Un'idea un po' pazza

28 agosto 2019 - Ci sono certe idee, un po’ pazze a volte, che vengono a noi ciclisti. Nel mio caso tutto nasce dalla curiosità di fare in salita il versante svizzero dello Stelvio. Quello che porta al passo Umbrail, celebre per la sosta fisiologica di Dumolin al Giro d’Italia di qualche anno fa per capirci. La via per arrivarci dalla Lombardia, volendo fare un anello ed evitare in salita gli altri versanti italiani dello Stelvio piuttosto trafficati in agosto, transita dall’Ofenpass. Qui ci si arriva o da Livigno tramite la galleria in fondo al lago o dal passo del Bernina. Un anello Tirano-Tirano sarebbe in ogni caso circa sui 200 chilometri circa per un 4000 metri di dislivello positivo. Un buon numero ma, visto che voglio prendermi tutta la giornata, ho deciso di fare qualcosa in più.

Dato che sono originario della Valcamonica e posso dormire la sera prima a casa dei miei, opto per partire da Edolo ed aggiungere l’Aprica all’andata ed il Gavia al ritorno. Così fanno 250 chilometri e 6000 metri di dislivello tondi… che faccio lascio? Ma si dai: Aprica, Bernina, Ofen, Umbrail (Stelvio) e Gavia mi sembrano degli ottimi ingredienti per un giro gustoso.

Parto la mattina del primo agosto alle 5:30 mentre sta albeggiando. Il cielo è terso e l’aria frizzante, ma la salita verso l’Aprica consente di scaldarsi fin da subito. Anche se ho scelto la strada secondaria che passa per l’abitato di Santicolo incrocio un po’ di auto di pendolari che vanno al lavoro. Del resto, mentre in Svizzera è festa nazionale, in Italia è un giorno feriale e per molti le ferie devono ancora arrivare, concentrate nelle settimane a cavallo del Ferragosto.

Scollino, dopo essermi ben coperto visto che sono le 6:30, e mi butto nella veloce discesa che porta verso Tirano. Veloce, ma non troppo. Voglio godermi il giro e tornare integro dalla mia famiglia che mi attende a casa nel pavese. Oggi non sono in gara con nessuno e soprattutto non ho nulla da dimostrare né a me stesso né tantomeno ad altri. Solo il piacere di stare in sella tra montagne magnifiche e su strade ben curate.

Costeggio l’Adda tra meleti fino a Tirano e varco la frontiera con la Svizzera già in salita. Il Bernina è lunghissimo, 33 chilometri di ascesa a tratti dura, interrotta a metà dal lago di Poschiavo. Bisogna prestare attenzione nell’ordine: alle mucche, alle auto tamarre, alla polizia elvetica, ai postali con le caratteristiche trombe bitonali e ai binari del Trenino Rosso del Bernina che a volte corrono all’interno della sede stradale, in senso parallelo alla marcia.

Passato il lago riprendo a salire tranquillo quando un ciclista mi saluta e mi passa. Riconosco la sua divisa come quella di un team piacentino, allora allungo a mia volta ed attacco bottone. Si parla di alcune granfondo della zona appenninica cui entrambi abbiamo partecipato e, quasi senza accorgersene, arriviamo al passo. In verità mi prendo un paio di maledizioni in piacentino perché quando chiacchiero, proprio perché ascolto meno la fatica, tendo ad allungare sempre un po’.

Al passo, non sono ancora le 10 del mattino, ci salutiamo. Lui scenderà un paio di chilometri per poi risalire verso Livigno e chiudere un anello di soli, si fa per dire, 160 chilometri. Io proseguo per passare vicino a St Moritz ed attraversare l’Engadina. Alla ripartenza da una fontana mi accodo ad un ciclista locale. In due viaggiamo bene ed arrivo a Zernez dove inizia l’ascesa al passo del Forno (Ofenpass) che sono appena passate le undici.

È il momento di rimettere il 34 davanti ed il 32 dietro. O perdindirindina!! La catena non sale più sul 32!! Si vabbè… non è che ho detto proprio “perdindirindina”, ma qui non posso scriverlo. Mi fermo e intuisco che il problema è dovuto al filo del cambio che ha scelto il momento peggiore per iniziare a sfilacciarsi. Per il momento risolvo il problema col registro del cambio compensando l’allungamento (lo farò altre due volte prima della fine del giro) e cercando di usare il cambio stesso con estrema parsimonia. Se il filo dovesse rompersi del tutto resterei con l’11 fisso o in alternativa, previo intervento con una brugola per regolare a mano la tensione del cavo, bloccandolo su un altro pignone. Questa cosa mi darà da pensare per il resto del viaggio, almeno fino allo scollinamento del Gavia. Da lì in poi il cavo potrà fare quello che vuole, anche spaccarsi del tutto.

Del passo del Forno so che è diviso in due sezioni separate da una vera e propria discesa. Sono quasi in cima alla prima parte quando due agguerriti ciclisti tedescofoni mi raggiungo. Ne approfitto per accodarmi e la cosa viene a mio vantaggio in un successivo tratto in cui la strada spiana. Ad un certo punto raggiungiamo un altro ciclista e formiamo un bel trenino con le locomotive tedesche che tengono alto il ritmo. Quando rallentano, per poi fermarsi ad un bar in cima a questa prima sezione, scambiamo un paio di battute in inglese sui rispettivi giri che stiamo facendo. Io proseguo in discesa lungo l’ennesima strada svizzera dall’ottimo asfalto. Non è magia, semplicemente qui non mancano di effettuare la periodica manutenzione. Infatti dopo poco sono costretto a fermarmi al semaforo di un piccolo cantiere e ne approfitto per fare due parole, in un italiano dall’accento molto svizzero stavolta, con il quarto ciclista del trenino che invece ha proseguito con me. Lui di lì a poco girerà a destra per attraversare in autobus il tunnel che conduce a Livigno e da lì tramite la Forcola e il Bernina chiudere il suo giro.

Io invece riprendo a salire verso la cima del Passo del Forno. Mi godo il paesaggio che alterna profonde gole a torrenti capaci di muovere grandi quantità di ghiaia. Allo scollinamento una pausa un po’ più lunga visto che è praticamente ora di pranzo durante la quale reintegro i sali nelle borracce. Sotto di me la val Monastero (Munstair) e in lontananza la vetta dell’Ortles che coi suoi quasi 4000 metri si vede oltre la cresta di montagne che collega il passo Umbrail con lo Stelvio.

 Riprendo la marcia divertendomi in discesa. Giunto a Santa Maria inizia la salita verso l’Umbrail e dato che l’ho iniziata intorno alle 13 fa quasi caldo. Bene per la successiva discesa. Mi serviranno un'ora e trenta per arrivare in cima, esattamente il doppio del tempo impiegato da Nibali al Giro del 2017. In tutto sono 13 chilometri all’8% medio piuttosto regolare anche se parte con un bel, si fa per dire, drittone al 9%. Quando termina vedo che ha iniziato a salire anche un altro ciclista. Non sarebbe male avere un punto di riferimento ma mi rendo subito conto che ha un altro ritmo. Faccio due tornanti ed ha già dimezzato la distanza. Altri due e mi passa senza che io provi nemmeno a mettermi in scia, giusto il tempo di un reciproco saluto. Proseguo da solo incoraggiato dal fatto che usciti dal bosco il passo se anche non si vede in pratica si intuisce.

Nel complesso l’ascesa all’Umbrail mi è piaciuta e come pensavo il traffico è meno della metà di quello che si trova alla stessa ora sui versanti italiani dello Stelvio. Rientrato così in Italia potrei scendere subito verso Bormio, ma mi trovo a tre chilometri dalla cima dello Stelvio per cui decido di raggiungerla, fare la mia solita foto con lo sfondo dell’Ortles, e poi fuggire da quello che sembra essere un suk piuttosto che il più alto valico asfaltato italiano.

Arrivo a Bormio che sono le 15:30 e riprendo a salire verso Santa Caterina Valfurva su una strada che, a causa di una della minaccia di una grossa frana, è stata aperta a singhiozzo da giugno in poi. Passo un paio di ciclisti e altri ne incrocio che scendono. Non si è mai soli in queste zone nel mese di agosto.

Il Gavia da Santa Caterina non è lungo ma è irregolare. Infatti pur essendoci nei suoi 13 chilometri di lunghezza tratti al 14%, la pendenza media è inferiore al 7%. Inizio a essere un po’ stanco e sono già le 18 quando arrivo in cima ma l’ambiente ripaga di ogni fatica, specie per me che qui fino a pochi anni fa facevo scialpinismo. Poche auto, una cornice di vette a fare da sfondo, i due laghi nei pressi del passo e gli immancabili stambecchi al primo tornante in discesa verso Ponte di Legno. Peccato solo che l’asfalto non sia meglio curato!

Con prudenza in una mezzora scendo in Valle Camonica dove ormai mancano pochi chilometri sempre in leggera discesa ma controvento per chiudere l’anello. Qui vengo raggiunto da una atletica coppia di pensionati, marito e moglie, che sono stati a trovare i nipoti in vacanza in Val di Sole facendo così il Tonale dai due versanti, mica un cavalcavia! Hanno una bella gamba e in tre giriamo fino ad Edolo dove abbiamo le rispettive auto.

Sono le 19:15 quando arrivo nel luogo da cui sono partito poco meno di 14 ore prima, di cui 13 pedalate. In totale sono 252 chilometri e 5992 metri di dislivello. Uffa! Sono sicuro di averne fatti almeno 100 in più perché sia sullo Stelvio che sul Gavia, a forza di fare su e giù, la quota rilevata era sensibilmente più bassa del dovuto. Non importa, in ogni caso voglio leggere i 6000 prima di salvare il giro e così faccio un paio di volte una breve rampa a fianco del parcheggio. Mi rendo conto che sia una cosa un poco infantile, ma in fin dei conti cosa ho fatto oggi se non tornare bambino per inseguire un piccolo sogno? Per farsi un’idea del giro, cliccare qui per il relive.

Foto e testo di Davide Sanzogni

 

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