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Inserito il 03 aprile 2013 alle 20:00:33 da Roberto Cunico. - Letto: (17528)

ASD e Agenzia delle Entrate: occhio alle sponsorizzazioni

Indeducibilità totale o parziale delle spese per operazioni di Sponsorizzazione. Analisi dell’ipotesi di contestazioni da parte dell'Agenzia delle Entrate per operazioni inesistenti e per spese eccessive sulle sponsorizzazioni. Vediamo di capirne qualcosa di più, ma soprattutto come evitare la contestazione.

a cura di Roberto Cunico
Nato a Thiene (VI) il 18/11/1979.
Diplomato in Ragioneria presso l’I.T.C.G. CECCATO di Thiene. Dopo la scuola superiore si diploma in Consulenza del lavoro presso la facoltà di Giurisprudenza di Padova (diploma ora diventato laurea). Nel 2005 prepara e passa l’esame di stato per l’abilitazione alla pratica di consulente del lavoro. Da giugno 2005 è libero professionista presso il suo studio, ha una ditta individuale che svolge l’attività di redazione paghe e una società (Studio B.) con le sue sorelle che si occupa del settore contabile e fiscale. Essendo consulente del lavoro può svolgere entrambe le attività e si è da sempre dedicato al settore contabile e tributario. Partecipa periodicamente a convegni, obbligatori per i consulenti del lavoro ed i commercialisti, per tenersi aggiornato sulle ultime novità fiscali.
Corre in bici per hobby e perciò gli interessa anche la normativa relativa alle ASD, curando anche clienti di questa tipologia.

 

Negli ultimi anni, l’Amministrazione finanziaria ha amplificato la propria attenzione sui contratti di sponsorizzazione stipulati con società dilettantistiche e non, contestando, a vario titolo, l’indeducibilità totale o parziale di dette spese.

In particolare, due, a mio avviso, sono state le principali casistiche riscontrabili: la contestazione di operazioni inesistenti (specialmente verso le associazioni dilettantistiche utilizzate da taluni amministratori come vere e proprie cartiere) e la contestazione di spese eccessive, quindi non inerenti, per operazioni di sponsorizzazione del tutto lecite e legittime.

In questo intervento verrà posto l’accento sulla seconda casistica, vertendo la prima su argomenti di carattere penale e che molto dipendono da elementi di fatto.

 

CONTRATTO DI SPONSORIZZAZIONE: DEDUZIONE FISCALE DEI COSTI ED INTERPRETAZIONE GIURISPRUDENZIALE

La pretesa di inquadrare il contratto de quo all’interno di uno schema tipico, dunque tipizzato, è esercizio tutt’altro che accademico ed a tutt’oggi non ha conosciuto soluzione definitiva. Per qualcuno, inquadrabile quale appalto di servizi – tesi molto minoritaria – questo negozio giuridico certamente non è considerabile quale obbligazione di risultato.

Secondo la prevalente tesi dottrinale, invece, la sponsorizzazione è definibile quale contratto a titolo oneroso ed a prestazioni corrispettive, «(…) la cui causa è rappresentata dall’utilizzazione a fini pubblicitari, dell’attività, o del nome, e dell’immagine, del soggetto sponsorizzato, a fronte di un corrispettivo che può consistere in una somma di denaro, ovvero in una fornitura di prodotti o altri beni (…) Se pertanto non è possibile qualificare in maniera specifica il contratto in esame, sembrano comunque emergere in maniera inequivocabile elementi comunque capaci di distinguerne i tratti essenziali: l’onerosità; le prestazioni corrispettive, conseguenti alla non gratuitàdi cui si è appena detto, che implicano obbligazioni per entrambe le parti coinvolte; la sua appartenenza al più ampio “genere” delle spese a carattere pubblicitario».

In forza di ciò, a nostro avviso, appare corretto considerare i costi di cui parliamo quali spese di pubblicità, laddove sia chiaro il carattere propagandistico (in senso lato e non fiscale) del contratto.

Qualora sia chiaro, in altri termini, che il servizio sia svolto per la comunicazione e la diffusione del Brand. Ciò accade, allorquando le iniziative siano tese a divulgare l’attività svolta, i prodotti, il marchio, tanto verso clienti effettivi, tanto verso un pubblico indistinto e che si intende far diventare parte integrante della clientela (di contro, le spese di rappresentanza sono quelle sostenute con l’esigenza di «instaurare o mantenere rapporti con i rappresentanti delle amministrazioni statali, degli enti locali, o con organizzazioni private quali le associazioni di categoria, sindacali», relazione ministeriale al D.M. 19 novembre 2008, i cui destinatari finali non coincidono direttamente con i clienti, bensì con altri portatori di interesse).

Questa impostazione è stata confermata dalla stessa Amministrazione finanziaria nella nota C.M. 13 luglio 2009, n. 34/E. In essa, l’Agenzia delle Entrate specifica che la differenza fondamentale tra spese di rappresentanza e pubblicità è radicata nel fatto che queste ultime sono spese sostenute nel proprio ed esclusivo interesse, senza alcuna componente di gratuità verso altri soggetti. Pertanto, esse mantengono un carattere di commercialità, giacché vincolate ad un rapporto di inerenza con i ricavi e le vendite.

Di tenore diverso, alla tesi qui proposta, è stata taluna recente giurisprudenza. Su tutte, si consideri l’ordinanza 5 marzo 2012, n. 3433, pronunciata dalla Cassazione, in cui è emerso l’orientamento per cui «(…) alle sponsorizzazioni si applica l’attuale art. 108 t.u.i.r., essendo, in tutto e per tutto, equiparate alle spese di rappresentanza, in quanto effettuate senza che vi sia una diretta aspettativa di ritorno commerciale (…)».

I costi di sponsorizzazione sarebbero, pertanto, integralmente deducibili solo quando esiste un nesso logico tra l’attività svolta dallo sponsor e la promozione pubblicitaria. Sarebbe necessario, quindi, un legame evidente tra l’attività svolta e la promozione.

Ciò significa che quando la sponsorizzazione è rivolta ad ambiti non direttamente riconducibili al settore merceologico relativo ai beni prodotti e/o ai servizi offerti dallo sponsor, non deve ritenersi contratto suscettibile di generare componenti deducibili, quali spese di pubblicità.

In questo modo, tuttavia, la libertà imprenditoriale (art. 41 Costituzione) verrebbe, di fatto, indirettamente limitata, sotto il profilo della comunicazione, ad ambiti commerciali predeterminati.

In sostanza “io azienda” non posso decidere dove spendere i miei soldi, meglio… se non sono ben spesi non me li deduco!!!

Inoltre, il riferimento al diretto ritorno commerciale è aspettativa che accomuna tutte le spese di propaganda aziendali, non essendo postulabile che un imprenditore sostenga costi per mera beneficenza, salvo casistiche ben determinate (oneri di utilità sociale, art. 100, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917).

La tesi affermata dalla Cassazione, inoltre, è indirettamente smentita da una disposizione normativa spesso ignorata.

In particolare, l’art. 90, co. 8, L. 27 dicembre 2002, n. 289 (questa è stata svolta importante), stabilisce che le spese per la «(…) promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante mediante una specifica attività del beneficiario (…)» debbono considerarsi, sino ad E 200.000, spese di pubblicità se sostenute a favore di «(…) società, associazioni sportive dilettantistiche e fondazioni costituite da istituzioni scolastiche, nonché di associazioni sportive scolastiche che svolgono attività nei settori giovanili riconosciuta dalle Federazioni sportive nazionali o da enti di promozione sportiva (…)».

Ne consegue che, seppur per i contratti di sponsorizzazione stipulati verso soggetti diversi da quelli indicati dalla norma, le relative spese non possano essere, ex lege, considerate quali spese di pubblicità; è altrettanto vero che è il Legislatore a precisare che i costi sostenuti per la promozione dell’immagine dello sponsor rappresentano spese di pubblicità. A differenza di quanto afferma la Cassazione, il Legislatore, dunque, non ha imposto nessun tipo di nesso commerciale tra attività d’impresa e tipologia di attività svolta dal soggetto beneficiario.

Ai fini interpretativi, se ciò vale, in modo esplicito, per taluni soggetti, non vi è ragione per opinare, al contrario, che non valga anche per contratti siglati verso altri soggetti, qualora sia identico il presupposto oggettivo e la causa del contratto sottostante.

 

CONTESTAZIONI MOSSE DALL’AMMINISTRAZIONE FINANZIARIA

Al fine di motivare la ripresa a tassazione, sovente totale, gli Uffici fanno riferimento alla carenza di giustificazione in ordine all’inerenza delle sponsorizzazioni o all’antieconomicità delle medesime. Più raramente, si nota il ricorso al concetto di «abuso del diritto».

Contro tali addebiti, il contribuente deve opporre, anzitutto, fin dalla fase istruttoria, l’esistenza di una corretta e valida contrattualistica, suffragata dal rispetto dei termini di pagamento e dalla documentazione relativa all’attività di sponsorizzazione (foto, brochure informative, ecc.).

In questo modo, si potranno evitare rischiose censure in ordine all’utilizzo fraudolento dell’istituto. Di rado, inoltre, i contribuenti sono in grado di corredare ai documenti anzidetti, corrispondenza tra le parti e/o l’evidenza della data certa dei contratti, anche se si tratta di documenti e accorgimenti di cui sarebbe sempre bene poter disporre. In seconda battuta, certamente è utile fornire le ragioni che hanno indotto alla scelta della sponsorizzazione, ma solo qualora e laddove sia l’Amministrazione finanziaria a richiedere delucidazioni.

Parimenti, in questo caso, andranno illustrate anche le motivazioni per cui il costo di sponsorizzazione deve ritenersi «congruo», dunque quantitativamente inerente all’attività dell’impresa.

Come paragone, inevitabile, e punto di riferimento, deve sicuramente adottarsi l’ammontare dei ricavi, o meglio quello relativo ai proventi tipici dell’attività oggetto di promozione.

Sebbene, infatti, molto spesso l’Amministrazione finanziaria utilizzi come parametro di riferimento l’utile di esercizio, tale dato ingloba nel calcolo elementi che non afferiscono con il contratto in esame, come le risultanze della gestione finanziaria e/o gli ammortamenti.

Ai fini difensivi, inoltre, è necessario analizzare scrupolosamente la parte motiva degli accertamenti, dato che non è giuridicamente corretto che l’Amministrazione finanziaria sostenga la mancanza di inerenza di un costo, senza entrare nel merito ed analizzare la documentazione prodotta dalla parte. Non di rado, all’opposto, si assiste all’emissione di provvedimenti impositivi nei quali alla contestazione circa la non inerenza di una sponsorizzazione, si accompagna un sostanziale silenzio o, ancor peggio, una valutazione di insufficiente documentazione del costo, con motivazione solo apparente.

Sebbene spetti al contribuente documentare l’inerenza dei costi, è altrettanto vero che spetta all’Amministrazione la motivazione sostanziale della propria pretesa impositiva.

Quindi per non incappare in provvedimenti sanzionatori, cerchiamo di rispettare tutte le regole e redigere contratti e fatture non opinabili nei contenuti e negli importi. E, soprattutto, se vittime di un accertamento, non arrendiamoci quando sappiamo di avere ragione al 100%, cerchiamo di passare la palla a loro nella dimostrazione della non inerenza del costo sostenuto.

L’Agenzia Entrate, per esperienza, tende sempre a riprendere totalmente il costo, cercando di arrivare ad una mediazione che di solito è al 50%.

Combattiamo, creiamo precedenti, di modo che sia facile dimostrare che il nostro investimento non è evasione! Altrimenti va a finire che se vogliamo dare una mano alla squadra dell’amico siamo costretti davvero ad evadere prelevando dai nostri conti denaro contante senza emissione di fattura da parte della associazione sportiva….(ogni prelevamento o versamento non giustificato da un documento fiscale è considerato ricavo).


3 aprile 2013

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