Ötztaler, quando la montagna diventa epica

 Michele Bazzani ci racconta la sua quarta volta alla Ötztaler RadMarathon, la prima per i propri compagni di team, spinti a questa avventura dai racconti letti sulle precedenti edizioni. 

4 settembre 2018, Sölden - L’Ötztaler RadMarathon è una delle più belle e affascinanti manifestazioni del panorama cicloamatoriale per l’estrema difficoltà del percorso di alta montagna, per l’atmosfera da grande evento che si respira a ogni angolo, per l’entusiasmo del pubblico sempre presente a incitare e per l’incertezza delle condizioni meteo. Un appuntamento, quindi, al quale è difficile rinunciare.

Per me è la quarta partecipazione consecutiva e per l’occasione sono accompagnato dai miei compagni di team, tutti alla loro prima esperienza e trascinati dai racconti che avevano letto sulle precedenti edizioni. Condividere con degli amici questa esperienza mi rende particolarmente felice. E così venerdì mattina il nostro furgone, carico di bici e di entusiasmo, si muove alla volta di Sölden. Mentre saliamo sul passo del Rombo, assieme all’adrenalina cresce anche l’apprensione, in virtù delle terribili condizioni meteo, con pioggia e freddo annunciati anche per i giorni seguenti. Fabio, Massimo e Metello sono eccitati come ragazzi al primo giorno di scuola, mentre il cubano Elduys sfoga il suo nervosismo con il junk food. Più tranquilli Stefano e Alberto, ma se i loro sguardi mostrano preoccupazione.

A Sölden la pioggia incessante raffredda un po’ l’elettricità dell’atmosfera pregara: è ancora presto per entrare nel vivo per cui optiamo per un pomeriggio di relax all’AquaDome di Langenfeld. Sempre per maltempo salta anche la sgambata del sabato mattina, con le ore che trascorrono lente tra un aggiornamento sulle previsioni meteo e infiniti dibattiti su come vestirsi in gara. Il pomeriggio mi concedo un’escursione a 3000 metri per la visita dell’installazione cinematrografica “007 Elements”, recentemente inaugurata, sul luogo dove sono state riprese alcune scene di un film di James Bond: da queste parti tutto è spettacolo e ogni occasione è buona per creare  nuove infrastrutture, rendendo la valle dell’Ötztal un paradiso per il turismo.

La mattina della domenica si presenta asciutta. Non mi faccio illudere e indosso tutto il materiale antipioggia preparato la sera prima, tra cui spicca la mantellina in goretex su cui faccio affidamento per le condizioni estreme. L’attesa in griglia è breve ma sempre emozionante, soprattutto quando lo speaker ci carica in vista del countdown della partenza. I primi chilometri sono condotti a ritmo meno sostenuto rispetto al passato, complice un vento che spira in senso contrario alla nostra marcia. Evito una brutta caduta in una curva in discesa, ma devo mettere il piede a terra. All’attacco del Kuthai, prima salita di giornata, sento quasi caldo e inizio a sudare per la tanta umidità nell’aria. Qui le rampe sono subito dure e saliamo compatti a ritmo blando in attesa di trovare spazio per avanzare. Le sensazioni sono buone e provo ad aumentare. Purtroppo, le gocce che iniziano a posarsi poco dopo sui manicotti, non sono condensa ma una prima avvisaglia di pioggia che si fa più insistente salendo verso la vetta. Qui incontro e saluto due vere leggende dell’Ötztaler, come Luca Bortolami e Paolo Rocchi, entrambi alla 15° partecipazione. Dopo una breve sosta al ristoro, utile anche per infilare la mantellina, mi getto nella fredda discesa. Tre gradi. Diluvio. Le ruote fendono l’acqua che inonda la strada, le mani stringono i freni con la speranza che funzionino, il corpo si irrigidisce, non pedalo. Freddo. Vedo passare un sacco di ciclisti, sagome anonime e irriconoscibili, anche loro prudenti ma più a loro agio di me. In fondo alla discesa medito il ritiro, poi mi scuoto. “Il ciclismo è uno sport di m…. se hai freddo vai in testa a menare!” mi ritorna in mente. E così faccio. Passa la crisi, mentre in un folto gruppo attacchiamo la lunga e dolce salita che porta al Passo del Brennero. La compagnia del marchigiano Giacomo mi rallegra l’ascesa così come le manine tese dei bambini di Matrei e Steinach ai quali non nego il mio “cinque”. Nel frattempo, è smesso di piovere e la discesa verso Vipiteno, peraltro molto facile, passa in modo più tranquillo. Ma ora inizia la vera Oetztaler.

Il Passo del Giovo non concede attimi di respiro e la sua costante pendenza ti esaurisce progressivamente. Faccio fatica a mantenere il ritmo impostato a inizio salita, complici i muscoli induriti per il freddo. Il ristoro, posto a un chilometro dalla vetta, giunge come una liberazione e mi fermo per fare scorta di viveri e acqua. Qui trovo Fabio e Massimo che mi avevano superato nella discesa del Kuthai, senza che mi rendessi conto. Ripartiamo praticamente assieme, ma un nuovo incubo, sotto forma di nebbia e visibilità nulla, si presenta subito aldilà dello scollinamento. Li vedo sparire nella massa lattiginosa e non ho altre soluzioni che seguire la striscia sull’asfalto che delimita la carreggiata. Dopo qualche chilometro si torna a vedere e sale anche l’umore. Siamo a San Leonardo in Passiria, all’attacco del mostro di giornata, il Passo del Rombo, che con i suoi ventinove chilometri di salita ci rinnova la consueta sfida. Lo attacco con decisione ma con rispetto. “Qui non decidi tu come andare, decidono le tue gambe e le energie residue”. Scopro con piacere che non ho ancora intaccato la riserva e, complice il clima fresco, non soffro come negli anni scorsi. Ma la salita è dura e infinita. Supero il collega giornalista Maximilian, più volte incrociato in gara, che mi invita a non farmi più vedere. Poco prima di metà ricomincia a piovere e mi fermo nuovamente a indossare la mantellina. Quando la strada spiana cominciano ad affiorare i crampi. Terrorizzato decido di saltare il ristoro di Shonau, dove vedo fermi Fabio e Massimo, e aggredisco l’ultimo tratto di salita, quello più duro. Qui finalmente il meteo ci regala una lieta sorpresa: un raggio di sole fa breccia tra le nuvole e mostra un panorama straordinario. Rinfrancato percorro gli ultimi tornanti dove svolazzano le maglie dei non-finisher degli anni scorsi. È l’ultima sfida, poi arriva la galleria numero sedici, che segna che la prova è vinta. Quasi. Nel falsopiano che porta in vetta sciolgo l’ultimo dubbio: niente sacca con indumenti invernali che avevo inviato sul Rombo, prefigurando il peggio, e mi getto in discesa. Il selvaggio panorama dei primi chilometri fa posto, dopo la consueta coltellata della Mautstelle, al ridente paesaggio della Ötztal, incorniciato dai ghiacciai. Ritroviamo il vento contrario che rallenta la nostra marcia nel finale, ma non la nostra voglia di conquistare il traguardo. Sotto, dietro una curva, appare Sölden ed è un’emozione unica. All’ultima curva sento l’incitamento di Metello che è stato costretto al ritiro per uno sfortunato incidente. Poi taglio il traguardo mostrando con la mano il numero quattro. È fatta. Nel giro di pochi istanti arrivano anche Fabio e Massimo e ci abbracciamo felici per il traguardo conquistato. Nei loro occhi leggo la gioia della prima volta e la voglia di esserci anche l’anno prossimo.

Ci saranno anche Metello e Alberto (anche lui ritirato per pioggia e freddo) che meritano una rivincita, mentre Elduys giunto al traguardo sconfiggendo tante difficoltà giura che è l’ultima volta. Non ci crediamo. Anche Stefano ha vinto, in silenzio e caparbietà, la propria sfida ma conta di tornare per soffrire di meno la salita del Rombo. Una bella storia la racconta anche Paolo, esperto ciclista di Faenza, che dopo un’estate con polmonite e frattura di una costola, ha saputo reagire e presentarsi per finire la maratona austriaca in un tempo discreto.

La cronaca racconta della vittoria dell’austriaco Mathias Nothegger che nel finale del Rombo stacca il bravissimo comasco Samuele Porro, ma ancora più sorprendente è il terzo posto di Patrick Hagenaars, ex agonista di combinata nordica che dovette interrompere la sua carriera per un grave incidente che gli costò l’amputazione del braccio e che ora pedala con una protesi in carbonio: da ammirare più di ogni altro per la sua determinazione che lo ha portato a inventarsi una nuova vita agonistica nonostante la grave menomazione.

Ma gli applausi oggi sono per tutti. Dopo il nostro passaggio il cielo sul Rombo si è richiuso e ha ricominciato a scaricare pioggia e nevischio. Gli ultimi arrivati sono maschere di freddo e fatica miste a gioia, per aver coronato il sogno di diventare finisher. E un ultimo applauso va anche a chi ci ha applaudito e incoraggiato per tutto il giorno, nonostante il meteo avverso. Anche grazie a loro questa l’Ötztaler RadMarathon ha un fascino del tutto speciale. E torneremo ad assaporarlo.

Testo di Michele Bazzani. Foto di Ufficio Stampa Ötztaler - Sportograf - Michele Bazzani

 

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