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Appunti di viaggio Cicloturismo   
Inserito il 19 novembre 2012 alle 19:38:14 da Enrico Cavallini. - Letto: (2337)

Extremato sull'Abetone

Accade nel 2011, alla Granfondo Alto Appennino, quando Carlo Stefanelli decide di affrontare la sua sfida maggiore: il percorso Extreme in condizioni atmosferiche proibitive. La passione e la forza di volontà vincono contro le avversità... con un pizzico di incoscienza!

di Carlo Stefanelli

D

ecisione sofferta. Il 4 settembre 2011 partecipai alla Granfondo Alto Appennino. L’unico termine di paragone era la Granfondo Colnago, prestigiosa certo, ma ... solo (!) 156 chilometri con 2.700 metri di dislivello (coefficiente di difficoltà 53). Meglio l’Alto Appennino con percorso extreme di 170 chilometri e un dislivello di 4.700 metri (coefficiente 82). Riflettei sul percorso. Mi spaventava l’altimetria: salite al 20% altre al 18% corte, brevi e lunghe. Mi chiesi cosa c’entrassero due salite sterrate di cui non era indicata l’altimetria e la lunghezza. Su Internet vidi che le bici da ciclocross assomigliano un po’ alla mia Torpado. Mi convinsi così che la mia bici fosse polivalente: strada e ciclocross. “Beh se vanno le altre anche la mia ce la farà. Diversamente sono io che pedalo fiacco: più allenamento, più allenamento!”. Questi i pensieri, ora i fatti.

Meteo negativo, piogge in arrivo. La Toscana sulla cartina è piena di nuvole grigie con lampi feroci. Siamo al 3 settembre. A Pistoia, luogo di partenza, che sarà alla francese, c’è tanta afa da far inorridire anche i cammelli fuori rotta. La mattina del 4 guardo per l’ennesima volta il cielo e sembra tutto a posto!

Ore 7:00: chiedo la vidimazione della carta da viaggio e il permesso per partire. Mi sconsigliano vivamente (quasi si mettevano in ginocchio) l’extreme perché sull’Abetone, da cui il lungo si separa dell’extreme, ci sono pessime previsioni specie ad alta quota. Non prometto, ma mi impegno di essere cosciente. Vado, pedalo. Mi sento un treno. Maciullo la prima salita e metto alla spalle i primi partiti. Sono carico di adrenalina e dentro sento un grido violento di sfida: affrontala, non essere codardo, in fondo sono salite. Vorrei urlare: “Eccomi! Dove siete? Sono qui per chiudere i conti!”

Al 50esimo chilometro mi fermo al secondo ristoro che sembra il buffet di un pranzo nuziale; siamo quasi al passo dell’Abetone. Vidimo la carta da viaggio e chiedo la strada per l’extreme. Mi sconsigliano. Insisto. Tutti mi salutano sconsolati, anche gli amici conosciuti pedalando, mi fanno gli auguri. Pedalo convinto. Finalmente il cartello che indica la separazione dal lungo. Sento un brivido di ennesima sfida. Eccomi, sono qui, fammi vedere quanto vali. Nessuna esitazione, rapporto agile, anzi agilissimo e via si sale su per un muro che terminerà presso un rifugio. Dall’ultimo ristoro ho percorso altri 20 chilometri, quindi c’è l’ennesimo ristoro. Di tutto. C’erano anche fagioli caldi. Non ho con me l’orologio. Ho solo il Garmin del quale non ho grande fiducia. Vidimo la carta, raccolgo informazioni sulla strada sterrata e riparto carico più che mai.

Presto mi accorgerò della mia presunzione. Inizio lo sterrato. Mi rendo conto che la bici salta, la ruota di dietro non ha grip e scivola. Penso di non potercela fare, ma non desisto. Sembra di stare sui rulli: non ti puoi alzare, perché la ruota di dietro scivola. Da seduto ... che botte... salta troppo su una pietra all’altra e poi ci sono le pietre grandi... il brecciolino dove si arena la bici... Passo il primo tratto coperto dagli alberi e mi trovo immerso in una nube. Piove o è l’acqua della nube?. Ma poi è veramente una nube? perdo l’equilibrio su una pietra grande. Riesco a rimanere in piedi. Ormai non mi pongo più domande sulla nube o altro: piove a rotta di collo. Non si vede nulla si sente solo l’acqua che espugnata ogni barriera di plastiche, giubbe tecniche e tutto che c’è in commercio scivola ovunque. La mulattiera che poc’anzi baldanzoso e spavaldo percorrevo diventa il letto di una pluralità di ruscelli che con il passar del tempo diminuiscono in numero ma si accrescono in portata. Non riesco a pedalare, anzi a dire il vero non riesco nemmeno a salire sulla bici. Anche se ci riuscissi non si vede ad un palmo dal naso. Bene, dico a me stesso: questa è l’ultima volta che faccio cose del genere. Non mi dilungo.

Finalmente arrivo all’asfalto. Non ci sono frecce. Il dilemma se andare in discesa o in salita lo risolve la carta da viaggio. Discesa! e va bene discesa sia ma a due all’ora. Già non si vede nulla, non posso fare di meglio. Arrivo a valle e il sole riscalda le gambe. Ricomincio a sudare e per un attimo penso di mollare, rimettermi sul lungo e ritornare. No, non posso, devo farcela. Ecco, cerco di nuovo la sfida, sono pronto per il gran finale. Dove sei ultima salita estrema, ti cerco ti voglio semplicemente per demolirti. Una freccia di svolta a sinistra e ... urka! Si presenta una stretta lingua di asfalto ondulato che fa paura solo a vederla. Evito di guardare in alto, leggo solo il garmin per misurare i chilometri. Alla fine registro 11 chilometri di salita sfiancante. Mi attendono altri cinque di sterrato, solo cinque chilometri per poi riprendere il lungo. Ho vinto, è fatta; sì solo cinque chilometri e si ritorna all’ordinario. Inizio lo sterrato con foga. Impenno addirittura la bici. Questa volta sembra più facile, sento che sotto le pietre un tempo c’era asfalto o una gittata di cemento o altro. Insomma nonostante la pendenza e le asperità si riesce a pedalare meglio del primo sterrato. A metà della salita mi fermo in uno spiazzato dove c’è una fontana di acqua corrente fredda come quella del frigo, anzi no del congelatore. Bevo circa un litro, riempio le borracce, una preghiera per l’alpino a cui è dedicata la fonte e via! Riprendo con maggiore energia. Manca poco, ripeto a me stesso solo due chilometri ed è fatta.

Il fondo cambia, diventa più ripido e meno stabile. Ora tutto assomiglia alla prima salita. La nebbia man mano diventa più fitta. Cerco di alzare la ruota anteriore in modo da saltare i tronchi messi di sbieco sulla mulattiera per deviare i torrenti di detriti in caso di pioggia. Qualcosa non va. La ruota anteriore scivola su un tronco e via a terra io e la bici. Niente di rotto. Si riparte. Perdo di nuovo l’equilibrio, anche perché non riesco a vedere in tempo utile gli ostacoli da aggirare. Ma ormai manca un chilometro. Scendo e cammino. Dopo un po', pur non vedendo nulla, capisco che sono in vetta. Salgo di nuovo in bici e dopo pochi metri vedo dei fari che lampeggiano. Mi fermo e urlo di passare. I fari continuano a lampeggiare. Mi avvicino e ad un tratto penso ad uno dei quei film del terrore pieni di asce di sangue e di folli. Si avvicina una signora e mi chiede se sono il ragazzo di Roma. Ecco, gentile signora, a dirla tutta io non sono un ragazzo e sono del Sud. Vesto i colori della AS Roma ciclismo, gli unici su questa vetta. La Roma e il mio sorriso nonostante tutto siamo le uniche note di gioia quassù. Mi offrono pacchi di biscotti, acqua, insomma avevo a disposizione un supermarket ambulante. Sono i genitori di uno degli organizzatori. Incredibile, almeno per me che sono abituato al menefreghismo. Si sono preoccupati per il maltempo. Sapendo che in alta quota i cellulari non funzionano hanno mandato i soccorsi.

Scattiamo le foto sotto una croce di ferro con la data del 1933. La visibilità continua ad essere pari a zero. La signora mi legge degli appunti di viaggio dati dal figlio: “Stia attento, ora trova una discesa di un chilometro sterrata, poi...”, non vuole che io termini. Le stringo la mano dicendole: “Grazie e ringrazi suo figlio; ce la farò, sono venuto per vincere e vincerò.” La signora è commossa... io pieno di grinta. Vai si riparte, ehm forse la parola è grossa... dopo un po' sono costretto a scendere. Davvero non si vede, non si vede mah ... arrivo di nuovo all’asfalto, ma la visibilità non è migliorata.

Vado piano a passo d’uomo. Mi fermo dove credo ci sia un incrocio per verificare la presenza di frecce. Alla fine arrivo a valle (mancano 50 km o 40 km) con le leve dei freni che affondano fino al manubrio. Piove, ma a me sembra acqua calda. Tolgo addirittura la mantellina per godermela. Dopo un po’ il cellulare comincia a squillare. Uno degli organizzatori dopo essersi sincerato che è tutto a posto e che sono di nuovo sul lungo, mi grida al cellulare: “Vai, sei tutti noi, ti aspettiamo!”.

Riprendo a pedalare con l’unico inconveniente che in caso di frenata devo azionare il tacco della scarpa. Pedalo dando fondo a tutte le energie e quando vedo i cartelli salita di km 9 media 7% punta massima 19% sorrido... . Mi viene incontro una macchina piena di ogni bene per rifocillarmi. Mi ferma un ragazzo dell’equipe per rimettermi i freni a posto. Ora tutto è perfetto. La Torpado naviga nell’acqua facendo la scia come l’aliscafo. All’arrivo il gruppo sportivo degli organizzatori intona la canzone “Vai Girardengo”. Poi mi conferiscono il diploma di “extremato”, che ridere! Per finire, prima di ripartire mi riempiono la macchina con 10 chili di frutta e altro che nemmeno saprei elencare. Che avventura!

(19 novembre 2012)

 

 

 

 

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