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Appunti di viaggio Giro d'Islanda 2013   
Inserito il 02 maggio 2013 alle 19:58:26 da gazario. - Letto: (3232)

Il Giro d’Islanda in cinque giorni: Omar Di Felice più forte della Natura!

L’ultracyclist ha portato a termine una sfida che ha dell’incredibile. Le condizioni metereologiche si sono accanite contro di lui, in più di un’occasione ha pensato di dover rinunciare, ma la sua grande passione lo ha portato a concludere quello che aveva sognato.

 

 

(Testo di Gianandrea Azario, foto di Omar Di Felice)

2 maggio 2013- La bici è per noi tutti una passione, incontenibile. Ma per qualcuno questa passione porta a sfidare quello che ai normali appassionati sembra impossibile, anche perché oltre alla passione bisogna avere una grande forza mentale per superare quelli che sono i propri limiti ed i momenti di grandissima difficoltà cui si va sicuramente incontro.

Questo è un “ultracylist”: un uomo che non si arrende mai, davanti a nessuno degli ostacoli che troverà tra lui e l’obiettivo che si è proposto. Questo è Omar Di Felice che dell’ultracycling ha fatto la sua passione.

Dal 19 al 23 aprile ha affrontato in solitaria il Giro d’Islanda in solitaria. Le condizioni meteo straordinariamente sfavorevoli ed i problemi meccanici lo hanno rallentato, ma non lo hanno fermato. Dalle sue parole si capisce chiaramente che oltre ad una capacità fisica non trascurabile, la dote fondamentale di Omar è la testa, intesa come grinta, ma anche come capacità di ragionare e trovare delle soluzioni ai problemi che gli si sono prospettati. Ascoltiamo il racconto di questo splendido viaggio verso un sogno da chi lo ha vissuto in prima persona.

Prima tappa: Reykjavik-Akureyri (375 chilometri)
L’avventura è iniziata alle 5.30 di mattino di venerdì 19 aprile, sotto la Chiesa di Hallgrimskirja, la cattedrale islandese di Reykjavik.
La vigilia , a dire il vero, è stata movimentata: un forte mal di testa (che mi ha costretto a rimanere a letto per tutto il pomeriggio), dovuto probabilmente allo stress per i preparativi e i vari trasbordi aerei affrontati, mi ha fatto vivere le ultime ore con un po’ di apprensione. Nell’ultracycling, quando si tentano imprese del genere, è fondamentale che la componente “fisica” giri per il verso giusto. Basta il minimo malanno per compromettere tutto e rendere un’impresa qualcosa ai limiti del possibile.
La prima tappa, tra Reykjavik e Akureyri (375 chilometri) prevedeva diverse asperità. I primi chilometri sono volati via con l’entusiasmo e la freschezza, ma subito “l’Islanda” si è presentata a me in tutto il suo splendore e in tutto il suo essere così, una terra “vera”, affascinante nel suo essere viva.
Forti raffiche di vento laterale cui ha fatto seguito la pioggia, superato il duecentesimo chilometro e infine la neve. Salendo il passo prima della picchiata su Akureyri la neve si è fatta sempre più intensa, al punto da richiedere l’intervento degli spazzaneve per sgombrare la strada. Gli ultimi 20 chilometri in discesa, sono stati quindi neutralizzati, per non incorrere in rischi che avrebbero potuto compromettere la riuscita dell’impresa stessa.
L’arrivo, dopo 350 chilometri e 15 ore sui pedali, è stato alle prime luci della sera.
La giornata si è conclusa con una cena improvvisata e un rapido controllo alle attrezzature. Poche ore ci separavano dal via della seconda tappa.


Seconda tappa: Akureyri-Egilsstadir (250 chilometri)
Il secondo giorno ho preso il via dalla guest house presso cui avevamo trovato riparo la sera precedente, alle 6 di mattina. Ho voluto sfruttare il tempo favorevole delle prime ore per superare la prima asperità di giornata, il valico dopo Akureyri.
La gamba girava bene; nonostante il grande sforzo del primo giorno, sono riuscito subito a trovare il mio ritmo, quello “giusto” che ti consente di affrontare sforzi così prolungati per giorni interi.
Purtroppo, però, la discesa e successiva salita su Godafoss, mi ha riservato una spiacevole sorpresa. Un vento fortissimo (dapprima contrario quindi laterale) che mi ha costretto a interrompere in un paio di occasioni la marcia ed attendere qualche minuto. Minuti in cui era difficile anche solo tenere la bici in strada, ferma. Minuti durante i quali ho seriamente pensato che la tappa odierna fosse a serio rischio (basti pensare che per tenere la bici ho avuto bisogno di Nicola, il mio driver, giù dalla macchina).
Ripresa la marcia, dopo aver ammirato lo spettacolo della zona del Lago di Myvatn, essermi specchiato nel sole in alta quota, contornato solo ed esclusivamente da lande completamente innevate, si è presentata la seconda vera difficoltà di giornata: la strada ghiacciata e innevata che mi ha costretto a rallentare la marcia fino a dover scendere dalla bici e spingerla a piedi camminando per molti chilometri mestamente a bordo strada.
E’ stato in quel momento, con un occhio all’orologio e l’altro al contachilometri, che è nata un’idea vincente: accorciare la seconda tappa e concluderla ad Egilsstadir anziché Djupivogur (circa 70 chilometri di meno, percorrendone quindi 250 anziché i 325 preventivati) per arrivare in albergo ad un orario che mi potesse consentire qualche ora di riposo in più, una doccia calda e una buona cena.
Il mattino successivo ci avrebbe riservato la tappa più lunga

Terza tappa: Egilsstadir-Kirkjubaerklaustur (350 chilometri)

Sveglia prestissimo, puntata alle 4 ma alle 3.50 ero già in piedi. Aver riposato due ore più del previsto si è rivelato provvidenziale. Alle 5 ero già in strada, carico come non mai e galvanizzato da un timido cielo sereno.
Ovviamente, però, laddove vento e precipitazioni nevose/piovose, mi hanno concesso una tregua, è sceso il gelo a farmi compagnia.
Le prime due ore sono state pedalate con una temperatura di -10 gradi. Ho cercato di mantenere la calma e impostare un ritmo buono per alzare il cuore e scaldare il corpo, mantenendomi a una cadenza tra le 100 e le 110 pedalate al minuto. Questo mi ha consentito di superare l’alba gelida senza troppe conseguenze negative, ma con un dispendio energetico non indifferente.
Alle porte di Djupivogur sono iniziati i settori di sterrato: circa tre per un totale di quasi 60 chilometri, un impegno costante soprattutto per schiena braccia e collo, già provate dalla fatica di tante ore in sella con condizioni ai limiti dell’estremo.
Arrivati a Djupivogur la prima sosta: rapido carico alimentare, qualche barretta (soprattutto cioccolata fondente, ottima per alzare un po’ i battiti del cuore e al tempo stesso la temperatura corporea) e via di nuovo, direzione Hofn per il secondo settore di 105 chilomteri.
Qui il sole ha iniziato a scaldarmi, portando la temperatura più prossima allo zero. E’ stato il primo momento di vera felicità pura, quello in cui inizi a pensare “forse ce la farò.”
Su e giù lungo i fiordi, strappi secchi e discese veloci, piccoli tratti di sterrato e poi loro, le renne, belle e improvvise, prima ai bordi della strada e poi di fronte a me a precedere il mio passaggio, scandendo idealmente il ritmo della mia marcia.
Superata Hofn la classica sosta “pranzo”. Circa venti minuti, mezz'ora, in cui dopo un rapido briefing e un buon pasto sono ripartito in sella carico e convinto. Oggi era il giorno in cui bisognava capire come sarebbe terminata quest’avventura. Quello in cui senti che sei tu a decidere il tuo destino e a tracciarne la strada, definendo i chilometri, scandendone il ritmo.
All’altezza della laguna dello Jokulsarlon, però, ho accusato il primo vero dolore fisico all’esterno del ginocchio destro. Dolore via via più acuto, che mi ha costretto a tratti a pedalare caricando tutto sulla gamba sinistra.
Entrati nei Sundur (i deserti di sabbia nera) si è scatenato l’inferno: la pioggia prevista ha lasciato il posto a un nevischio sempre più intenso e, dopo una giornata che cominciava a sembrare infinita (quasi 16 ore in sella) ho trovato riparo con la mia crew a Kirkjubaerklaustur dopo 350 chilometri.

Quarta tappa: Kirkjubaerklaustur-Selfoss (165 chilometri)
Questo era “il giorno”. Quello in cui dovevo arrivare quanto più vicino possibile a Reykjavik.
Appena sveglio naso alla finestra e... nevica!
Vestizione pesante e via, per la prima volta in sella con la pioggia battente sin dai primissimi chilometri, deciso a coprire i 75 chilometri fino a Vik il più velocemente possibile.
Conoscendo l’Islanda, sapevo che questa poteva essere la zona più critica dal punto di vista della pioggia, ma mai avrei creduto che sarebbe accaduto qualcosa di così “drammatico”.
Dopo quasi tre ore a “menare” sui pedali, con la pioggia gelida e il nevischio sulla pelle, le mani e i piedi completamente congelati, mi sono dovuto fermare con un principio di ipotermia alle porte di Vik in una stazione di servizio.
Qui la mia crew è stata fondamentale. Non si sono fatti prendere dal panico, mi hanno aiutato a spogliarmi e scaldarmi, porgendomi subito un cambio vestiti asciutto e del cibo per provare ad alzare la temperatura (qualche ora dopo avevo ancora 34.5 di temperatura corporea…)
In quel momento ho pensato che sarebbe stato più saggio fermarmi, le condizioni erano al limite dell’impraticabilità.
Ma si sa, noi ciclisti abbiamo sette vite ma, soprattutto, una forza mentale fuori dal comune. Quando ho progettato quest’impresa sapevo che non sarebbe stata una passeggiata. Così dopo una buona colazione, del the caldo e un surplus calorico, ho deciso di ripartire. Ho chiesto al mio team di assistermi al meglio. Ho visto nei loro occhi la paura per ciò che poteva succedermi ma al tempo stesso l’orgoglio e la determinazione, consci del fatto che stavamo realizzando qualcosa di veramente eccezionale e che questa mia voglia di non mollare, prima o poi sarebbe stata premiata.
Così, dopo una vestizione di fortuna (oltre al normale abbigliamento abbiamo predisposto buste di plastica per proteggere i piedi, fasciature con il nastro adesivo per serrare ogni possibilità di entrata dell’acqua e triplo paio di guanti) ho preso il coraggio a due mani, ho guardato fuori dal finestrino e sono ripartito.
Ovviamente, nel frattempo, il meteo era peggiorato: oltre alla pioggia gelida si è alzato un vento incredibilmente contrario.
Sullo strappo appena fuori Vik è accaduto l’inesorabile: raggio della ruota posteriore rotto così sono sceso, quasi con le lacrime e ho portato la bici in cima a piedi. In quel momento ho pensato che il destino mi stesse dicendo di fermarmi. Ed è stato li che è scattato qualcosa nella mia mente. Quel qualcosa che ti fa superare il limite, che fa la differenza tra realizzare una buona impresa e compiere un capolavoro. Con la grinta ho smontato il freno, tolto la ruota, recuperato un raggio di fortuna portato per ricambio e montato come meglio ho potuto. Lì mi sono accorto che in realtà la rottura era stata causata, probabilmente, dalla rottura a sua volta del corpetto della ruota libera che ho serrato come meglio ho potuto.
Sono ripartito e con la tenacia sono arrivato a Selfoss (60 chilometri da Reykjavik) alle prime luci della sera.
Lì ho capito che la mia impresa sarebbe finita cosi come l’avevo progettata. E ho deciso, allo stesso modo, di fermarmi. Volevo arrivare a Reykjavik a modo mio, godendomi gli ultimi chilometri in una ideale passerella.

Quinta tappa: Selfoss-Blue Lagoon (60 chilometri)
La mattina dopo mi sono alzato con molta calma, mi sono goduto insieme al mio team la quiete di una piccola fattoria a Lambastadir dove abbiamo alloggiato, chiacchierato amabilmente con la coppia di proprietari, rilassato i muscoli in una hot pot naturale e mangiato del buon cibo.
Sono partito e mi sono avviato carico e felice verso Reykjavik. Sull’ultimo passo di giornata, a quota 700 m, di nuovo la neve. Ma ormai sentivo che nulla mi avrebbe potuto fermare. Pedalavo e mi guardavo intorno, con il sorriso sul volto e il cuore pieno di orgoglio. Stavo dimostrando a me stesso che ero in grado di compiere questo capolavoro.
Gli ultimi chilometri verso Reykjavik (dove abbiamo trovato il buon hilmar della Trawire ad accoglierci festante per l’arrivo) e i successivi alla Blue Lagoon sono stati una cavalcata trionfante.
Mi sono girato un paio di volte verso il mio team, li ho salutati e ringraziati. Ho chiuso gli occhi una, due, tre volte. Ho ripercorso in pochi attimi i miei 1350 chilometri verso un sogno.
La mia Icelandic Experience. Quel sogno che cullavo da mesi. Quello di conquistare la terra del fuoco e del ghiacchio.
Le foto di rito, gli abbracci, e la felicità per aver realizzato qualcosa di eccezionale e per aver avuto accanto anche Nicola, con cui da tempo aspettavamo di poter vivere un momento così. Lui al “basso” più in disparte ma non meno importante, io alla “chitarra” per l’assolo più bello.
Lui e Serena mi hanno lanciato alla partenza, spronato quando il vento mi frenava, supportato e consigliato quando la lucidità è venuta meno e aiutato quando avevo bisogno di qualcuno che ci credesse ancora come me.
E’ stato un bellissimo lavoro di squadra. Perché un uomo, nelle sue imprese, non può e non deve mai essere solo.
Alla prossima avventura.

In queste situazioni mi ritorna in mente il ritornello della canzone che Celine Dion ha cantato alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Atlanta del 1996: “In the moment that you think you can’t, you discover that you can”.

Omar, incarni pienamente questo motto.

In bocca al lupo per le prossime avventure.

 

 

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