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Appunti di viaggio Granfondo   
Inserito il 19 settembre 2013 alle 12:14:11 da Enrico Cavallini. - Letto: (3345)

Il Carpegna mi basta... e mi avanza

Domenica 15 settembre è andata in scena la seconda edizione de La Magnifica. Vi abbiamo preso parte come ciclisti e, personalmente, non faremo mai più una cosa così. Dura, troppo dura. La fatica diventa tribolazione e il piacere del viaggio diventa voglia di finirla in fretta. Splendidi percorsi, ma le vere e proprie erte obbligano a odiarlo, salita dopo salita. Il popolo si è diviso tra chi la ama e chi la odia, ma non c'è la parità. Ecco cosa ha funzionato e cosa no!

 

 

(Testo di Enrico Cavallini, foto Play Full Nikon e Foto Studio 5)

 

S

Lo devo ammettere: ero incuriosito da La Magnifica. La manifestazione che già alla prima edizione si era fatta la nomea della gara dura dura e che per la sua seconda edizione è riuscita anche a entrare nelle grazie del Prestigio, il ben noto circuito di granfondo promosso dalla rivista CicloTurismo. Fare parte del Prestigio non è una cosa facile, anzi... quasi impossibile. Il sistema di selezione delle prove nuove è una black-box della famiglia Neri. Solo loro sanno chi prenderà lo scettro della new entry e non serve nemmeno promettere dei soldi.

Fare parte del Prestigio, però, è come avere una sorta di bollino di qualità. Tutte le prove "prestigiose" sono note per la loro massima attenzione verso il ciclista, affiancando dei percorsi non certo semplici nel loro percorso maggiore. Diventare Prestigiosi non deve essere un gioco da ragazzi, ma sicuramente deve essere una lotta aperta a tutti.

Io non sono un fuscello, lo ammetto. Il complesso uomo-macchina, compresi i vari accessori (abbigliamento, casco, scarpe, ecc.) sfiora il quintale. I watt forniti dalla Natura mi aiutano nella gran parte delle situazioni, ma viene da sé che il mio più grande nemico è la pendenza oltre il 10%. Mannaggia a Newton e alla sua legge di gravità!

Con questa considerazione mi sono quindi detto: "Se è entrata nel Prestigio, sicuramente avrà tutte le carte in regola". Inoltre i Prestigiosi non sono certo l'icona del cicloamatore pseudo professionista; anzi, l'esatto contrario. "Se un percorso così lo possono fare i Prestigiosi, allora lo posso fare anch'io."

E così è stato. Avevo già avuto modo di conoscere Franco Massa che, in collaborazione con il figlio Michael, portano avanti la MM Organization, l'ASD che si occupa di organizzazione di eventi. Avevo notato una certa professionalità nella preparazione della promozione della manifestazione, e un pool di sponsor (si pensi a Italo ad esempio), non certo alla portata di organizzatori dopolavoristi.

Giungo a Forlì, ospite dell'organizzazione, già venerdì. Sabato mattina, dopo la sgambatella pre gara, sfruttata per andare a Cesena a vedere la struttura ricettiva della nostra collaboratrice Monia Amadori (www.cibiebici.com), termino l'uscita con una puntatina in piazza Saffi a Forlì, sede di tutta la zona logistica. Nel mentre la splendida piazza è completamente occupata da numerosi stand di aziende di un certo valore - su tutte la Bianchi, sponsor della manifestazione -, la segreteria e il ritiro dei numeri di gara, sono sistemati negli ampi e piacevoli locali della Camera di Commercio. Notiamo anche lo stand della Polizia Locale, così come il pullman della Polizia Stradale, impegnata in educazione stradale ai più piccini. Si capisce che i Massa sanno pigiare i bottoni giusti.

Quattro parole con gli amici e do l'appuntamento nel pomeriggio. Ho scelto di muovermi in treno con bici al seguito nella comoda sacca. Scelta che si rivela ottimale, in quanto riesco ad evitare ogni tipo di coda. L'albergo nel quale sono alloggiato è nei pressi dell'aeroporto, che dista circa tre chilometri e mezzo dal centro. Sfrutto la bicicletta come mezzo di trasporto, che qui a Forlì, gode di tutti i vantaggi. Dall'albergo fino in centro a piazza Saffi, riesco ad usare solo la pista ciclabile. Ottimo!

Ritiro il pacco gara, veramente ricco. Una bottiglia di vino Tavernello della Caviro (ex Corovin) di Forlì, una confezione di pasta Ghigi, sempre di produzione locale, un salame ungherese, una bottiglia di latte della centrale del latte di Cesena, una confezione di caffè Segafredo, due porzioni di Parmigiano Reggiano, un ice the di Brodies, due integratori Lifecode e un detersivo Deox, il tutto all'interno di una pratica borsa-zainetto griffata con il logo della manifestazione.

Incontro il collega Luca Neri della rivista CicloTurismo e scambiamo quattro parole sulle novità del nostro ambiente, così la giornata di sabato passa in fretta. La cena la consumo insieme all'amico Cesare Valentini, presso il ristorante Don Abbondio, che ci offre un ottimo menù, peccato non avesse la piadina. Sono in Romagna da due giorni e ancora non mi è riuscito di gustarmi la piada! Mi rifarò.

La mattina la sveglia è di buon'ora: la partenza è alle 7.00, per cui punto la sveglia alle 4.30. Una cosa che sto soffrendo a causa del mio lavoro sono le pochissime ore di sonno. Ben avendo puntato due sveglie, più volte durante le mie uniche cinque ore di sonno, mi desto per controllare l'ora. Morale: dormo poco e pure male. Evvai! Cosa c'è di meglio alla vigilia di una 230 chilometri con 5000 metri di dislivello?

Mi presento in piazza Saffi alle 6.00 di mattina. La MM Organization sta alacremente lavorando per montare gli archi e predisporre il necessario alla partenza. Ci sono le moto della scorta tecnica, le ambulanze, e tutto ciò che serve per dare vita ad una granfondo. Cerco un bagno chimico per espletare i miei bisogni, considerando gli ammonimenti presenti sui cartelli esposti al ritiro dei pacchi gara: chi viene beccato fare la pipì in giro è squalificato (a ragione) ed è pregato di usare i bagni chimici. Ma dove sono? Chiedo all'organizzazione che mi spiega che il fornitore del servizio non si è fatto vedere e non è rintracciabile. Boh! Cominciamo bene.

Mancano una manciata di minuti al via e la primissima griglia viene occupata dal Bianchi Factory Team, capeggiato da Fred Morini, valido ex professionista, oggi dirigente nell'azienda di Treviglio.

Sono le 7.00 in punto e piazza Aurelio Saffi si svuota dei quasi 700 ciclisti, degli 800 iscritti. che hanno scelto la manifestazione per passare la propria domenica in bicicletta. Due i percorsi tra cui scegliere: il corto di "soli" 134 chilometri e 2350 metri di dislivello e il "mostro" da 229 chilometri e 4850 metri di dislivello. I Prestigiosi che tentano il mitico "dieci su dieci" non hanno scelta: il lungo è obbligatorio.

Sulle pagine di CicloTurismo abbiamo letto molto a riguardo. Che ci sono tre tratti di sterrato lo sappiamo bene. A me lo sterrato non dà fastidio, anzi, mi diverto un sacco. Ho provveduto a montare dei copertoni un po' più robusti e ho al seguito due camere d'aria. Sappiamo anche che ci saranno dei tratti molto duri, ma onestamente questa informazione la prendo decisamente sotto gamba. Passano mesi a raccontarci che il Barbotto è un mostro, che ormai non gli si crede più. Per cui penso alla solita sparata giornalistica necessaria a creare il mito e l'interesse nel compiere un'impresa impossibile.

«Ho portato a termine due Oetztaler con delle situazioni meteo estreme, non potrà mica essere peggio, no?» mi domando tra me e me. L'amara risposta me la darò 10 ore dopo!

I percorsi sono tracciati sulle colline romagnole che coprono le province di Forlì-Cesena, Pesaro-Urbino, Rimini e sconfinano a San Marino.

Le strade sono quelle tipiche della Romagna che abbiamo già incontrato anche alla Nove Colli. Noto fin da subito che la caratteristica del percorso è di avere la durezza delle salite logaritmica. Ogni salita affrontata (e nel lungo saranno 15!) è più dura delle precedente. Ad un certo punto penso che gli ingegneri stradali romagnoli abbiano dei seri problemi con la teoria dei piani inclinati.

La prima salita, mai regolare e caratterizzata dai soliti saliscendi dell'appennino tosco-romagnolo, porta a Montegelli a cui segue la salita a Montetiffi, già nota per la Nove Colli, dove è posizionato il primo ristoro. Ho una piacevole sorpresa: raggiungo il nostro collaboratore Luca Bortolami, vestito con la sua inconfondibile livrea tutta nera senza il men che minimo marchio, tanto da meritarsi il simpatico appellativo di "Uomo Nero". Ecco il bivio dei percorsi. Proseguo per il lungo, andando ad affrontare il primo tratto di sterrato. Grazie alle mie costanti uscite in mountain bike, il brecciolino non mi dà noia, anzi: questo tratto diventa un vero e proprio parco giochi. Sono alcuni chilometri, con tratti in salita anche impegnativi, dove mi scateno come una furia e mi diverto come un bimbo sulle giostre.

Si scende a Talamello, per affrontare l'ascesa a Perticara. L'Uomo Nero mi raggiunge (in salita ha un altro passo rispetto al mio, bontà sua) e comincia la "fiera" del superarsi in salita e ritrovarsi in discesa, campo di battaglia a me decisamente più congeniale. Cominciamo la lunga ascesa verso Carpegna, che poi ci porterà ad affrontare il mitico Cippo, reso famoso da Marco Pantani. L'"Uomo Nero" Luca prende del margine, ma dopo alcuni chilometri, prima del ristoro di Pennabilli, lo trovo che scende con la bici in spalla. Un sacchetto di plastica gli si è infilato nel cambio, guastandoglielo: peccato! Per lui la Mgnifica è finita! Mi spiace veramente. Luca lavora in Canada e torna in Italia solo per prendere parte alle prove del Prestigio. Per un'inezia ha perso il 10 su 10, costatogli un mare di soldi in viaggi aerei. Mi spiace davvero, ma sono contento che non si sia fatto male.

Al ristoro di Pennabilli mi raggiunge la macchina di fine corsa. Riparto in direzione Carpegna e svalico il Passo della Cantoniera a cui segue una veloce discesa. Ad un certo punto, vedo lesto un cartello che segnala il Cippo, con due omini che mi indicano di svoltare a sinistra. Inizia l'ascesa al mitico Cippo. Una salita abbastanza ostica e, a onor del vero, anche abbastanza insulsa. Non fosse diventata mitica grazie al Pirata, non darebbe certo un valore aggiunto a nessuna manifestazione. Le scritte sull'asfalto, che ricordano la famosa frase "Il Carpegna mi basta", mi accompagnano fino alla cima. La discesa successiva la trovo decisamente brutta. Tecnicamente impegnativa, ma sporca di aghi di pino e con copiosa sabbia nelle curve, nemmeno un cartello di discesa pericolosa e tanto meno del personale di presidio, qualora qualcuno dovesse avere degli incidenti. Tant'è che a un certo punto penso di avere sbagliato strada.

Risbuco sulla statale già percorsa in precedenza e scendo nuovamente. Ecco il bivio del Cippo con i due omini che tentano di rimandarmi su, ma li avviso di avere già dato, e mi lasciano proseguire dritto.

Intanto si forma il gruppettino. Mi accorgo di una cosa che mi lascia basito: non c'è più personale agli incroci. A volte capita, che l'addetto vada a fare pipì, ma ne mancano troppi. Tutti a fare la pipi? Strano. Continuiamo a scendere fino a trovarci a Macerata Feltria. Nessun cartello e alcuni ciclisti risalgono chiedendoci se la strada è giusta. Ecco! Abbiamo sbagliato strada! Ma come è possibile? Saremo una dozzina, separati in due gruppetti: dove avremo sbagliato? Per evitare di vagare senza meta, optiamo per seguire i cartelli stradali che indicano San Marino, tanto là dobbiamo andare. Scopriremo poi successivamente che la freccia che indicava la svolta a Ponte Carpegna era nascosta da delle foglie e, mancando l'addetto, nessuno l'ha vista. Ma proprio nessuno, tant'è che dopo alcuni minuti ci passa la macchina di CicloTurismo. Anche loro hanno sbagliato strada! Alè!

Dopo alcuni chilometri di salita, ci ritroviamo sul percorso corretto, con oltre sette chilometri in più e qualche centinaio di metri di dislivello in più, ma, ahimè, avendo saltato il secondo tratto di sterrato (ripeto, essere per me un gran divertimento). Inizio a innervosirmi.

Se Dio vuole i ristori sono numerosi e ben forniti (quando passiamo noi) e riesco ad approvvigionarmi senza fatica.

Ormai il traffico è aperto e nelle strade più frequentate volano parole con gli automobilisti. Giungiamo a San Marino. La cittadina ha sempre il suo fascino, soprattutto sapendo che si è in terra straniera (sebbene lo stato dell'asfalto sia indecente come in Italia. Che sia spirito di emulazione?). Il traffico è parecchio e dobbiamo dribblare anche qualche pullman carico di turisti. Il nostro compito non è certo fare il tempo, ma lo standard del Prestigio, qui non è nemmeno sfiorato.

Mi sale l'ansia! Ho il treno che parte da Forlì alle 17.57 e devo arrivare assolutamente entro le 17.00. Siamo già oltre i 150 chilometri percorsi e la stanchezza comincia a fare capolino. Alcuni compagni di viaggio, che ben conoscono i posti, lasciano intendere che il bello deve ancora arrivare. E, ahinoi, hanno ragione.

Per tagliare corto non sto a raccontarvi tutte le improperie lanciate sulle ultime cinque salite. Mai lunghe, al massimo di un paio di chilometri, ma delle vere e proprie erte con pendenze in costante aumento. L'ultima ha presentato uno strappo con punte al 19%. I chilometri ormai erano quasi duecento e una fiondata di quel tipo ha fatto veramente male. Eccoci finalmente sull'ultimo tratto di sterrato. Un po' di divertimento! Scateno tutti i rimasugli di forze sui pedali. Del gruppetto nel quale ero solo un ragazzo della Lugo Bike sta con me e con lui condividerò tutta la parte finale di pianura che riporta a Forlì. Le ultime rotonde prima del velodromo pullulano di "omini". Entrati in città la sicurezza torna quella che ci si aspetta, sebbene in 230 chilometri io non abbia mai avuto il piacere di essere scortato, nemmeno per sbaglio e nemmeno per un centinaio di metri, da una moto della scorta tecnica.

Ecco, si entra nel velodromo. Era da due giorni che lo sognavo! Per me è la prima volta, un'esperienza ad oggi unica. E poi il Glauco Servadei, uno degli impianti più rinomati. Si entra in pista, provo a salire un po', ma subito mi dico che è meglio lasciare perdere. Come prima volta posso anche evitarmi virtuosismi che non sono in grado di gestire. Raggiungiamo il traguardo, ma l'omino ci fa fare ancora un giro. L'idea non è male. Far provare un intero giro del velodromo è una bella esperienza, ma sono talmente sfinito e ho talmente una voglia di finire, che quest'ultimo giro mi pesa. E mi spiace! Volevo godermela questa esperienza!

Taglio il traguardo: sono le 17.03! Meno male, sono arrivato nel tempo stabilito. Ho un treno da prendere. Mi cambio in fretta e furia; l'amico Aviero, che si è offerto di darmi uno strappo alla stazione, carica la bici in macchina, intanto mi fiondo al pasta party. E' arrivata anche la terza donna e stanno approntando il podio. Le gentili signorine addette al servizio mi riempiono il vassoio con un bel piattone di pasta, una splendida piadina (finalmente! Dopo tre giorni!) che scelgo con il crudo, per praticità (ottimo lo squacquerone, ma scomodo da portare in borsa), della frutta e una bottiglietta d'acqua.

Ingozzo in pochi bocconi la pasta e conservo la piadina per il viaggio.

Ore 17.45! Sono in stazione! Comincia a piovere. Il tempo, che a inizio settimana prometteva acqua tutta la giornata, è stato clemente e ci ha fatto pedalare con temperature ottimali. Ma ora piove. Ancora duecento granfondisti devono tornare. Non li invidio. Sotto la pioggia, sullo sterrato, con nemmeno un'anima viva di assistenza, senza doti tecniche di guida sul fuoristrada. Un pensiero va a loro mentre salgo sul treno.

E' finita! Si torna a casa! Mi interrogo su ciò che ho fatto oggi! Non provo la stessa soddisfazione di avere terminato la Oetztaler, quando il pensiero già vola alla prossima edizione per tentare di fare meglio. So però che ho preso parte alla mia prima, e ultima, Magnifica. Troppo dura per me (ma anche per tanti altri).

Leggendo nei giorni successivi sui vari blog, forum e social, ho capito che la Magnifica o la ami o la odi.

La amano sicuramente i ciclisti più inclini alle randonnée, abituati a far da soli, amanti del pedalare impossibile. La odiano tutti gli altri! Belli i primi 150 chilometri, ma il finale è veramente devastante.

Cosa ha funzionato e cosa no?

Molto bello il contorno. Bella piazza Saffi vestita a festa, bello l'arrivo al velodromo, ottimo pacco gara. Numerosi i rifornimenti piazzati in tutti i punti segnalati, e forse anche un paio in più. Gentile il personale che li ha gestiti.

Da rivedere seriamente tutta la parte sul percorso. L'organizzazione deve capire (ma anche la famiglia Neri di CicloTurismo nella scelta della prossima New Entry), che il partecipante non è un professionista, ma un operaio, un impiegato, un elettrauto o un falegname, che ama sì la sfida, ma nulla che debba essere un'avventura di questo genere. Quanto più è complesso, lungo e impegnativo il percorso, tanto lo si deve presidiare con personale, per qualsiasi evenienza.

Il granfondista, a differenza del randonneur, ha la necessità di essere preso per mano e accompagnato lungo il percorso; per questo è disposto a spendere i 30-35 euro, o anche più per una granfondo, e non i 10 euro di una randonnée.

Ora non so se la famiglia Massa avrà intenzione di continuare ad avere una gara alla quale cambierei il nome in "La Impossibile", o di renderla un po' più papabile (tipo cambiare le ultime salite, con ascese più lunghe e abbordabili dai più). Se continueranno su questa linea, temo che dovranno fare i conti con numeri da randonnée.

Guarda caso la corsa è stata vinta da degli esperti dei pedali. Due ex professionisti e un preparatore atletico hanno fatto gara a sé fino quasi alla fine, dove il terzo arrivato ha poi dovuto cedere. L'ex pro Alessandro Donati ha battuto il volata l'ex pro Luca Celli.

Ma i dettagli della corsa li potete leggere qui.

(19 settembre 2013)

 

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