Sette su sette per Michele Bazzani, che ha pedalato ancora una volta nella Città Eterna. Anche lui re di Roma? Ai posteri l'ardua sentenza. 

16 ottobre 2018 - Sette. Sono i Re di Roma che diedero vita alla nascita dell’epopea di una città che da semplice villaggio arrivò a dominare il mondo. Sette. Sono le edizioni della Granfondo Campagnolo Roma che ogni anno, nello splendido scenario della Città Eterna, segna la conclusione della stagione ciclistica. Sette. Sono le mie partecipazioni a questo evento, cui non è possibile mancare.

Perché gli abbiamo dato fiducia fin dall’inizio? Perché fin dall’inizio appariva come un grande sogno da realizzare, quello di pedalare tra migliaia di ciclisti su strade chiuse al traffico dentro la città di Roma, lungo le pendici boscose dei Colli Albani, attraversando i bellissimi borghi dei castelli romani. E chi sogna in grande realizza anche grandi cose.

La festa (perché di vera festa si tratta) inizia già il venerdì pomeriggio con l’apertura del villaggio allestito presso lo stadio delle Terme di Caracalla, che funge da cuore pulsante della manifestazione. E siccome non voglio perdermi nemmeno un minuto di questo evento arrivo a Roma due giorni prima della gara. I numerosi stand degli espositori, presso i quali mi attardo, pullulano già di ciclisti, appassionati e curiosi. Saluto Gianluca Santilli, presidente del comitato organizzatore, con il volto sereno e soddisfatto per quanto messo in opera anche quest’anno. Lo scenario per un grande spettacolo è pronto. Adesso tocca a noi ciclisti svolgerne la trama. Per pedalare c’è ancora tempo e, così, concludo il pomeriggio con una birra in compagnia di amiche cicliste qui ritrovate: sui volti allegri di Maria Romana, Aurelia ed Eloisa si legge tutta la voglia di godersi al meglio questo evento.

Il sabato mattina è dedicato alla consueta sgambata pregara e per l’occasione mi unisco all’amico Mirko, coordinatore di Granfondo New York Italia e al suo gruppo. Roma, Ostia e ritorno con caffè sulla spiaggia in una giornata dal sapore estivo. Le celebri ottobrate romane rendono questo periodo l’ideale per pedalare con piacere. Faccio due chiacchere anche con Andrea Tonti, ex professionista, che dopo la carriera si è dedicato all’organizzazione di viaggi ciclistici. Poi ci ritroviamo ancora tutti al Villaggio dove gli ultimi ritardatari si apprestano al ritiro dei pacchi gara: tra questi Marco e Roberto, con cui condivido spesso le uscite domenicali, alla loro prima esperienza alla Granfondo Roma, che cercano di orientarsi in una dimensione più grande del consueto: li rassicuro sugli ultimi dubbi e gli auguro una buona pedalata per l’indomani.

È ancora buio pesto quando esco dal mio hotel per percorrere i pochi chilometri che mi separano dalla partenza. L’adrenalina sale via via che mi avvicino e diventa massima quando vedo il maestoso Colosseo e via dei Fori Imperiali, dove sono allestite le griglie, già piena di ciclisti in attesa del via. Raggiungo la prima griglia, dove già fervono i preparativi di partenza, con lo speaker Paolo Mutton che intervista i vip presenti: la neoletta miss Italia Carlotta Maggiorana, la showgirl Justine Mattera e gli immancabili ex-ciclisti professionisti come Alessandro Ballan, Andrea Tafi e Paolo Savoldelli.

Il resto della storia è un romanzo che scriveremo assieme a oltre tremila ciclisti, che si fiondano prima per le vie del centro di Roma per un giro di lancio e poi lungo la via Ardeatina, che ci porta fuori città, mentre un bellissimo sole accende il Colosseo e le vestigia antiche tutte intorno. La gara si svolgerà solo sulle cronoscalate ma i ritmi sono sostenuti fin dall’inizio. Mi accodo a un gruppo che mi permette di fare velocità senza spendere troppe energie e percorrendo la via Appia ci avviciniamo ai Castelli. E alle salite. Con l’amico Alessandro scambiamo un po' di impressioni e superiamo senza sforzi la salita che porta a Castelgandolfo. La picchiata sul lago di Albano e le sue acque scure fa da preludio alla risalita sull’altra sponda e al primo tratto cronometrato: cuore in gola e fatica che morde nel massimo sforzo, qui è gara vera ma dura solo pochi minuti. Il tempo di prendere fiato e di godersi il bellissimo panorama sul lago che ora dominiamo dal versante opposto, e subito si presenta il Murus, coltellata micidiale che ci porta dentro Rocca di Papa. Quassù ci aspetta la voce familiare dello speaker Daniel Guidi che mi fa volare gli ultimi metri al 15% di pendenza. Superato il rilevamento cronometrico, faccio abbassare i battiti del cuore e rallento per aspettare l’arrivo di un grosso gruppo con cui proseguire la pedalata. Attraversiamo la via dei Laghi e i Pratoni del Vivaro dove è allestito un altro cronometraggio, stavolta in pianura, per dare spazio anche ai passisti di giocare le loro carte: qui c’è spazio veramente per tutti! Grande velocità e gran divertimento, anche se il mio pensiero va alla prossima salita di Rocca Priora, la più lunga del percorso. Il gruppo esplode subito, resto praticamente da solo in compagnia con il mio acido lattico. In prossimità dello scollinamento mi accorgo di sorridere come uno scemo: sarà la gioia o il sangue che non arriva più al cervello? Lo speaker Fabrizio Amadio mi regala un’altra emozione citandomi al mio passaggio al grido “la Toscana c’è!”.

Carico come una molla mi getto nell’ultima discesa preparandomi all’ultimo muro di giornata: il Rostrum ricorda i muri del Fiandre con le pendenze micidiali e il fondo in pavé. Oramai però ne conosco ogni insidia e lo domo con un ultimo sforzo. Il centro di Montecompatri ci accoglie brulicante di gente e con il suo ricco ristoro. Poi giù verso l’arrivo, consapevoli che la gara con il cronometro è terminata. Resta un’ultima salita da fare, il Tuscolo, che quest’anno percorriamo fino in cima. Scendendo verso Grottaferrata si apre una stupenda vista sulla città di Roma che dista ancora trenta chilometri. Man mano che si scende, il gruppo si ingrossa e voliamo letteralmente gli ultimi chilometri che ci separano dall’arrivo, quasi desiderosi di vivere l’ultima emozione. La vivremo attraversando Porta San Sebastiano e tagliando il traguardo finale presso l’arco di Druso, un tuffo nella storia che il fondo in sampietrini rende ancora più suggestivo. Abbiamo finito. Attorno a me solo volti pieni di gioia di chi ha vissuto un’avventura entusiasmante. Un breve reintegro al ristoro e poi via di corsa in hotel per farsi la doccia e prepararsi al dopogara che si preannuncia altrettanto elettrizzante.

Un villaggio brulicante di ciclisti fa da cornice a una festa eterna che continua. Le premiazioni sono rapide e divertenti: vengono incoronati i vincitori Riccardo Picchetta e Elena Cairo, come Re e Regina di Roma. Per la forte atleta calabrese è l’ennesima conferma in questa gara che la vede sempre protagonista. Tra le premiazioni che regalano un sorriso c’è quella della Volata delle Vestali, un gruppo di cicliste che hanno tagliato il traguardo assieme, con un fiocco rosso sul casco per testimoniare un messaggio contro la violenza sulle donne. E alla fine tocca anche ai “sette re di Roma” salire sul palco: sono coloro che hanno disputato tutte le sette edizioni della granfondo. Io sono tra questi, orgoglioso di aver raggiunto questo traguardo assieme ad altri fedelissimi, tra cui gli amici Enrico e Costanza. Santilli ci ringrazia per la fiducia accordata, ma il senso di riconoscenza verso Roma e il comitato organizzatore della granfondo è reciproco. Lasciamo Roma con il nostro bagaglio di emozioni e la promessa di tornarci ancora il prossimo anno.

Testo di Michele Bazzani. Foto: Sportograf e organizzazione Granfondo Roma

 

Michele Bazzani ci racconta la sua Granfondo del Gallo Nero, la gara di casa, dal sapore speciale.

2 ottobre 2018, Radda in Chianti (Si) - Da alcuni anni il Consorzio del Chianti Classico sta investendo molto sul ciclismo e sulla sua promozione. La bici è infatti uno dei mezzi migliori per godere e apprezzare al meglio questa terra di eccellenza, ricca dei suoi paesaggi da cartolina e dei suoi prodotti tipici, tra cui sua maestà il vino. E la Granfondo del Gallo Nero si inserisce magnificamente in questo contesto, richiamando ogni volta tanti partecipanti da ogni angolo d’Italia e non solo. Per quest’anno viene annunciata una quota di 1500 iscritti, un risultato che consolida la crescita di questa manifestazione, nonostante non sia più inserita nel circuito Prestigio come lo scorso anno.

Per me è un’emozione particolare ogni volta che vi partecipo, per l’amore che mi lega a questa terre dove abito e pedalo quotidianamente. Il primo pomeriggio del sabato trovo già una bella atmosfera, carica di entusiasmo per l’evento dell’indomani, con i tanti ciclisti che passeggiano per le strade del bellissimo centro storico di Radda e si recano al consueto rito del ritiro del pacco gara: immagini che ricordano il “sabato del villaggio” di leopardiana memoria. Tra questi l’amico Alessandro, proveniente da Milano ma oramai ospite fisso in questo angolo di Toscana, e il tuttofare Mirko, referente italiano della Granfondo New York, alla guida di una simpatica combriccola di ciclisti romani. A sorpresa incrocio anche il ciclista parmense Giulio Gennari che ha deciso in extremis di sfidare il Gallo Nero: per lui, amante delle grandi montagne, un week end diverso sulle nostre colline.

La domenica ci accoglie con una bellissima alba dorata, che preannuncia una splendida giornata di sole, e una tiepida temperatura già dal primo mattino: ci saranno tutte le migliori condizioni per poter apprezzare gli stupendi paesaggi attraversati dalla gara. In griglia si respira allegria e frenesia. Tra i volti noti si riconoscono Eros Poli e Dario Cioni, ex professionisti dal glorioso passato e ancora in forma, che si apprestano a vivere un’allegra e spensierata pedalata in compagnia sulle strade del Chianti Classico. Poco dietro quelli che la gara la faranno davvero, come l’intramontabile Daniele Bertozzi alla guida del suo competitivo Team del Capitano. A dare il via, oltre al sindaco di Radda Pierpaolo Mugnaini, anche il direttore del consorzio Chianti Classico Carlotta Gori, mentre il presidente Giovanni Manetti si schiera in griglia col pettorale 1716, che ricorda l’anno di nascita del Chianti Classico e dell’atto ufficiale per la sua delimitazione territoriale.

Dopo la partenza in discesa a velocità controllata, ci lanciamo verso la prima asperità di giornata che porta verso Panzano. Le pendenze qui sono dolci ma l’andatura sostenuta allunga decisamente il gruppo. Si fa fatica, ma non si molla, almeno per ora. Nel frattempo mi raggiungono i compagni Fabio e Massimo, partiti dietro e autori di una partenza strepitosa. La picchiata verso Greve svela già panorami straordinari verso il monte San Michele, ma non c’è tempo per ammirarli. Anche la salita verso Spedaluzzo, arcigna e irregolare, viene volata via rapidamente. Si riscende con un gruppone ancora numeroso verso il fondovalle dove, per il timore dello stretto accesso alla salita di Luiano, facciamo una vera e propria volata per guadagnare le migliori posizioni. Qui si comincia a far fatica e inizia la selezione. Io resisto grazie alla brevità della salita e alla conoscenza del percoso, ma le sensazioni non sono le migliori. Scambio due battute con l’amico Daniele Testa che condivide le mie preoccupazioni: stiamo andando veramente forte e presto la strada ci chiederà il conto. L’atmosfera è comunque familiare, sia perché sto passando vicino casa, sia perché in gruppo ci sono tanti amici: tra questi Annalisa e Chiara che, ottimamente guidate dai rispettivi gregari, si apprestano a giocarsi la vittoria sul percorso medio al femminile, e l’ultracyclist Omar Di Felice qui in veste di testimonial della Wilier, sponsor tecnico della manifestazione.

La salita del Canaglia, primo tratto della lunga ascesa che porta verso Castellina in Chianti, viene affrontato a ritmi folli. Qui commetto l’errore di resistere più possibile, in pieno fuorisoglia, bruciando le ultime stille di glicogeno. Dopo diversi chilometri al gancio devo mollare la presa dal gruppo che prosegue di buon passo: purtroppo conosco il percorso e so che non concederà tregua. Mi passano diversi corridori, tra cui Fabio e Filippo attardati da una caduta. Sento le gambe veramente vuote e il difficile momento si prolunga. Vengo svegliato dal torpore dall’arrivo di un folto gruppo, guidato in discesa da un pimpante Alessandro. Mi accodo. Salita di Galenda. Dura, fatica, ma resisto. Adesso si sfiorano i vigneti del Castello di Ama con degli scorci mozzafiato. Una discesa vertiginosa ci riporta a valle, poi un attimo di tregua. Il gruppo che si è formato è veramente numeroso, ma adesso affrontiamo la salita verso S.Regolo e il Castello di Brolio: avverto Fabio dell’ultimo strappo in forte pendenza. Lui tiene duro. A me sarà fatale. La crisi, quella vera, comincia ad affiorare. Sento di aver mangiato poco e speso molto. Le ultime difficoltà altimetriche di Castagnoli e Badia a Coltibuono diventeranno un calvario che condividerò con Andrea Ciacci, ciclista senese compagno di tante avventure, anche lui in difficoltà. Ne approfitto per ammirare ogni angolo dei magnifici territori attraversati con rocche e castelli a incorniciare boschi e vigneti. Sulla rampa finale dell’arrivo, vengo incitato da Massimo autore di un’ottima prova e dalla sua famiglia, qui giunta per fare il tifo a tutta la squadra e godere della festa. Arrivo stremato ma felice, nonostante la prova non all’altezza delle mie aspettative. Gli abbracci degli amici sono consolatori. E lo saranno ancor più quando i calici di ottimo vino Chianti Classico, che accompagnano un succulento pasta-party, si incroceranno per festeggiare quella che per tutti noi ciclisti equivale a una vittoria: paesaggi da favola, ottimo vino e tanti amici… il Gallo Nero offre sempre un contorno da favola. E il 22 settembre 2019, data della prossima edizione, saremo di nuovo tutti qua.

Testo di Michele Bazzani - Foto DigitalMovie e Consorzio Chianti Classico

 Michele Bazzani ci racconta la sua quarta volta alla Ötztaler RadMarathon, la prima per i propri compagni di team, spinti a questa avventura dai racconti letti sulle precedenti edizioni. 

4 settembre 2018, Sölden - L’Ötztaler RadMarathon è una delle più belle e affascinanti manifestazioni del panorama cicloamatoriale per l’estrema difficoltà del percorso di alta montagna, per l’atmosfera da grande evento che si respira a ogni angolo, per l’entusiasmo del pubblico sempre presente a incitare e per l’incertezza delle condizioni meteo. Un appuntamento, quindi, al quale è difficile rinunciare.

Per me è la quarta partecipazione consecutiva e per l’occasione sono accompagnato dai miei compagni di team, tutti alla loro prima esperienza e trascinati dai racconti che avevano letto sulle precedenti edizioni. Condividere con degli amici questa esperienza mi rende particolarmente felice. E così venerdì mattina il nostro furgone, carico di bici e di entusiasmo, si muove alla volta di Sölden. Mentre saliamo sul passo del Rombo, assieme all’adrenalina cresce anche l’apprensione, in virtù delle terribili condizioni meteo, con pioggia e freddo annunciati anche per i giorni seguenti. Fabio, Massimo e Metello sono eccitati come ragazzi al primo giorno di scuola, mentre il cubano Elduys sfoga il suo nervosismo con il junk food. Più tranquilli Stefano e Alberto, ma se i loro sguardi mostrano preoccupazione.

A Sölden la pioggia incessante raffredda un po’ l’elettricità dell’atmosfera pregara: è ancora presto per entrare nel vivo per cui optiamo per un pomeriggio di relax all’AquaDome di Langenfeld. Sempre per maltempo salta anche la sgambata del sabato mattina, con le ore che trascorrono lente tra un aggiornamento sulle previsioni meteo e infiniti dibattiti su come vestirsi in gara. Il pomeriggio mi concedo un’escursione a 3000 metri per la visita dell’installazione cinematrografica “007 Elements”, recentemente inaugurata, sul luogo dove sono state riprese alcune scene di un film di James Bond: da queste parti tutto è spettacolo e ogni occasione è buona per creare  nuove infrastrutture, rendendo la valle dell’Ötztal un paradiso per il turismo.

La mattina della domenica si presenta asciutta. Non mi faccio illudere e indosso tutto il materiale antipioggia preparato la sera prima, tra cui spicca la mantellina in goretex su cui faccio affidamento per le condizioni estreme. L’attesa in griglia è breve ma sempre emozionante, soprattutto quando lo speaker ci carica in vista del countdown della partenza. I primi chilometri sono condotti a ritmo meno sostenuto rispetto al passato, complice un vento che spira in senso contrario alla nostra marcia. Evito una brutta caduta in una curva in discesa, ma devo mettere il piede a terra. All’attacco del Kuthai, prima salita di giornata, sento quasi caldo e inizio a sudare per la tanta umidità nell’aria. Qui le rampe sono subito dure e saliamo compatti a ritmo blando in attesa di trovare spazio per avanzare. Le sensazioni sono buone e provo ad aumentare. Purtroppo, le gocce che iniziano a posarsi poco dopo sui manicotti, non sono condensa ma una prima avvisaglia di pioggia che si fa più insistente salendo verso la vetta. Qui incontro e saluto due vere leggende dell’Ötztaler, come Luca Bortolami e Paolo Rocchi, entrambi alla 15° partecipazione. Dopo una breve sosta al ristoro, utile anche per infilare la mantellina, mi getto nella fredda discesa. Tre gradi. Diluvio. Le ruote fendono l’acqua che inonda la strada, le mani stringono i freni con la speranza che funzionino, il corpo si irrigidisce, non pedalo. Freddo. Vedo passare un sacco di ciclisti, sagome anonime e irriconoscibili, anche loro prudenti ma più a loro agio di me. In fondo alla discesa medito il ritiro, poi mi scuoto. “Il ciclismo è uno sport di m…. se hai freddo vai in testa a menare!” mi ritorna in mente. E così faccio. Passa la crisi, mentre in un folto gruppo attacchiamo la lunga e dolce salita che porta al Passo del Brennero. La compagnia del marchigiano Giacomo mi rallegra l’ascesa così come le manine tese dei bambini di Matrei e Steinach ai quali non nego il mio “cinque”. Nel frattempo, è smesso di piovere e la discesa verso Vipiteno, peraltro molto facile, passa in modo più tranquillo. Ma ora inizia la vera Oetztaler.

Il Passo del Giovo non concede attimi di respiro e la sua costante pendenza ti esaurisce progressivamente. Faccio fatica a mantenere il ritmo impostato a inizio salita, complici i muscoli induriti per il freddo. Il ristoro, posto a un chilometro dalla vetta, giunge come una liberazione e mi fermo per fare scorta di viveri e acqua. Qui trovo Fabio e Massimo che mi avevano superato nella discesa del Kuthai, senza che mi rendessi conto. Ripartiamo praticamente assieme, ma un nuovo incubo, sotto forma di nebbia e visibilità nulla, si presenta subito aldilà dello scollinamento. Li vedo sparire nella massa lattiginosa e non ho altre soluzioni che seguire la striscia sull’asfalto che delimita la carreggiata. Dopo qualche chilometro si torna a vedere e sale anche l’umore. Siamo a San Leonardo in Passiria, all’attacco del mostro di giornata, il Passo del Rombo, che con i suoi ventinove chilometri di salita ci rinnova la consueta sfida. Lo attacco con decisione ma con rispetto. “Qui non decidi tu come andare, decidono le tue gambe e le energie residue”. Scopro con piacere che non ho ancora intaccato la riserva e, complice il clima fresco, non soffro come negli anni scorsi. Ma la salita è dura e infinita. Supero il collega giornalista Maximilian, più volte incrociato in gara, che mi invita a non farmi più vedere. Poco prima di metà ricomincia a piovere e mi fermo nuovamente a indossare la mantellina. Quando la strada spiana cominciano ad affiorare i crampi. Terrorizzato decido di saltare il ristoro di Shonau, dove vedo fermi Fabio e Massimo, e aggredisco l’ultimo tratto di salita, quello più duro. Qui finalmente il meteo ci regala una lieta sorpresa: un raggio di sole fa breccia tra le nuvole e mostra un panorama straordinario. Rinfrancato percorro gli ultimi tornanti dove svolazzano le maglie dei non-finisher degli anni scorsi. È l’ultima sfida, poi arriva la galleria numero sedici, che segna che la prova è vinta. Quasi. Nel falsopiano che porta in vetta sciolgo l’ultimo dubbio: niente sacca con indumenti invernali che avevo inviato sul Rombo, prefigurando il peggio, e mi getto in discesa. Il selvaggio panorama dei primi chilometri fa posto, dopo la consueta coltellata della Mautstelle, al ridente paesaggio della Ötztal, incorniciato dai ghiacciai. Ritroviamo il vento contrario che rallenta la nostra marcia nel finale, ma non la nostra voglia di conquistare il traguardo. Sotto, dietro una curva, appare Sölden ed è un’emozione unica. All’ultima curva sento l’incitamento di Metello che è stato costretto al ritiro per uno sfortunato incidente. Poi taglio il traguardo mostrando con la mano il numero quattro. È fatta. Nel giro di pochi istanti arrivano anche Fabio e Massimo e ci abbracciamo felici per il traguardo conquistato. Nei loro occhi leggo la gioia della prima volta e la voglia di esserci anche l’anno prossimo.

Ci saranno anche Metello e Alberto (anche lui ritirato per pioggia e freddo) che meritano una rivincita, mentre Elduys giunto al traguardo sconfiggendo tante difficoltà giura che è l’ultima volta. Non ci crediamo. Anche Stefano ha vinto, in silenzio e caparbietà, la propria sfida ma conta di tornare per soffrire di meno la salita del Rombo. Una bella storia la racconta anche Paolo, esperto ciclista di Faenza, che dopo un’estate con polmonite e frattura di una costola, ha saputo reagire e presentarsi per finire la maratona austriaca in un tempo discreto.

La cronaca racconta della vittoria dell’austriaco Mathias Nothegger che nel finale del Rombo stacca il bravissimo comasco Samuele Porro, ma ancora più sorprendente è il terzo posto di Patrick Hagenaars, ex agonista di combinata nordica che dovette interrompere la sua carriera per un grave incidente che gli costò l’amputazione del braccio e che ora pedala con una protesi in carbonio: da ammirare più di ogni altro per la sua determinazione che lo ha portato a inventarsi una nuova vita agonistica nonostante la grave menomazione.

Ma gli applausi oggi sono per tutti. Dopo il nostro passaggio il cielo sul Rombo si è richiuso e ha ricominciato a scaricare pioggia e nevischio. Gli ultimi arrivati sono maschere di freddo e fatica miste a gioia, per aver coronato il sogno di diventare finisher. E un ultimo applauso va anche a chi ci ha applaudito e incoraggiato per tutto il giorno, nonostante il meteo avverso. Anche grazie a loro questa l’Ötztaler RadMarathon ha un fascino del tutto speciale. E torneremo ad assaporarlo.

Testo di Michele Bazzani. Foto di Ufficio Stampa Ötztaler - Sportograf - Michele Bazzani

Davide Sanzogni ci racconta la Granfondo di Casteggio, la gara per lui "di casa", alla cui organizzazione collabora in prima persona, salvo poi inforcare la sella e pedalare insieme ai suoi tanti amici. 

24 settembre 2018, Casteggio (Pv) - E’ una sensazione strana partecipare ad una granfondo in cui si dà una mano al comitato organizzatore in alcuni aspetti come la preparazione delle griglie e di cui poi ci si trova a scrivere. Da un lato si rischia di arrivare con le energie mentali al lumicino (ho risposto a quella mail? Quel nominativo sarà stato inserito correttamente? Sembrano stupidate, ma ci sono amatori che la prendono molto seriamente la loro collocazione in griglia e si fa di tutto per essere il più corretti possibile), d’altra si è ancor più attenti alle eventuali problematiche che possono emergere durante la corsa, sia per raccontarle come sempre che per riportare utili indicazioni su cosa migliorare l’anno successivo.

Se a questo aggiungo che non prevedevo di fare il lungo perché un impegno familiare, annullato all’ultimo momento, richiedeva la mia presenza nel pomeriggio a Milano e che la giornata si annunciava molto calda, condizione che soffro moltissimo, mentre lo scorso anno con il freddo avevo tirato fuori una prestazione al limite del mio potenziale. Ho seri dubbi su cosa combinerò.

Con tutti questi pensieri in testa mi alzo mezz’ora prima del suono della sveglia e sono nell’accogliente struttura del Centro Sportivo di Casteggio ben due ore prima del via. Per prima cosa saluto l’organizzatore, l’indaffaratissimo Vittorio Ferrante. Quindi passerò il resto del tempo chiacchierando con i vari granfondisti che conosco, molti ormai, e che arrivano via via. Sono propenso a provare il lungo, non fosse altro per utilizzare al meglio il via libera dato dalla famiglia, ma ho tempo un paio di salite per decidere, soprattutto le sensazioni sulla prima saranno importanti.

Dopo essermi accomodato in griglia, lo speaker ci intrattiene fino al conto alla rovescia. Si parte finalmente, poco meno di un chilometro per uscire dal paese e la strada sale verso Calvignano e Montalto. Come sempre si sale forte, oggi il livello dei primi è anche parecchio elevato, però la corsa non esplode subito anche perché la prima salita è pedalabile e si sta bene in scia. Bene è un concetto relativo quando il tuo cuore resta per un quarto d’ora sopra i 180bpm, ma finché posso provo a resistere e per fortuna arriva sempre un pezzo in cui la strada spiana un po’ e riesco a rifiatare.

Allo scollinamento siamo ancora una cinquantina e ci frammentiamo un po’ nella successiva discesa verso Lirio, un po’ sporca a causa della recente vendemmia e con qualche ondulazione di troppo in verità. Poco male, il gruppo è ancora lì a pochi metri e nel successivo tratto in pianura sul fondo della Valle Scuropasso riesco a rientrare. E’ una situazione momentanea, lo so. Sulla prima salita sono stato abbondantemente fuori soglia e quando la strada riprende a salire verso il Carmine non provo a resistere oltre ma cerco di salire con il mio ritmo, aspettando che da dietro arrivi un gruppetto con un passo più adatto ai miei mezzi.

La cosa avviene in vista di un intermezzo pianeggiante e in testa a questo gruppo c’è un buon amico, Mirko Ziggiotti della Rodman Azimut. So che lui ha a disposizione più cavalli del sottoscritto, ma la conoscenza del percorso mi aiuta a tenere la sua ruota e quando viene il momento di scendere passo avanti a fare le traiettorie, cosa che aiuta non poco nel martoriato panorama dell’Oltrepò pavese.

Davanti a noi si piazza anche una moto staffetta che male non fa visto che purtroppo incontriamo alcune auto in senso contrario.

Al bivio giro sul percorso lungo: essere in compagnia di Mirko mi ha caricato. Con noi girano anche Antonio Gatto dei Makako e un atleta del Varzi. Lungo la salita verso Cicogni si uniscono alla compagnia Umberto Cantatore, altro Rodman, e Francesco Colombo, della Sant’Ambrogio.

Saliamo bene, regolari. Antonio, Mirko e Francesco hanno una marcia in più, anche due, ma non ne approfittano, anzi, riusciamo a fare anche due parole. A Cicogni prendiamo al volo le borracce predisposte dall’organizzazione, ci contavo. Ero partito con una borraccia da 750ml ed una da 500ml ma, visto il caldo e i ritmi sostenuti, non posso certo fare economia.

Di nuovo all’imbocco di un breve tratto in discesa mi porto davanti a fare del mio meglio per suggerire traiettorie sicure ma quando la strada riprende repentinamente a salire ecco che un accenno di crampo mi spaventa. Mirko e Antonio procedono del loro passo, io devo mollare e giocare col cambio e con la posizione per superare il momento. Umberto resta con me mentre Francesco si trova un po’ nel mezzo.

Con molta regolarità io e Umberto guadagniamo lo scollinamento posto nei pressi del Penice. Esito un attimo per pulire gli occhiali impastati di sudore e lascio a Umberto il compito di operare il ricongiungimento con Francesco che di fatto ci attendeva. Alternandoci davanti scendiamo veloci fino a località Le Moline dove una nuova salita con tratti insidiosi ci aspetta. Sono un po’ arrendevole, non ho tanta voglia di far fatica, ma Umberto incollato alla mia ruota mi sprona. E sia, inconsciamente mi dico che posso far fatica per lui e nel frattempo un pensiero simile si è affacciato nella testa di Francesco. Abbiamo formato una società cui si aggiungo alcuni ciclisti sopravvenuti in vista del ristoro. Ristoro dove di nuovo prendiamo un’altra borraccia al volo, giusto in tempo per rimpiazzare quella esaurita.

Ora siamo un gruppettino e c’è un lungo tratto di strada ampia che sempre in leggera discesa conduce a Godiasco. Chiamo la doppia ma ci viene bene solo a tratti, un po’ per il fondo stradale, principalmente perché un paio non collaborano ed altri due sono fin troppo esuberanti. Comunque la velocità resta sostenuta tanto che poco dopo aver ripreso a salire lungo il fondo valle della Valle Ardivestra vediamo un nutrito gruppo di lunghisti pararsi davanti a noi. Riconosco Mirko e Antonio, sono a soli 10 secondi. Non pensavo saremmo arrivati tanto vicino. Purtroppo a questa vista uno dei due che non collaborava improvvisamente ritrova le energie, rompe l’armonia dell’inseguimento e di nuovo ci troviamo io Francesco ed Umberto. Poco male, tanto siamo arrivati al muro di Sant’Eusebio, giusto un paio di kchilometri ma con alcuni gradini in doppia cifra, saremmo saliti comunque ognuno del suo passo. Per fortuna il 34x25 di cui dispongo risulta ancora sufficiente. Anche il gruppo davanti si è frazionato e nel ripido tratto in discesa che scende da Fortunago finalizzo il rientro su un drappello di cui fa parte Antonio che saluto. Siamo rimasti in sette ora e la strada mantiene una buona pendenza avvicinandosi a Casteggio.

Purtroppo, a cinque chilometri dall’arrivo, ecco che partono i crampi a lungo covati. Umberto prova a spingermi per qualche decina di metri, ma sono troppo dolorosi, non riesco a riprendere e gli dico di andare, per me è già andata bene così. Procedo letteralmente per inerzia per un paio di km prima di riuscire a riprendere a pedalare. Giusto in tempo per affrontare gli ultimi strappetti che da località Sgarbina introducono in un breve vallonato che precede Casteggio.

Curva a destra, doppia curva a sinistra e rettilineo d’arrivo che supero salutando chi è già arrivato da qualche minuto. Guardo il computerino che dichiara quasi 31 chilometri orari di media per 135 chilometri e 2300 metri di dislivello. Non c’è malaccio, nonostante il caldo, e il fatto di essere di poco fuori dai primi 50 evidenzia il buon livello dei partecipanti.

Mi sposto al ristoro collocato dopo l’arrivo e lì staziono un po’, chiacchierando con vari amici che hanno corso sul medio o hanno appena concluso il percorso lungo.

Mangio con i miei compagni di squadra alla Ride All Terrain, Alberto e Paolo che hanno concluso il percorso maggiore e Carlo e Domenico che si sono impegnati sul medio, quindi mi soffermo a vedere le premiazioni. Da corridore, è stata una bella giornata, mi sono inaspettatamente diverto nonostante tutte le incertezze della vigilia.

Tuttavia è già ora di rimettersi a dare una mano all’organizzazione e raccogliere le critiche in parte attese riguardo lo stato delle strade e gli incidenti meccanici e non conseguenti. Ed in parte inaspettate riguardo il non perfetto posizionamento di alcune staffette e volontari lungo il percorso.

Bisogna sempre cercare di far meglio, non solo sui pedali.

Davide Sanzogni nel nome dell'Airone, pedalando insieme all'amico Alberto alla 31esima edizione dedicata al Campionissimo. 

11 luglio 2018, Cuneo - Lo scorso weekend, insieme al mio compagno di squadra Alberto, mi sono recato a Cuneo per partecipare alla 31esima edizione della gran fondo La Fausto Coppi.

Alberto sta crescendo di gara in gara mentre io, di ritorno da un periodo di vacanza al mare con la famiglia, sono un po’ raffreddato ma confido di salvarmi con un po’ di mestiere. Entrambi abbiamo già preso parte a questo evento e non vediamo l’ora di arrivare nell’accogliente capoluogo della provincia Granda.

Sistemate le nostre cose a casa di un amico, Roberto, che pure prenderà parte alla gara domani, ci rechiamo in centro per ritirare i pacchi gara di cui fa parte la bella maglia celebrativa che domani sarà un onore indossare in corsa. Sul numero dorsale campeggia il nome di ognuno di noi, una cosa molto gradita, e possibile grazie alla chiusura anticipata delle iscrizioni, avvenuta al tetto dei 2600 partecipanti. Un numero se vogliamo limitato per un evento così bello, ma segno della serietà del comitato organizzatore la cui attenzione è rivolta in primo luogo al divertimento e alla sicurezza di ciascun partecipante e dei suoi accompagnatori.

Bighelloniamo un po’ tra i numerosi stand dedicati a diversi brand di biciclette tra cui Officine Mattio, title sponsor di questa edizione. Altri stand sono dedicati alle eccellenze gastronomiche e turistiche del territorio, in particolare alla fitta rete di strade di montagna che la gran fondo stessa si propone di salvaguardare sia direttamente tramite l’azione del comitato, sia portando il tema della loro manutenzione alla ribalta. Al centro di Piazza Galimberti, ove è posta tutta l’area expo, si svolge intanto la cerimonia di benvenuto ai partecipanti provenienti da quasi 40 paesi, alla presenza di un folto pubblico, delle autorità cittadine, di alcuni consoli e ambasciatori, tra cui il rappresentante dell’Olanda che domani pedalerà con noi.

Passeggiamo nell’ampio corso Roma, porticato su ambo i lati e pedonalizzato pochi anni fa. Tavolini di bistrot e vinerie si affacciano e complice la temperatura gradevole invogliano a tirar tardi, ma domani c’è anche da pedalare e non poco: Roberto affronterà il percorso medio che prevede la salita del Fauniera e della Madonna del Colletto, Alberto andrà per il lungo il cui percorso aggiunge le salite di Valmala e Piatta Soprana, io invece rimando la scelta all’indomani in base a come andrà la notte e la gola anche se la voglia di fare il lungo in ogni condizione è preponderante.

Quasi giunti al termine dei portici che bordano via Roma ci infiliamo in un cortiletto dove si trova l’omonima Trattoria Roma dove veniamo accolti con cordialità da Davide, oste con la passione del ciclismo che, tra un antipasto di carne battuta e un piatto di classici tajarin al ragù accompagnati da un buon rosso locale, ci racconta di come la gran fondo La Fausto Coppi abbia contribuito e contribuisca ad incrementare le presenze turistiche sul territorio per tutta l’estate.

Soddisfatti andiamo a coricarci, la partenza è prevista per le 7:00, apertura della griglia unica circa un’ora prima. Alle 5 siamo in piedi e dopo una veloce colazione ci dirigiamo verso piazza Galimberti. Un’alba caratterizzata da un vivido sole e dal cielo terso ci accoglie. Non fa freddo e la tosse non mi ha dato fastidio quindi mi accomodo sul lato sinistro della strada pronto a svoltare sul lungo perché non va dimenticato che il bivio tra i due percorsi arriva appena oltrepassato lo spettacolare viadotto Soleri, nemmeno due chilometri dopo lo start.

Saluto Davide Lauro che insieme a Emma Mana e a tutto il comitato organizzatore sta curando ogni dettaglio per la buona riuscita dell’evento, ma non manca mai di dispensare un sorriso a chi lo avvicina.

Inganno l’attesa chiacchierando con l’amico Marco Galliani che su percorsi così impegnativi sa esprimersi ad alti livelli ed infatti a fine giornata coglierà un bel terzo posto di categoria.

Alle 7:00 si parte, senza fretta, superare il viadotto Soleri è una sorta di passerella per l’onda di ciclisti giallo-nero vestiti che si infrange e si divide alla rotatoria posta al suo termine.

Anche i successivi chilometri verso l’imbocco della salita che porta al Santuario di Valmala scorrono tranquilli con Alberto poco distante. Ci salutiamo, ma non chiacchieriamo, meglio restare assolutamente concentrati in questo momento di gruppo compatto. Nessuno prova azioni da lontano anzi, l’andatura si fa ad un tratto tanto moderata che ho l’ardire di andare davanti per un centinaio di metri. Del resto quando mai mi ricapiterà l’occasione di non avere nessuno davanti?

So che è un fuoco di paglia e infatti all’imbocco della salita cerco di trovare il mio ritmo e mi lascio sfilare. Vengo passato da vari amici che mi salutano, tra cui i varesini della Rodman Ivan, Tommaso e Mirko. Anche Alberto allunga e non mi stupisce, gli ho pronosticato una chiusura sul filo delle 7 ore e così sarà.

Molti altri invece mi passano sbuffando e torcendosi sulla bici come se non ci fossero oltre 4000 metri di dislivello da affrontare tanto che scollinerò in 224esima posizione, ma da qui al traguardo ne recupererò quasi un centinaio.

La discesa seguente è molto tecnica e ben presidiata dai volontari. Non forzo, non è mai il caso di prendere rischi in una gara amatoriale, men che meno quando si ha l’opportunità di percorrere territori come il cuneese in giornate tanto belle.

Al termine della discesa si forma un bel gruppetto, circostanza che dà a tutti la possibilità di alimentarsi e che permette di giungere a Dronero alternandoci ai cambi. Qui resto davanti per affrontare con maggior tranquillità i cambi di direzione sul selciato del caratteristico borgo e soprattutto per godermi il passaggio sul cosiddetto ponte del Diavolo.

Un paio di carabinieri, numerosissimi lungo l’intero percorso una forte garanzia di sicurezza cui vanno ad aggiungersi le moto-staffette ed i volontari, ci instradano verso l’imbocco che via Montemale ci porterà a Piatta Soprana. Le temperature si stanno alzando ma si sta ancora bene e anche nei tratti più ripidi all’11% il 34x32 di cui dispongo mi consente di salvare la gamba.

Vengo raggiunto da un gruppo numeroso della Rodman Azimut e in particolare con tre di loro affronterò i prossimi chilometri, come al solito annoiandoli di chiacchiere. Bella la cornice di pubblico che ci incita lungo la salita e il panorama che spazia dalla sottostante pianura fino alla vetta del Monviso.

Alla scollinamento di Piatta mi fermo al ristoro per riempire le 2 borracce da 750ml di cui dispongo. Un gentilissimo volontario si fa avanti per prelevarle e riempirle mentre io ne approfitto per mangiare un po’ di crostata e frutta.

Segue una ripida discesa resa più insidiosa dall’alternarsi di luce ed ombra nel bosco e da alcune sconnessioni che però sono state puntualmente evidenziate dal comitato organizzatore. Giunto in fondo ritrovo i ragazzi della Rodman e con loro imbocchiamo la salita verso il Fauniera, non prima di aver fatto un po’ di cambi in doppia fila nel tratto pianeggiante che precede Pradleves. Una cosa divertente, non fosse che ora bisogna affrontare il Fauniera, nome datogli in tempi recenti forse perché il precedente titolo di Colle dei Morti faceva troppa paura. Da quando si entra nella forra e si inizia a risalire il fondo della vallata la pendenza non molla praticamente mai. Anche se non ci sono pendenze impossibili bisogna spingere sui pedali per tempi che vanno dall’ora e mezza dei primi a ben più di due ore per la maggior parte dei partecipanti.

Qualcuno sale zigzagando nei tratti più duri mentre per altri non basta l’incitamento del pubblico, in particolare dei tanti bambini presenti, ma devono accostare in preda a crampi improvvisi. Non pochi girano la bici e scendono verso Cuneo, impossibilitati a raggiungere la vetta. Per chi caparbiamente prosegue la voce del prete che celebra la messa nel Santuario di Castelmagno (località che dà il nome al tipico formaggio) anticipa la vista dello stesso cui si trova un punto di ristoro. Io ho ancora abbastanza acqua e preferisco non fermarmi confidando anche in un paio di bicchieri volanti che di solito è possibile recuperare più avanti.

Lungo la salita supero un ragazzo dell’organizzazione in sella ad una e-bike. Fa parte di un team incaricato di raccogliere quanto, diciamo per distrazione, esce dalle tasche dei partecipanti. Dato che per abitudine riporto tutto alla macchina e non mi è venuto in mente di svuotarmi le tasche al ristoro di Valmala, approfitto della sua presenza per passargli direttamente le cartacce fin qui accumulate, ringraziandolo e sperando che la sua presenza e quella degli altri ragazzi sia sempre più simbolica che realmente necessaria: non sporcare è relativamente semplice, essere costretti a pulire al contrario molto faticoso.

Giungo infine allo scollinamento dove trovo Tommaso che sta soffrendo un po’ per via di alcuni crampi. Appena il tempo di farsi riempire le borracce mentre bevo un caffè disponibile al ristoro e farci fare una foto quindi decidiamo di scendere insieme. La discesa del Fauniera è la tipica discesa su strada di montagna: carreggiata stretta, curve cieche, fondo ruvido e come la salita risulta lunghissima. In queste condizioni c’è tanto spazio per divertirsi sempre a patto di mantenere i giusti margini e concentrazione in una sequenza di curve, frenate e rilanci. Sottovaluto un’ondulazione del manto stradale in cui entro decisamente forte e questo mi costa una borraccia che viene sparata fuori dall’alloggiamento. Mi giro per verificare che non sia finita sotto le ruote di Tommaso o di alcuni altri partecipanti che abbiamo ripreso e che ora scendono dietro di noi. Per fortuna è rotolata ai margini della strada, spero solo che anche questa involontaria sporcizia sia stata raccolta dai ragazzi in e-bike.

Sono passati 30 minuti quando arriviamo a Demonte e la discesa si può dire finita. Lo spazio di pochi cambi ed approcciamo l’ultima salita di giornata che porta alla Madonna del Colletto. Tommaso recupera una borraccia d’acqua da un ristoro del suo team, la Rodman, e me la passa. Lo ringrazio, così non dovrò fare economie sull’acqua da qui a Cuneo o fermarmi in cima al Colletto.

Anche a causa del raffreddore avevo patito un po’ il Fauniera nella parte sopra i 2000m, invece qui a quote inferiori ritrovo un buon ritmo. Moltissimi invece salgono addirittura a piedi.

Anche Tommaso si sente bene tanto che allunga e, nonostante mi attenda per un po’ al ristoro, inizia la discesa quando ancora non ho scollinato. Io transito di lì a poco e con altri due partecipanti rientriamo su di lui e su altri due proprio alla fine della discesa.

In sei ora andare a Cuneo dovrebbe essere quasi una formalità considerato che si tratta di 20 chilometri con il naso leggermente all’ingiù. Davanti a noi una moto-staffetta ci apre la via. Ci siamo già dati alcuni cambi quando arrivato in coda al gruppo vedo che Tommaso ha perso una decina di metri. Capisco che si tratta di nuovo di crampi e rallento quel poco che basta da offrirgli un po’ di scia ed agevolarne il rientro.

Proseguiamo saltando concorrenti attardati del medio e anche qualche lunghista che si è trovato da solo. Questi ultimi si aggregano e il gruppo sempre più numeroso aumenta la velocità. Purtroppo, in prossimità di un cementificio, un brusco rallentamento seguito da un breve strappo risulta fatale per i muscoli già provati di Tommaso. Continuiamo a darci cambi regolari e percorriamo gli ultimi cinque chilometri a poco meno di 50 chilometri orari fino a quando, in vista dell’ultima curva a 200 metri dal traguardo, decido di anticipare la volata. Esco di scia ed accelero prendendola all’esterno per non ostacolare nessuno ma anche se allungo di qualche metro alla fine nessuno rinviene e taglio il traguardo con uno sguardo al fotografo.

Ringrazio un ragazzo che ha tirato molto negli ultimi chilometri e, dopo che una miss mi ha posto al collo la medaglia di finisher, mi dirigo al pasta-party. Qui trovo Alberto, che ancora non si capacita di essere riuscito a chiudere sotto le 7 ore, e Roberto che dopo avere concluso il percorso medio ovviamente si è già lavato. Ci raggiunge anche Mirko che nonostante sia arrivato quasi un quarto d’ora prima di Alberto e quaranta minuti prima di me ancora non ha mangiato perché si era fermato a chiacchierare.

Ma del resto tale è l’atmosfera di festa che si respira che non si vorrebbe mai andar via dalla zona d’arrivo. Tutti oggi abbiamo corso con la stessa maglia, senza distinzione di squadra o paese di provenienza. Tutti ugualmente meritevoli dal primo all’ultimo che impiegherà ancora diverse ore per giungere al traguardo.

Fatta la doccia, ci gustiamo un gelato passeggiando sotto i portici mentre il centro di questa splendida cittadina si prepara ad illuminarsi per una serata particolare. A malincuore dovremo aspettare un altro anno per correre La Fausto Coppi, ma chissà che non si torni qui prima per godere di tutte le bellezze di questo angolo d’Italia.

By Davide Sanzogni

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