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Inserito il 07 giugno 2013 alle 18:53:19 da gazario. - Letto: (3075)

Sua Maestà Lo Stelvio

Quando una granfondo permette di vivere un'emozione straordinaria, grazie ad una salita che rappresenta il mito per ogni ciclista, un'organizzazione perfetta ed un'accoglienza unica.

 

 

(Testo di Luca Bortolami, foto di www.usbormiese.com)

7 giugno 2013 - Lo so, questa volta il titolo del racconto della mia avventura è un poco scontato, ma la maestosità della salita e del Passo dello Stelvio sono tali da non richiedere altro, se non sintesi e rispetto.  

Mi sono trovato a fare la Granfondo Stelvio Santini quasi per caso, dopo avere sentito alcune persone parlarmi particolarmente bene dell’organizzazione e dopo che, con un paio di email per trovare una sistemazione adeguata, mi sono sentito veramente benvenuto nel mio essere un ciclista, con le sue rispettose esigenze. E devo dire che questa volta il caso mi ha proprio voluto bene perché alla fine ne è venuta fuori una delle granfondo che più mi hanno lasciato un segno nel cuore, al punto che ancora a qualche giorno di distanza sono qui che penso con triste nostalgia ai vari momenti che l’hanno costellata.

L’immediata vigilia non era stata delle migliori, le previsioni non lasciavano certo sperare per il meglio, considerando che si sarebbe arrivati a 2.757 metri di altitudine e in mezzo alla neve. Il passo era addirittura chiuso al transito dalla parte altoatesina ma il mio senso della sfida e la fiducia nella competenza dell’organizzazione mi hanno fatto partire per Bormio tranquillo e sereno, pensando che al più sullo Stelvio ci sarei salito un altro giorno, se il caso cosi avesse deciso. Quando sono arrivato ero preparatissimo, l’organizzazione si era veramente impegnata a dare quante più informazioni possibili disponibili tramite i vari canali di distribuzione delle stesse, ma non ero pronto allo spettacolo di tutta la discesa fatta dall’Umbrail fino a Bormio, quindi percorrendo 18 chilometri della salita che avrei fatto il giorno dopo. Avevo già percorso quella salita tante volte anni fa in moto, ma da ciclista le salite si vedono in modo diverso, i tornanti diventano lo sfondo dell’armonia del nostro pedalare. Anche scendendo in auto avevo già i brividi, e non di freddo, per quello che avrei poi potuto provare in gara. Ai 2.500 metri dell’Umbrail comunque la temperatura verso le 13:30 era di 4.5 gradi e questo lasciava sperare per quanto avremmo incontrato il giorno dopo. Lo scenario degli ultimi dieci tornanti disegnati tra la neve era mozzafiato: dovevo esserci!

Arrivato a Bormio, tutto prosegue felicemente e continuo a sentirmi coccolato, a partire dal personale del bel meublé dove soggiornavo (nella camera dal nome “Stelvio”) fino agli addetti alla distribuzione del pacco gara. Sono queste “coccole”, questa cortesia ed accoglienza, il sentirmi veramente benvenuto quale ospite, che segnano tutta la mia esperienza con la Valtellina granfondistica.

Dopo anni di frequentazioni altoatesine devo dire che non mi sarei aspettato che anche altre località montane avessero accettato  la sfida di eccellenza lanciata dal Sudtirolo, e invece qui mi sono trovato inaspettatamente in una dimensione di ospitalità ancora superiore, condita da un calore umano che a volte nelle bellissime vallate dolomitiche difetta un po’. Veramente i miei complimenti a un popolo che ha saputo continuare a migliorare la propria offerta turistica, oltre ad avere capito nello specifico che le granfondo che hanno successo negli anni sono appunto quelle che sono pensate come veicoli promozionali per il territorio dove si svolgono. Almeno nel mio caso, questa promozione si è concretizzata in un nuovo cliente affezionato in più: tornerò già a luglio per una settimana intera.

Tornado ai fatti, ormai mancano poche ore per andare a dormire, e dopo una cena in rosticceria intorno alle 17:00, condita di bontà, gentilezza e desiderio di farmi sentire benvenuto e a mio agio, mi ritiro in camera per riposare e dormire quanto prima.



Quando mi sveglio la mattina la situazione non è ottimale, ma non sembra essere una di quelle che lasciano presagire la pioggia. In effetti le previsioni erano andate migliorando negli ultimi giorni e almeno l’arrivo allo Stelvio sembrava essere diventato probabile. Arrivo come sempre prestissimo in griglia e trovo gente operosa intenta a sistemare gli ultimi dettagli.
Ho con me un grande sacco di plastica pieno dei vestiti che mi sarebbero serviti per poi scendere al caldo dalla cima dello Stelvio. Infatti la quasi perfetta organizzazione aveva incluso questo sacchetto nel pacco gara, unitamente a un pettorale adesivo da mettere sullo stesso. Consegno il mio fagotto agli addetti sicuro che lo avrei poi ritrovato 1.500 metri più in alto dopo alcune ore.

L’attesa del via prosegue con serenità, cosi come i primi chilometri dietro auto durante i quali non si corrono mai particolari rischi. La strada è larga e anche se ogni tanto c’è qualche auto che arriva in senso contrario (prontamente fermata) non si creano particolari inconvenienti. Devo dire anzi che per essere una partenza in discesa mi sento al sicuro, e un paio di piccole salite spezzano un poco il gruppo, anche se il basso ritmo dei primi fa si che ci si ricompatti fino alla prima salita. Il clima alla fine è anche buono per pedalare, e una volta arrivati al Teglio si comincia a fare fatica vera, che poi non finirà fino in cima allo Stelvio.



Il Teglio presenta già delle pendenze interessanti, un antipasto per quello che si presenterà dopo, ma pedalo bene nonostante arrivi da una settimana di moltissimi allenamenti (non sono qui per gareggiare, contrariamente al solito, ma per allenarmi). Il Teglio anzi passa in meno tempo di quello che mi sarei aspettato e dopo la discesa cambiamo lato della valle per fare alcuni tratti in salita e falsopiano per avvicinarci al primo piatto forte della giornata: il Mortirolo.

Una piccola parentesi sul notevole il numero di volontari sul percorso: alla partenza parlano di 300 persone, che per una gara con meno di 1000 partenti è un numero altissimo. Ma si vedono tutti, ogni incrocio è presidiato (solo uno, attraversato sia all’andata che al ritorno, era sorprendentemente senza addetti) e la sicurezza continua ad essere ai massimi livelli, cosi come lo sarà poi fino all’arrivo.

Ma bando ai pensieri frivoli, a un certo punto si gira a destra (per chi vuole) e si incomincia a risalire il mito. I primi chilometri non sono cosi terribili, e, a parte una foratura che riparo prontamente, il 34/29 mi lascia salire senza troppi patemi. Quando vedo che la strada comincia a spianare, se non a scendere, dopo il cartello dei meno quattro, sono quasi meravigliato. Ma non avevo studiato e non sapevo cosa mi avrebbe aspettato negli ultimi due chilometri. A un certo punto il fondo stradale diventa in cemento e acquista pendenze veramente inenarrabili. In dieci anni di granfondo non ho mai visto nulla di simile, con gente che sale a piedi e una grossissima difficoltà a stare in piedi, ho visto anche una persona cadere.



Ma anche quei due chilometri passano e finalmente arrivo al ristoro dove ero sicuro di trovare una pompa per terminare il gonfiaggio della mia ruota posteriore, quella che avevo forato. Ma niente pompa (anche le organizzazioni più perfette possono dimenticare qualche cosa, ma sono sicuro che il prossimo anno ce ne saranno almeno due) e quindi un po’ deluso incomincio una discesa già difficile di per se e resa ancora più complicata dal vento e dalla ruota sgonfia. Come sempre però tenendo qualche neurone acceso si riesce a restare in sicurezza anche in condizioni non ottimali. Dal ritorno in fondo valle fino a Bormio mi faccio tutti gli oltre venti chilometri in completa solitudine (a parte alcuni ciclisti del percorso medio da me superati) e con un fastidioso vento contrario, che poi mi accompagnerà fino in cima allo Stelvio.
Ma il pedalare è piacevole, e la voglia di maestosità aumenta ad ogni chilometro.

Arrivato a Bormio, mi fermo al punto meccanico e finalmente gonfio la ruota (ormai ero a terra) e posso ripartire, trovando il famigerato cartello dei 19.5 chilometri e 1.550 metri di dislivello all’arrivo. Qui si comincia a pedalare in armonia, senza curarsi troppo di quanto si è fatto e ancora si dovrà fare. Lo scenario diventa ad ogni metro più affascinante, i tornanti consentono di fare pezzi controvento alternati ad altri col vento a favore. Supero tanti ciclisti del percorso medio e lungo e al di là di questo sono veramente gioioso per la esperienza che sto vivendo. Sul lungo tratto in falsopiano poco sopra i 2.200 metri di altitudine il vento, il freddo e la fatica incominciano a farsi sentire, ma non ci sono precipitazioni e basta alzare lo sguardo al cielo per trovare nuove energie. Avvicinandosi al confine con la Svizzera la visuale si comincia ad aprire sugli ultimi dieci tornanti, completamente circondati dalla neve, che si è incominciata a trovare ai bordi della strada da circa 2.200 metri di altitudine. Una volta completamente circondati dalla neve, a ogni folata di vento (e non sono poche) si viene coperti da polvere bianca.

Gli ultimi due chilometri sono duri ma bellissimi, l’emozione è tanta. Appena in vista della linea di arrivo una persona col binocolo legge il numero di pettorale e si sente cominciare a chiamare il proprio nome. Come sarebbe possibile non emozionarsi? Passo il traguardo e afferro il mio guadagnato cappellino, e come sempre la fatica passa subito. Ma so che sono vestito troppo poco per restare li senza pedalare esposto al vento e alla temperatura a cavallo dello zero. Vado subito quindi alla grande tenda riscaldata (ma veramente tale) e degli addetti (anche delle gentili ragazzine) prendono in carico la mia bici. Entro nella tenda e un addetto va alla ricerca della mia sacca e me la consegna subito. Quindi sono li, al caldo, tra gente stanca ma soddisfatta, come me. Prendo un buon bicchiere di thè e non posso trattenere le lacrime per le emozioni che mi invadono.



Ecco, di queste lacrime devo essere grato a tutti e tutto ciò che ha reso oggi possibile. Queste lacrime almeno per me rappresentano il perché faccia tanti chilometri in bici, il perché mi piace mettere un numero sulla schiena e viaggiare da ospite benvenuto. Grazie Stelvio, grazie Valtellina e Valtellinesi, grazie US Bormiese. Quelle lacrime e le emozioni le dedico a voi.

Mi vesto come non mai, metto lo zaino in spalla ed insieme ad un amico incominciamo la discesa a valle verso Bormio. Dopo poco più di 30 minuti siamo al pasta party, ancora ben organizzato, ancora pieno di gentilezza e di cose buone.

Cosa può restare da dire di una giornata e di una manifestazione cosi? Sono dieci anni che faccio granfondo e ne ho ormai oltre 150 alle spalle, ma questa entra tra le prime tre di sempre. Credo sinceramente che ci siano i luoghi, la capacità organizzativa e l’accoglienza necessarie per fare diventare questa una delle massime manifestazioni in Italia. Il numero inusuale di stranieri indica quale sia l’appeal che il percorso ha anche all’estero, e per questo sono convinto che da qui a cinque anni parleremo della Granfondo Stelvio Santini a fianco di Maratona dles Dolomites, Nove Colli, Sportful. Da parte nostra, come atleti in cerca di emozioni, dobbiamo solo avere a volte più voglia di affrontare, in sicurezza, possibili piccole avversità (mi riferisco al meteo) e farci meno paranoie sulla base di quello che le previsioni dicono succederà dopo giorni.

Se non si fosse saliti allo Stelvio per il meteo me ne sarei fatto una ragione, ma sono andato a Bormio pronto ad accettare quello che sarebbe arrivato. E in cambio mi è stato dato tantissimo.

Grazie Stelvio, grazie Valtellina e Valtellinesi, grazie US Bormiese. Grazie per avere con la vostra passione alimentato la mia.

 

 

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