Straducale: un dribbling tra i monti e i torricini ducali

È sempre un piacere tornare a Urbino per correre questa grande classica del ciclismo amatoriale. Quest’anno la Straducale si presentava rinnovata sia nel percorso che nei vertici della società organizzatrice, ma ha confermato i suoi notevoli standard qualitativi sia nell’organizzazione che nella creazione di un grande evento che merita di essere vissuto dal primo all’ultimo momento.

3 giugno 2019 - I torricini del Palazzo Ducale ci accolgono ancora in tutto il loro splendore. L’emozione che la loro vista suscita al viandante che se li trova di fronte all’improvviso è sempre altissima, anche per chi - come me - questa emozione se la regala ogni anno. Ad accrescere l’ottimismo le belle giornate di sole previste per tutto il fine settimana, dopo due interi mesi di tribolazioni meteorologiche per i ciclisti. In Piazza della Repubblica, tra gli stand del villaggio espositivo allestito per l’occasione, c’è un bel clima da “sabato del villaggio” con un continuo pullulare di ciclisti finalmente sorridenti e ottimisti. Il sovrapporsi di manifestazioni di diversa tipologia (festa del patrono, corsa podistica in notturna) alimentano il clima di festa. Ne approfitto per salutare l’amico Gabriele Braccioni che da quest’anno ha ceduto i galloni della presidenza del comitato organizzatore a Michele Pompili, pur assicurando la prosecuzione del suo impegno.

La domenica mattina mi accorgo con sorpresa che la partenza è stata spostata sotto il Palazzo Ducale, nello stesso luogo dell’arrivo. Ancora più bello, anche se la partenza degli 850 ciclisti dal centro storico sarà più complicata. Dopo i primi chilometri ad andatura controllata, la corsa può prendere il via e si accelera decisamente. Il gruppo si allunga nei saliscendi iniziali, ma per aspettare la vera selezione si deve attendere la prima salita di Monte Cagnero. Qui mi sfilo, conscio di una condizione fisica precaria, anche se le sensazioni sono discrete. Quest’anno il percorso non presenta più il temutissimo Monte Nerone, a causa delle condizioni della strada, ma la lunghezza e le numerose difficoltà previste mi inducono alla prudenza. Una dopo l’altra si susseguono le salite che frastaglieranno i gruppi e faranno accumulare tossine nei muscoli, in una sorta di dribbling tra i monti Nerone, Petrano e Catria, più volte affrontati in passato e che quest’anno ci limitiamo ad aggirare.

Scopriamo luoghi e scorci inediti di struggente bellezza come la valle di Pianello che si abbassa sotto di noi mentre ci arrampichiamo sugli stretti tornanti di Moria, come la gola incassata tra le rocce scendendo verso Isola Fossara. Ma l’emozione più grande ce la regala la vista dell’Eremo di Fonte Avellana, che sbuca all’improvviso tra la boscaglia. «Tra due liti d'Italia surgon sassi, e non molto distanti a la tua patria, tanto che troni assai suonan più bassi, e fanno un gibbo che si chiama Catria, di sotto al quale è consecrato un ermo, che suole esser disposto a sola latria». Così lo descrive Dante nel canto XXI del Paradiso. A noi non resta che pescare nel fondo delle riserve, per completare questa scalata che si concluderà sul Valico della Forchetta. Per onorare il nome della vetta raggiunta, mi getto famelico sul ristoro, dove vengo inondato dalla gentilezza del personale addetto.

La parte finale del percorso è altimetricamente meno impegnativa e si può fare velocità. Nel frattempo, sono rimasto solo e preferisco continuare a recuperare e ad alimentarmi attendendo un gruppo più numeroso, con cui procedere nel lungo tratto pianeggiante che segue. Le ultime salite dei Fangacci e dei Gualdi sono coltellate per i ciclisti che hanno osato oltre le proprie forze. Io sento invece di star bene e mi divoro, nuovamente in solitaria, gli ultimi chilometri con la voglia di riabbracciare i torricini, sotto i quali si concluderanno le nostre fatiche.

Qui c’è ancora clima di festa, con lo speaker Ivan Cecchini che accoglie i finisher con il consueto fervore, intervistandoli a caldo per cogliere al volo le prime emozioni. Il ricco ristoro dell’arrivo è quello che ci vuole per placare la mia sete: la prima giornata calda dell’anno ci ha portati al limite della disidratazione. Poi è il momento di ripartire, a malincuore, come ogni volta che si viene qui: ma anche stavolta, imbocchiamo la strada del ritorno arricchiti da una nuova divertente ed entusiasmante esperienza.

Testo di Michele Bazzani, Foto Gf Straducale

 

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