubblico che ci incita lungo la salita e il panorama che spazia dalla sottostante pianura fino alla vetta del Monviso.

Alla scollinamento di Piatta mi fermo al ristoro per riempire le 2 borracce da 750ml di cui dispongo. Un gentilissimo volontario si fa avanti per prelevarle e riempirle mentre io ne approfitto per mangiare un po’ di crostata e frutta.

Segue una ripida discesa resa più insidiosa dall’alternarsi di luce ed ombra nel bosco e da alcune sconnessioni che però sono state puntualmente evidenziate dal comitato organizzatore. Giunto in fondo ritrovo i ragazzi della Rodman e con loro imbocchiamo la salita verso il Fauniera, non prima di aver fatto un po’ di cambi in doppia fila nel tratto pianeggiante che precede Pradleves. Una cosa divertente, non fosse che ora bisogna affrontare il Fauniera, nome datogli in tempi recenti forse perché il precedente titolo di Colle dei Morti faceva troppa paura. Da quando si entra nella forra e si inizia a risalire il fondo della vallata la pendenza non molla praticamente mai. Anche se non ci sono pendenze impossibili bisogna spingere sui pedali per tempi che vanno dall’ora e mezza dei primi a ben più di due ore per la maggior parte dei partecipanti.

Qualcuno sale zigzagando nei tratti più duri mentre per altri non basta l’incitamento del pubblico, in particolare dei tanti bambini presenti, ma devono accostare in preda a crampi improvvisi. Non pochi girano la bici e scendono verso Cuneo, impossibilitati a raggiungere la vetta. Per chi caparbiamente prosegue la voce del prete che celebra la messa nel Santuario di Castelmagno (località che dà il nome al tipico formaggio) anticipa la vista dello stesso cui si trova un punto di ristoro. Io ho ancora abbastanza acqua e preferisco non fermarmi confidando anche in un paio di bicchieri volanti che di solito è possibile recuperare più avanti.

Lungo la salita supero un ragazzo dell’organizzazione in sella ad una e-bike. Fa parte di un team incaricato di raccogliere quanto, diciamo per distrazione, esce dalle tasche dei partecipanti. Dato che per abitudine riporto tutto alla macchina e non mi è venuto in mente di svuotarmi le tasche al ristoro di Valmala, approfitto della sua presenza per passargli direttamente le cartacce fin qui accumulate, ringraziandolo e sperando che la sua presenza e quella degli altri ragazzi sia sempre più simbolica che realmente necessaria: non sporcare è relativamente semplice, essere costretti a pulire al contrario molto faticoso.

Giungo infine allo scollinamento dove trovo Tommaso che sta soffrendo un po’ per via di alcuni crampi. Appena il tempo di farsi riempire le borracce mentre bevo un caffè disponibile al ristoro e farci fare una foto quindi decidiamo di scendere insieme. La discesa del Fauniera è la tipica discesa su strada di montagna: carreggiata stretta, curve cieche, fondo ruvido e come la salita risulta lunghissima. In queste condizioni c’è tanto spazio per divertirsi sempre a patto di mantenere i giusti margini e concentrazione in una sequenza di curve, frenate e rilanci. Sottovaluto un’ondulazione del manto stradale in cui entro decisamente forte e questo mi costa una borraccia che viene sparata fuori dall’alloggiamento. Mi giro per verificare che non sia finita sotto le ruote di Tommaso o di alcuni altri partecipanti che abbiamo ripreso e che ora scendono dietro di noi. Per fortuna è rotolata ai margini della strada, spero solo che anche questa involontaria sporcizia sia stata raccolta dai ragazzi in e-bike.

Sono passati 30 minuti quando arriviamo a Demonte e la discesa si può dire finita. Lo spazio di pochi cambi ed approcciamo l’ultima salita di giornata che porta alla Madonna del Colletto. Tommaso recupera una borraccia d’acqua da un ristoro del suo team, la Rodman, e me la passa. Lo ringrazio, così non dovrò fare economie sull’acqua da qui a Cuneo o fermarmi in cima al Colletto.

Anche a causa del raffreddore avevo patito un po’ il Fauniera nella parte sopra i 2000m, invece qui a quote inferiori ritrovo un buon ritmo. Moltissimi invece salgono addirittura a piedi.

Anche Tommaso si sente bene tanto che allunga e, nonostante mi attenda per un po’ al ristoro, inizia la discesa quando ancora non ho scollinato. Io transito di lì a poco e con altri due partecipanti rientriamo su di lui e su altri due proprio alla fine della discesa.

In sei ora andare a Cuneo dovrebbe essere quasi una formalità considerato che si tratta di 20 chilometri con il naso leggermente all’ingiù. Davanti a noi una moto-staffetta ci apre la via. Ci siamo già dati alcuni cambi quando arrivato in coda al gruppo vedo che Tommaso ha perso una decina di metri. Capisco che si tratta di nuovo di crampi e rallento quel poco che basta da offrirgli un po’ di scia ed agevolarne il rientro.

Proseguiamo saltando concorrenti attardati del medio e anche qualche lunghista che si è trovato da solo. Questi ultimi si aggregano e il gruppo sempre più numeroso aumenta la velocità. Purtroppo, in prossimità di un cementificio, un brusco rallentamento seguito da un breve strappo risulta fatale per i muscoli già provati di Tommaso. Continuiamo a darci cambi regolari e percorriamo gli ultimi cinque chilometri a poco meno di 50 chilometri orari fino a quando, in vista dell’ultima curva a 200 metri dal traguardo, decido di anticipare la volata. Esco di scia ed accelero prendendola all’esterno per non ostacolare nessuno ma anche se allungo di qualche metro alla fine nessuno rinviene e taglio il traguardo con uno sguardo al fotografo.

Ringrazio un ragazzo che ha tirato molto negli ultimi chilometri e, dopo che una miss mi ha posto al collo la medaglia di finisher, mi dirigo al pasta-party. Qui trovo Alberto, che ancora non si capacita di essere riuscito a chiudere sotto le 7 ore, e Roberto che dopo avere concluso il percorso medio ovviamente si è già lavato. Ci raggiunge anche Mirko che nonostante sia arrivato quasi un quarto d’ora prima di Alberto e quaranta minuti prima di me ancora non ha mangiato perché si era fermato a chiacchierare.

Ma del resto tale è l’atmosfera di festa che si respira che non si vorrebbe mai andar via dalla zona d’arrivo. Tutti oggi abbiamo corso con la stessa maglia, senza distinzione di squadra o paese di provenienza. Tutti ugualmente meritevoli dal primo all’ultimo che impiegherà ancora diverse ore per giungere al traguardo.

Fatta la doccia, ci gustiamo un gelato passeggiando sotto i portici mentre il centro di questa splendida cittadina si prepara ad illuminarsi per una serata particolare. A malincuore dovremo aspettare un altro anno per correre La Fausto Coppi, ma chissà che non si torni qui prima per godere di tutte le bellezze di questo angolo d’Italia.

By Davide Sanzogni

 Bazzani e la sua undicesima Maratona Dles Dolomites, nell'anno dell'Equilibrio. Uno spettacolo senza pari. Un viaggio tra scenari da togliere il fiato, tra i più belli che la Natura abbia mai disegnato. 

2 luglio 2018, Bolzano - La Maratona dles Dolomites è sempre un grande spettacolo, un grande evento internazionale che richiama ciclisti da 63 paesi in tutto il mondo, attratti dalla bellezza delle montagne e da un contesto organizzativo che, giunto alla 32^ edizione, rasenta la perfezione. Quest'edizione è dedicata al tema dell’Equilibrio, fortemente voluto dall’organizzatore Michil Costa per sottolineare l’importanza di tornare a una vita a misura d’uomo, nel rispetto della natura che ci circonda, in piena armonie di forze tra corpo, mente e ambiente. E questo “Ecuiliber” è stato il riferimento di questo nostro lungo week-end in terra altoatesina.

Giungiamo in Val Badia nel pomeriggio di venerdì, forse un po’ tardi per godere a piena del clima di festa che si respira ogni volta che si viene da queste parti. L’aria è già elettrica con la zona del ritiro pacchi gara e del villaggio espositivo che brulicano e di appassionati. Io sono alla mia undicesima partecipazione e ogni luogo e ogni dettaglio mi suonano familiari, anche se ogni volta arrivare tra i Monti Pallidi regala un’emozione che si rinnova. Ancora più emozionato è mio fratello Marco, alla sua prima partecipazione a questo evento, che condivide con me questa trasferta. La tensione sale via via che si avvicina il momento della partenza: per un giorno intero avremo le strade e i passi tutti dedicati alle ruote delle bici. Purtroppo, negli altri giorni dell’anno i motori invadono queste strade, rendendo poco sostenibile e poco equilibrata la vita di queste montagne: è una battaglia, quelle delle battaglie da dedicare alle chiusure dei passi, che viene condotta da tempo con la poca condivisione delle istituzioni. La mattina di domenica giunge molto presto.

La sveglia è posta a orari notturni e si ha sempre la sensazione di aver dormito e riposato poco. Non c’è però da indugiare e si affrettano i preparativi per l’ingresso in griglia. Marco esce che ancora buio per assicurarsi i posti migliori, io me la posso prendere più comoda visto che beneficio della prima griglia. Qui ritrovo gli amici di sempre, compagni di tante battaglie, tra cui molti dei favoriti della gara che cercano la giusta concentrazione. Poco più avanti i vip qui presenti in gran numero, soprattutto quelli del mondo dello sport con campioni di biathlon, sci di fondo e sci alpino ma anche di ciclismo con la presenza del neo campione italiano Elia Viviani. Tra gli ospiti anche Alex Zanardi sulla sua handbike, che testimonia con il suo esempio la possibilità per tutti di trarre opportunità da eventi tragici.

La partenza ha l’impatto di un’esplosione fragorosa. Qualcuno dei migliori tenta già la fuga nel tratto di leggera salita che porta da La Villa a Corvara, mentre l’enorme gruppo costituito dagli oltre 9500 ciclisti prende lentamente il via. Sul Campolongo davanti si forma un drappello di una ventina di unità, mentre dietro ognuno procede con il suo passo. Proseguo in compagnia dell’ottima Chiara Turchi e di Chicco Pellegrino, campione mondiale di sci di fondo che pratica ciclismo per integrare la sua preparazione atletica. Il Passo Pordoi ha una bellezza struggente, impossibile da descrivere se non vissuta direttamente: il lungo serpentone di ciclisti che affollano i tornanti della strada, il sole basso che illumina di smeraldo gli immensi prati che fanno da cornice alle rocce rosa del Sass Pordoi. “Questa non è una gara, è un sogno” mi dice Francesco mentre condivide con me questo scenario.

Percorro buona parte della salita con il plurimedagliato campione di biathlon Dominik Windish e sorrido quando, incrociando Paolo Bettini, mi chiede se le sue tre medaglie di bronzo possono valere l’oro del campione di ciclismo. Anche sul Passo Sella, che attacchiamo con le gambe rese fredde dalla discesa, rimaniamo senza fiato alla vista del Sassolungo e delle Torri del Sella: le mie amiche montagne sono sempre tutte lì, a emozionarci con la loro maestosità. Qui faccio veramente fatica ma per fortuna la salita dura poco. In discesa vengo superato dall’amico Luca Bortolami, maledicendo la mia scarsa propensione in questo esercizio, che mi impedisce di continuare la gara con lui.

Superato agevolmente il Passo Gardena, ci gettiamo a piena velocità verso il passaggio da Corvara dove i ciclisti che scelgono il percorso Classic termineranno le loro fatiche. Per tutti gli altri si prospetta la seconda scalata al Campolongo e un lungo tratto veloce che porta alla divisione dei percorsi. Svolto senza indugio verso il percorso lungo, pronto ad affrontare il Passo Giau, vero moloch della corsa. Lo attacco con rispetto, poi scopro con sorpresa che la gamba è ancora discreta: la velocità però non la scegliamo, gambe e pendenze hanno già deciso per noi. Quota 2000. Il respiro si fa affannoso, ma la vista del Nuvolau e dell’Averau fungono da ristoro per la mente.

Dopo la veloce e splendida picchiata verso Pocol attacchiamo il Passo Falzarego, dove troviamo la brutta sorpresa del vento contrario che ci accompagnerà fino in cima al Valparola. Ho un momento di vuoto e devo lasciare il gruppo con il grande Miguel Indurain, che nel frattempo si era formato, e il prosieguo della salita diventa un calvario. Ma non si molla, basta solo ritrovare il proprio equilibrio, e in un battito di ciglia ci ritroviamo in discesa verso San Cassiano. Qui la bella sorpresa dell’incontro con mio fratello Marco, impegnato sul percorso medio, che invito a seguirmi. Sarà bello arrivare insieme sul traguardo.

Il Mur del Giat è solo apparentemente una coltellata micidiale per i muscoli, in realtà è una festa che affrontiamo con il sorriso tra le grida di incitamento dei tanti tifosi presenti. Un regalo fantastico che ci siamo meritato. La pelle si increspa quando ci apprestiamo a fare le ultime svolte, destra sinistra, ed ecco il rettilineo finale. Conosco già questa emozione e me la voglio gustare fino in fondo, rallentando negli ultimi metri. Bellissimi anche i volti dei finisher che continueranno ad arrivare per ore: rimango alcuni minuti a guardarli apprezzando la loro tenacia e la loro voglia di raggiungere la loro personale vittoria.

Le cronache parlano della vittoria del lucano Tommaso Elettrico e della tedesca Cristina Rausch nel percorso lungo, e del toscano Matteo Cipriani e della cuneese Annalisa Prato sul medio. Ma a noi piace ricordare questa edizione con le tante storie scritte da quei ciclisti che oggi si sono goduti, in pieno equilibrio con la natura, una giornata fantastica. Raccontarle tutte non è possibile, ma le conserveremo nel nostro cuore.

 

Testo di Michele Bazzani - Foto del Comitato organizzatore

Michele Bazzani racconta la sua bella giornata passata insieme alle Comari della Maratona a "ripulire" dai rifiuti le splendidi Dolomiti.

3 luglio 2018, Bolzano - Sono da poco passate le otto di un tranquillo lunedì mattina dolomitico. Le luci, i suoni e i colori della Maratona dles Dolomites disputata il giorno prima, sono oramai un ricordo, un bellissimo ricordo. Alcuni ciclisti salgono in silenzio i tornanti del Campolongo nella consueta sgambata del lunedì, mentre il Sassongher vigila sonnacchioso incappucciato da qualche nuvola mattutina.

Ma non per tutti la Maratona è finita: un gruppo di persone, attrezzati di guanti, sacchi e pinze, si distribuisce lungo la strada per ripulire la strada dai rifiuti lasciati dal passaggio della corsa del giorno prima. È il gruppo de “Le Comari della Maratona” che, oramai da oltre dieci anni, coadiuva l’organizzazione e i volontari nel cancellare le tracce di chi, non avendo compreso lo spirito del suo passaggio tra le montagne, aveva lasciato ricordi non graditi. Le “Comari” sono anche loro ciclisti e con il loro contributo, oltre ad assicurare un servizio effettivo di pulizia delle strade, intendono lanciare un messaggio di mantenimento dell’equilibrio ecosostenibile della bella festa del giorno prima, cercando di sensibilizzare i colleghi nel rispetto della banale regola di non gettare rifiuti e cartacce durate la corsa.

Proprio alla vigilia della gara Michil Costa aveva lamentato l’eccessivo uso della plastica nella nostra esistenza quotidiana e della necessità di uno stile di vita più consono al rispetto della natura. E veramente stringe il cuore nel vedere sporcare le nostre belle montagne da parte di chi, i ciclisti, dovrebbe solo ammirarne e goderne ogni aspetto. Per questo quest’anno ci siamo uniti alle “Comari” andando a condividere questa esperienza catartica, unendoci a Massimo, Luca, Ettore, Maria Luisa, Riccardo, Roberta e Isabella. Gli involucri delle barrette e dei gel che invadono i cigli della strada vanno a riempire i nostri sacchi. Ma con nostra grande sorpresa si nota che ci trova di tutto, anche i resti dei gitanti domenicali che non hanno niente a che fare con la corsa e che sicuramente non comprendono che, lasciando i loro rifiuti sparsi per i prati, rischiano di rovinare uno scenario da sogno: bottiglie di vetro e di plastica, fazzoletti, carta stagnola, perfino una scarpa… Un brivido ci scuote quando alcuni ciclisti, passando, ci salutano e ci ringraziano per il nostro lavoro, mostrando di capire il messaggio. Così rinfrancati completiamo il nostro lavoro, andando poi a riunirsi con gli altri ragazzi cui erano stati assegnati altri tratti di strada: alla fine nel solo tratto tra La Villa ed Arabba abbiamo riempito undici sacchi di immondizia. Perlomeno fino alla prossima occasione le montagne tornano a respirare, con l’auspicio che ogni volta, grazie anche a queste opere di sensibilizzazione, la spazzatura raccolta si riduca di anno in anno.

Adesso il lavoro dei volontari è veramente finito. E adesso inizia la loro festa. Come si abbassano le luci della sera il comitato organizzatore, riconoscente, dedica loro una serata speciale presso il Palaghiaccio ringraziandoli del loro lavoro a nome di tutti i partecipanti. È anche e soprattutto per merito loro che la Maratona dles Dolomites può svolgersi ogni anno diventando, come le montagne che ci avvolgono, sempre più bella …

Testo di Michele Bazzani

Michele Bazzani ci racconta la sua Granfondo Straducale, una manifestazione da sempre sinonimo di alto livello organizzativo e di percorsi affascinanti e impegnativi. 

26 giugno 2018, Urbino (Pu) - La città di Urbino ha il fascino elegante di una donna del Rinascimento. Nel centro storico, dominato dalla imponente mole del Palazzo Ducale, ogni angolo è curato alla perfezione. Questo fantastico scenario fa da cornice alla granfondo Straducale, giunta quest’anno alla sua quattordicesima edizione, e che della città di Urbino riprende la qualità tendente alla perfezione e la cura di ogni singolo dettaglio. A fare da padrone di casa il simpatico e vulcanico Gabriele Braccioni, presidente del comitato organizzatore che trovo impegnato negli ultimi preparativi della vigilia, come un vero Duca nel governo della sua città. Siamo nel Collegio Raffaello, centro nevralgico della manifestazione, che ruota attorno alla centrale Piazza della Repubblica, nelle cui prossimità sono concentrati tutti i servizi per il granfondista. Dopo il consueto rito del ritiro del pacco gara, va in scena una simpatica maratona di spinning che anima l’ora dell’aperitivo. La serata della vigilia si conclude piacevolmente con una cena in compagnia in un ristorante tipico di Urbino: ancora una volta mi dimentico della gara dell’indomani e il mio avvicinamento non è proprio perfetto, sia sotto il profilo dell’alimentazione che per il poco riposo notturno che mi resta.

Il risveglio mi coglie comunque rinfrancato e di buon umore. Consumo un’abbondante colazione ed esco a respirare l’aria mattutina. Nel cielo di un azzurro irreale splende già un bellissimo sole, ma l’aria è fresca: a differenza degli anni scorsi, con tanta afa, oggi il clima sembra dalla nostra parte. Anche se è ancora presto, mi reco già alla partenza, allestita come di consueto sotto gli spettacolari torricini del Palazzo Ducale. Qui incontro Emanuele Feduzi, sindaco del comune limitrofo di Fermignano, ottimo ciclista che parteciperà alla gara, palesando un’ottima preparazione nonostante i tanti impegni istituzionali. In griglia incontro tanti amici e volti noti delle granfondo: da Daniele Bertozzi, alla guida del suo numeroso e agguerrito Team del Capitano, a Diego Rombaldoni che, con la sua inconfondibile allegria, si appresta a una allegra pedalata in compagnia condita con poco agonismo e tanta condivisione; più avanti ci sono le donne, Cristina, Chiara, Veronica, che celano dietro i loro sorrisi un po’ di tensione per la gara che le attende per un buon risultato. Questa partenza nasconde sempre un’emozione: e anche stavolta Gabriele ci fa venire i brividi sulla pelle, con la consegna del premio alla memoria di Raniero Giannotti, sportivo urbinate prematuramente scomparso, dedicato all’atleta che si contraddistingue per sportività e fair play, alla presenza della moglie Nadia e del figlio Luca. Quest’anno il premio va a Mauro Sanchini, pilota e collaudatore di moto, nonché commentatore tecnico della moto GP per Sky: a lui, che è anche un forte ciclista locale, va anche il numero uno della gara e l’applauso di tutti gli sportivi presenti.

Poi mi concentro anch’io: i primi chilometri del percorso sono piuttosto complicati, non tanto per l’altimetria, visto che si tratta di veloci saliscendi, ma per la tortuosità della strada e della voglia di tanti di tenere le migliori posizioni.  Purtroppo le sensazioni sono da subito negative e devo sfilarmi, perdendo posizioni nel gruppo alla ricerca della giusta pedalata. Con una rapida discesa planiamo verso Urbania e il fondovalle del Metauro, che risaliamo verso S.Angelo in Vado. I gruppi sono ancora compatti ma la vera battaglia deve ancora cominciare. Un repentino cambio di velocità mi coglie impreparato, mentre imbocchiamo la strada che conduce verso il Passo dello Stregone, novità introdotta lo scorso anno, che raggiungeremo con due tratti di salita intervallati da una breve discesa. Continuo fare fatica e perdo posizioni lasciando andare i gruppi migliori: “sarà la maledizione dello Stregone”, penso, mentre cerco di impormi un’andatura accettabile, frustrato anche dal fondo stradale poco scorrevole.

Poi piano piano, come un incantesimo che finisce, la gamba comincia a girare e inizio a recuperare posizioni. Lo Stregone viene presto domato e ci lanciamo in una discesa dove c’è da fare attenzione al fondo stradale. Attraversato il bel borgo di Apecchio si riprende subito a salire in un continuo crescendo di difficoltà: le prime rampe verso Acquapartita sono le più difficili ma finalmente ho ritrovato il passo dei giorni migliori. Raggiungo Cristina, che saluto incitandola, e mi preparo mentalmente al Monte Nerone, il Gigante che si staglia già di fronte al nostro sguardo. Per recuperare energie scendo con tranquillità fino a Pianello, dove una secca svolta a sinistra ci introduce su quella mulattiera che ci porterà in cima alla vetta culminante di questa granfondo.

Le pendenze sono subito arcigne, mentre il fondo stradale con asfalto approssimativo e tanta ghiaia rende il nostro incedere ancora più difficoltoso. La scalata al Monte Nerone assume ogni volta il sembiante di un’impresa epica. Come cavalieri erranti ne aggrediamo le pendenze, ma ne veniamo respinti con la velocità che scende man mano che si sale. Ogni tornante nasconde un’insidia: anche se il calore non è opprimente e le borracce si svuotano rapidamente, mentre il vento cambia di direzione a ogni svolta della strada. Stiamo scalando il lato aperto della montagna, senza nemmeno un albero a darci riparo. In compenso il panorama diventa sempre più scenografico con le vette del Monte Petrano e del Monte Catria che si stagliano a breve distanza. Vedo i tendoni del ristoro idrico come una liberazione e accelero. La sosta per riempire le borracce si rivela provvidenziale perché l’andatura aumenta e divoro gli ultimi difficili chilometri di scalata, nonostante la fatica che si impadronisce dei miei muscoli. Siamo in vetta, ma prima di scendere ci sono ancora alcune difficoltà: una rapida discesa in mezzo a una cupa boscaglia e una salitella esposta al vento che sembra diventare eterna. Poi finalmente giunge la lunga discesa… e la liberazione dal Gigante.

La affronto con la dovuta cautela, anche perché sono solo e devo attendere compagni di viaggio per affrontare gli ultimi cinquanta chilometri di gara. La compagnia si materializza con i volti di Marco Orsini e Maurizio Cianflone, note conoscenze delle granfondo e ottimi pedalatori. Con loro concordiamo di procedere regolari: so che il peggio è passato ma ci sono ancora due salite impegnative da gestire prima dell’arrivo. Superiamo il Monte Cagnero senza grossi patemi, mentre sull’ultima salita dei Gualdi la fatica comincia a far segnare il rosso della riserva. Per ricompattarci ci fermiamo al ristoro dove vengo travolto dalla simpatia degli addetti, in particolare di una bambina felicissima di riempirmi ancora la borraccia. Rinfrancati da tanti sorrisi voliamo letteralmente l’ultimo tratto verso l’arrivo. I torricini del Palazzo Ducale sono lì di nuovo ad attenderci, ma per raggiungerli occorre superare una difficile rampa in pavé: per oggi non ci siamo fatti mancare niente, ma questo arrivo regala sempre stupende emozioni. Mi getto sul ricco ristoro dell’arrivo, completamente svuotato nel fisico ma felice nell’animo, e ritrovo volti noti come la bella Marilisa che coordina le operazioni e l’immancabile speaker Ivan Cecchini che mi ferma per le prime dichiarazioni a caldo.

Le fasi del dopo gara parlano di amicizia e di condivisione di esperienze. Chiara Turchi è felice per il suo terzo posto nella classifica femminile, ma soprattutto per aver trovato voglia e coraggio di sfidare il percorso lungo e di aver domato il Gigante Nerone. Maurizio mi saluta con ancora negli occhi l’entusiasmo della cavalcata finale, mentre gli amici romani Roberto e Fabrizio portano a termine la loro ennesima esperienza in terra marchigiana, che quest’anno hanno eletto come loro campo di battaglia preferito. Poi, tra un gelato e una birra in compagnia le ore volano e arriva anche il momento di ripartire. Mi volto per l’ultima volta, vedo i torricini: anche questa volta la difficoltà maggiore della Straducale è andarsene di qui.

By Michele Bazzani

 

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