Nove Colli: vittoria per uno, festa per tutti

Il racconto di Michele Bazzani della festa dei 12.000 a Cesenatico (Fc), quella Nove Colli che tutti sognano.

23 maggio 2018, Cesenatico (Fc) - È un’alba magnifica quella che illumina il porto canale di Cesenatico nella prima mattina di domenica. Il sole fa capolino spuntando dal mare e scopre uno scenario favoloso, con migliaia di ciclisti che già da un’ora stanno occupando le griglie di partenza loro assegnate. È un tripudio di colori e allegria, con la voce degli speaker che risuona a ogni angolo. Con l’approssimarsi dell’orario di partenza i volti si fano sempre più tesi e concentrati. Poi un colpo di cannone, i coriandoli nel cielo e la prima griglia che si muove a gran velocità sulla strada che porta verso l’interno. Da zero a cinquanta in pochi secondi. E il cuore balza in gola, non solo per la fatica. Ci vorranno diverse decine di minuti per far muovere tutti i 12.000 ciclisti verso la loro avventura. È la Nove Colli, la più grande manifestazione ciclistica italiana per numero di partecipanti, una festa assoluta del ciclismo, che si ripete ogni anno, oramai da 48 edizioni, un rito al quale decisamente non si può rinunciare.

In realtà la festa inizia già dal venerdì con la tradizionale Fiera Ciclo & Vento che accoglie tanti espositori legati al mondo della bicicletta ed è subito una buona occasione per ritrovare e salutare vecchi amici e compagni di pedalate. Qui infatti trovi quasi tutti. Ma l’elettricità aumenta con il passare delle ore, con le manifestazioni collaterali – come la partenza della Nove Colli Running – che vivacizzano la giornata del sabato, con il momento fatidico della partenza che si avvicina…

La sveglia è programmata molto presto, ancora a notte fonda, e per questo tutti i riti del sabato saranno anticipati: passeggiata e gelato con i compagni di squadra, cena a orari teutonici, due chiacchere per digerire scambiandosi le ultime impressioni e le battute per allentare la tensione che inevitabilmente cresce. Come tutti faccio fatica a prendere sonno e come tutti maledico la sveglia che ci butta giù dal letto nel momento più bello. C’è da affrettarsi perché la griglia chiama. Ho avuto l’accortezza di preparare tutto la sera prima e sono pronto in un attimo. Esco che è ancora buio pesto ma l’oscurità è rischiarata a sufficienza dai lampioni e dai fari delle auto dei ciclisti che arrivano per la gara. Per fortuna non fa freddo e opto per uscire subito con la divisa da gara e una generosa dose di olio riscaldante spalmata sulle gambe. Poi l’attesa, condivisa con gli amici trovati in griglia, dal toscano Riccardo sempre pronto alla battuta che mi lancia simpaticamente il guanto di sfida, al perugino Massimo sempre elegantissimo nella sua divisa del glorioso team Blue Velo.

Partendo in griglia rossa, i primi chilometri di gara pianeggianti scorrono via velocissimi ma senza correre rischi particolari. Qui tutti o quasi sanno guidare bene la bici in gruppo. Ho quindi tempo e modo di ascoltare le mie sensazioni: la temperatura fresca mi fa sentire bene, ma sento la muscolatura leggermente contratta per la partenza a freddo. Rilascio un dente per aumentare la cadenza di pedalata e vengo affiancato dai compagni di squadra Stefano, Massimo e Fabio. Assieme voliamo via la prima salita di Bertinoro recuperando posizioni, con l’ottimismo e l’entusiasmo che crescono dentro di me. Purtroppo dopo la picchiata verso Fratta Terme e Meldola avviene un episodio increscioso: molti ciclisti del primo gruppo si fermano ai lati della strada vittime di forature. Ci si mette poco a capire quello che sta succedendo: nella notte qualche delinquente sociale aveva gettato dei chiodi sulla strada per rovinare la festa. Nel gruppo monta il panico, mentre con l’amico Andrea cerchiamo di restare il più possibile al centro della carreggiata per limitare i rischi. Alla fine usciamo indenni dalla foresta di Piandispino per affrontare, rasserenati, la seconda salita di Pieve di Rivoschio. Qui la mia gara ha una svolta: le sensazioni cominciano a peggiorare e capisco che non posso tenere il ritmo sperato. Mi lascio sfilare quel tanto che basta per conservare le energie e mantenere comunque un ritmo dignitoso: qui spesso l’esperienza fa la differenza e io metto in gioco i vantaggi della mia undicesima partecipazione. Rispetto alle aspettative l’asfalto è in buone condizioni per i molti interventi di ripresa effettuati, così che in discesa si può lasciare andare la bici. Il Ciola è spesso sottovalutato, ma personalmente lo trovo durissimo: qui comincia a emergere la fatica vera. Vedo passare a doppia velocità Fabio Cini, partito dalla griglia bianca e lanciato in un inseguimento solitario impossibile ma affascinante. Il Barbotto invece è sempre molto temuto, soprattutto per l’ultimo ripido chilometro: qui ritrovo lena e salgo deciso, cercando sempre di non esagerare. Per chi farà il percorso corto da 130 chilometri è l’ultima asperità e può dare tutto.

Per chi opta per il lungo la vera Nove Colli deve invece ancora cominciare. Recupero una borraccia di fortuna da uno spettatore e mi lancio nella discesa che ci porta nella valle dell’Uso. Sono da poco passate le 9 ma il caldo si fa già sentire e diventa opprimente quando andiamo ad affrontare le ostiche pendenze del Monte Tiffi e del Perticara, affrontate in rapida successione. Sono costretto a fermarmi ancora al ristoro per riempire le borracce. In questa fase e nel successivo Pugliano la gara assume per molti i connotati di una lotta di sopravvivenza. Il settimo scollinamento regala la vista emozionante della rocca di San Leo, cui non si può prestare troppa attenzione perché la discesa è tecnica e veloce. Piega. Il cartello di una località suona ironico invitandomi a un miglior stile di guida in discesa, da sempre mio limite cronico al punto che la salita, stavolta quella pedalabile del Monte Siepi, giunge quasi come una liberazione. Mi guardo intorno per formare un gruppo che sarà molto utile nel prosieguo. Approfitto del tratto di pianura che porta sotto il Gorolo per alimentarmi a dovere, visto che sento le forze che mi stanno abbandonando. L’inizio dell’ultimo dei colli è pieno di rispetto per il timore di crampi, poi vengo scosso dall’amico Tiziano che giunge da dietro alla testa di un gruppo numeroso e ricevo nuovi stimoli per reagire e restare con loro.

Gli ultimi chilometri, con la discesa ondulata e la pianura ventosa, hanno il ritmo frenetico tipico di un gran finale. Qui incrocio e saluto l’altro “highlander” delle granfondo, Luca Bortolami, con il suo inconfondibile completo nero. Complice la consapevolezza che le salite sono finite ritrovo nuove energie ed entusiasmo che esplode in un grido interiore quando passo il traguardo. I volti dei ciclisti attorno a me si trasfigurano in sorrisi di gioia: è sempre una grande soddisfazione terminare questa prova, anche se il tempo impiegato non ha raggiunto l’obiettivo prefissato. Ognuno ha una gara con sé stesso, ma alla fine non è il tempo che conta ma quello che si è provato per arrivare su quel meraviglioso rettilineo finale. Federico ci è arrivato un’ora fa, vittorioso in volata su altri sette fuggitivi, coronando un sogno per una vittoria che dedica alla compagna e al piccolo figlio.

Poi arriva la stanchezza, quella vera. Faccio fatica a rientrare in camera per la doccia e ci metto un po' a riprendermi. Poi mi scuoto. Un’altra volta. C’è da raggiungere i compagni per continuare la festa e per raccontarsi, tra una piadina e una birra, le nostre bellissime mirabolanti avventure…

 

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