Articoli 
venerdě 22 novembre 2019
Granfondo Randonneč Cicloturismo Appunti di viaggio Rubriche
Sezione granfondo    
Inserito il 20 settembre 2013 alle 09:19:47 da gazario. - Letto: (5582)

GF Luca Avesani: una granfondo vera, vecchio stampo!

Per gli amanti delle granfondo dure è l’ultimo appuntamento di stagione. Fascino del percorso, servizi in gara, logistica sono di ottimo livello e meriterebbero una partecipazione più ampia. La pioggia fortunatamente risparmia la maggior parte dei partecipanti. Alla fine molte facce soddisfatte.

 

 

 

(Testo di Gianandrea Azario, foto di Play Full Nikon)

19 settembre 2013- All’inizio del millennio, quando ho iniziato a frequentare il mondo delle granfondo, attratto dall’alone di impresa di cui le riviste del settore contornavano queste manifestazioni, rimasi colpito dal racconto di un carissimo amico di una granfondo che si disputava a Verona e che allora si chiamava Granfondo Chesini. Per vari motivi, in particolare per la sovrapposizione di data con prove per me più facilmente raggiungibili, solo nel 2010 ho preso parte per la prima volta a questa gara, che nel frattempo ha cambiato nome ed è divenuta Granfondo Luca Avesani, e subito l’ho catalogata tre le mie preferite. Il racconto del mio amico ed i molti anni trascorsi prima di partecipare per la prima volta avevano fatto crescere in me l’idea di una granfondo vecchio stampo, con un percorso lungo, duro e affascinante e con una location da favola, qual è la città di Verona. Visto che le mie aspettative erano state ampiamente soddisfatte nelle precedenti partecipazioni, non ho potuto certo mancare all’edizione 2013.

Ad essere onesto le previsioni meteo del giovedì e venerdì avevano un po’ raffreddato i miei ardori, ma sabato pomeriggio eccomi sulla via di Verona, in compagnia dell’amica e collega Elisa, che curerà il servizio fotografico della gara, deciso a vivere una nuova avventura. Giunto sul posto, mi dirigo subito all’Arsenale per il ritiro del dorsale e del pacco gara e noto con piacere che i saloni messi a disposizione della manifestazione quest’anno sono raddoppiati, un salone sarà utilizzato solo il giorno dopo per il pasta party ed uno è utilizzato invece per le operazioni pre e post-gara, le premiazioni e qualche stand espositivo. Il fatto di poter utilizzare, per una granfondo, gli spazi all’interno di un monumento ottocentesco, è uno dei motivi del fascino che esercita su di me l’Avesani. Diversamente da quasi tutte le granfondo, non c’è un tabellone con l’elenco degli iscritti, ma per ricevere il necessario per disputare la gara, bisogna presentarsi con la tessera o un documento d’identità. Un’ottima idea per evitare che qualcuno si appropri di un dorsale non suo, ma sicuramente un metodo non molto efficiente per chi raccoglie il materiale per un intero gruppo o team. Il numero degli iscritti è in leggero calo rispetto allo scorso anno e si attesta a 769 unità. Un vero peccato a mio avviso, una manifestazione del genere meriterebbe una maggiore partecipazione, ma probabilmente le poche energie rimaste a conclusione della lunga stagione, la crisi economica e le previsioni meteo non ottimali hanno scoraggiato parecchi.

Lasciato l’Arsenale, raggiungiamo l’albergo. Qui mi rendo conto una volta di più di una cosa che avevo già sperimentato nelle edizioni precedenti dell’Avesani ed anche all’unica edizione della Damiano Cunego cui ho partecipato: Verona è una città stupenda, ma non è minimamente coinvolta nella manifestazioni cicloamatoriali. Infatti gli albergatori non vengono per nulla incontro alle esigenze dei ciclisti: per avere la colazione prima delle 7 del mattino (ricordo che la partenza della gara è alle 8) oppure mantenere la camera fino alla conclusione della granfondo, per poter fare una doccia, occorre fare ricorso a tutte le proprie capacità negoziali e spesso non sono sufficienti. Per fortuna da un paio d’anni mi porto la colazione da casa e la cosa non mi crea problemi, ma non è per tutti così. Il mio suggerimento agli organizzatori è proprio di lavorare in questa direzione, se vogliono incrementare la partecipazione. Il granfondista è abituato ad usufruire di questi servizi e vedersene privato lo fa allontanare dalla manifestazione stessa.

Una delle cose più belle dell’Avesani è di poter fare le cose con estrema tranquillità per andare a prendere il via. I partecipanti non sono molti, le partenze dei tre percorsi a disposizione (un lungo da 180 chilometri, un medio da 145 ed un corto da 97) sono separate di 15 minuti le une dalle altre. Si può andare in griglia davvero all’ultimo momento e senza bisogno di fare un riscaldamento particolare per preparare una partenza a tutta. Continuo a rimanere dell’idea che le partenze separate per percorsi sia un modo eccellente per migliorare la sicurezza e rendere le granfondo più umane, non costringendo anche chi fa il lungo a partenze fuori giri perché chi fa la gara per un piazzamento di classifica non può lasciare andare a cuor leggero nessuno, non sapendo a priori che percorso farà. Mi alzo come di consueto in modo da terminare la colazione due ore prima del via e osservo che il cielo è meno coperto di quanto anche le ultime previsioni, migliorative rispetto a quelle del giovedì e del venerdì, lasciassero sperare. Nonostante sia consapevole che non c’è fretta, faccio in modo di raggiungere in bici la partenza per le 7:30, così posso ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere con i soliti compagni d’avventura. Già dallo scorso anno la partenza non viene più data davanti all’Arena, ma dall’adiacente Corso di Porta Nuova, un vero peccato.

Dieci minuti prima del via ufficiale, un colpo di cannone annuncia la partenza del gruppo di ospiti, molti dei quali in tenuta e con bici vintage. Anche questa mi sembra un’ottima iniziativa, che da un lato dà maggiore visibilità ai VIP che partecipano alla manifestazione e dall’altro evita che i meno avvezzi a muoversi in un gruppo possano creare problemi a se stessi e agli altri partecipanti. Alle ore 8 in punto ecco che un secondo colpo di cannone annuncia la partenza del nostro gruppo di lunghisti. Per 20 chilometri la velocità è controllata e si viaggia ad un andatura davvero rilassata (intorno ai 33-34 km/h), tanto che si scherza sul fatto che la cosa non aiuta a svegliarsi. In effetti lo scorso anno l’andatura fu un po’ più sveltina e arrivammo all’inizio della salita del Monte Baldo impiegando una decina di minuti in meno di quest’anno.

Il Monte Baldo, prima asperità di giornata, è una salita infinita, 24 chilometri, quasi 1.400 metri di dislivello. Il cielo non lascia presagire nulla di buono e forse questo fa sì che nessuno abbia voglia di accelerare troppo il passo. L’unico che si avvantaggia un po’, con la classica fuga del fagiano, prima dell’abitato di Spiazzi, è Simone Boscaini. Più si sale, più la salita diventa impegnativa e proprio in corrispondenza dell’ultimo drittone che presenta pendenze fino al 19% ci si sparpaglia un po’ prima della discesa. La cima del monte è avvolta dalle nuvole, meglio non pensare che potrebbe mettersi a piovere, anche perché la temperatura non è sicuramente calda. La discesa del Baldo è lunghissima: prima si affronta un pezzo di falsopiano a scendere tutto da spingere, poi una parte davvero tecnica e ripida in mezzo al bosco su strada stretta ed in parte dissestata, infine una parte molto veloce con un susseguirsi di curve ampie e tornanti. Un divertimento fantastico per chi è discesista, molto meno per chi discesista non è (uno a caso chi scrive queste righe).

Una decina di chilometri di pianura separano la fine della discesa del Baldo dall’inizio dell’asperità principe di questa granfondo, la Peri-Fosse. Una salita di poco meno di 9 chilometri, caratterizzati da una pendenza quasi costante intorno al 9%. La vera scrematura della corsa avviene qui, anche perché la salita è cronometrata ed è valida come cronoscalata. A Fosse, dove c’è un numeroso pubblico ad attenderci, si comincia a soffrire, perché non c’è discesa, ma parte un lungo tratto di circa 20 chilometri di saliscendi (e nelle gambe ci sono già 100 chilometri!), dove i tratti a salire sono ben più lunghi di quelli a scendere. Qui è meglio non rimanere soli e fare “gruppetto”.

Al chilometro 120 una secca deviazione a sinistra annuncia l’ultima salita vera di giornata, il Valico del Branchetto. Ho fatto tre edizioni dell’Avesani e in tutte le tre edizioni in cima a questo valico ho trovato nuvole basse e freddo e mi chiedo se mai lassù possano godere di una giornata di sole. Sembra di essere su una salita pirenaica, ma la pendenza è sempre piuttosto contenuta. In cima mi dico che la fortuna per ora ci ha aiutato, visto che non è ancora caduta una goccia d’acqua e questo mi rincuora per la lunghissima discesa che ci porterà alle porte di Verona, inframmezzata solo da una breve salita di un chilometro e mezzo che conduce al paese natale di Damiano Cunego, Cerro Veronese.

Arrivati alle porte di Verona, ci aspetta l’ultima fatica, ovvero la breve salita delle Torricelle, che caratterizzò i Mondiali di Ciclismo su strada nel 1999 e nel 2004. L’arrivo della granfondo è posto proprio in cima. Sarà il volersi ispirare alle gesta dei pro viste in TV, ma qui si susseguono scatti ed accelerazioni e ognuno fa del suo meglio per staccare i compagni d’avventura, andando a pescare nel serbatoio le energie residue. E’ fatta, abbiamo portato a casa una gara davvero impegnativa e senza prendere una goccia d’acqua, a discapito delle pessime previsioni di qualche giorno prima. Anzi, il fatto che cominci a piovere proprio mentre si scende alla macchina sarebbe quasi piacevole, se non fosse che il giorno dopo mi toccherà pulire la bici.

Torno all’Arsenale, dove sono stati predisposti dei box doccia trasportabili sotto un tendone. L’acqua è davvero calda ed è piacevole lavarsi via la fatica prima di andare a mettere un buon piatto di pasta sotto i denti. Il pasta party non è certamente faraonico come quello di manifestazioni più popolari, ma non manca nulla di essenziale e soprattutto è di buona fattura. Ho occasione di scambiare qualche chiacchiera con vecchi amici e volti nuovi, tutti che confermano l’estrema durezza del percorso, soprattutto per questo periodo, ma anche il fatto che sicurezza, segnalazioni e ristori sul percorso sono di ottimo livello. La cerimonia delle premiazioni è piuttosto lunga, perché si devono premiare tre percorsi e le categorie su ogni percorso, ma scorre via abbastanza velocemente. Da notare che sono chiamati a podio i primi tre di ogni categoria, mentre chi si è classificato dal quarto al decimo posto può ritirare il premio in uno stand dedicato.

Per la cronaca, la granfondo è stata vinta da Matteo Bordignon (71 Sport Team) davanti a Igor Zanetti (Equipe Course Lando) e Giuseppe Di Salvo (Velo Club Maggi), la mediofondo è andata a Carlo Muraro (Legend-Miche-Gobbi), che ha battuto in volata David Rowland (La Scaligera) e Marco Forchesato (Calcestruzzi Mascotto), mentre sul percorso corto successo di Andrea Poltalto (New Line Rovolon Cicli Pozza) su Davide Spiazzi (Avesani A.S.D.) e Michele Bencivenni (Grandis Racing Team).
In campo femminile solo quattro donne hanno avuto il coraggio di fare il percorso lungo e sono giunte al traguardo in quest’ordine: Valentina Gallo (AR-Team Armistizio Hard Service), Francesca Martinelli (Velo Club Maggi), Rita Simeoni (Velo Club Due Torri Rovigo Vigor) e Alessandra Dalla Costa (Ciclismo Valchiampo). Sul percorso di mediofondo la donna più veloce è stata Astrid Schartmuller (Team Rana – Tagliaro A.S.D.) che ha preceduto sul traguardo Elisa Benedet (Meschio G.C.) e Simona Giuntoli (La Scaligera), mentre sul percorso corto si è imposta Manuela Sonzogni (Isolmant Team) su Christiane Koschier (Fimap Mrgud) e Laura Tollin (Sant Luis Zen).

Lascio Verona soddisfatto della mia giornata: l’Avesani è una granfondo vera, vecchio stampo, ben organizzata in tutte le componenti essenziali, almeno per quello che ho potuto vedere con i miei occhi. Appuntamento alla prossima edizione.

Le classifiche sono scaricabili da questo link.

Qui è possibile vedere l'intera photogallery della manifestazione.

 

 

 

 

TI E' PIACIUTO QUESTO ARTICOLO? CONDIVIDILO CON I TUOI AMICI SU FACEBOOK!!!