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Appunti di viaggio Granfondo   
Inserito il 28 agosto 2012 alle 11:06:12 da Enrico Cavallini. - Letto: (4280)

Ötztaler: quando il sogno si avvera

A volte nella vita si rincorrono delle occasioni che non capitano mai, oppure ci si ritrova a sfruttarne alcune alle quali proprio non si pensava. Il sogno dell'Ötztaler Radmarathon non l'avevo, ma un invito ha reso questa prova il leitmotiv della mia Estate 2012.

di Enrico Cavallini (ph Enrico Cavallini/Play Full Nikon)

T

enterò di raccontarvi la “mia” Ötztaler Radmarathon, osservata con gli occhi di chi non vi hai mai partecipato, ma che nella sua carriera di reporter ne ha viste proprio tante. Sarà un lungo racconto che vi separerò in capitoli per facilitarvi la lettura. Potete leggerne anche un pezzo al giorno, oppure stamparvelo e leggerlo in bagno... Buon divertimento (spero).

Ich habe einen traum!


Capita spesso, a chi più a chi meno, di rincorrere durante la propria esistenza quell'occasione che non arriva mai. La grande vittoria olimpica o la medaglia d'oro ai Mondiali per qualsiasi sportivo, la conduzione di un programma di prima serata per un personaggio dello spettacolo, o magari, per una band, la presenza di un talent-scout nel localino nel quale suona ogni venerdì sera.

Sicuramente l'occasione di prendere parte all'Ötztaler Radmarathon non la si può certo considerare allo stesso livello, ma per un ciclista amatore, affrontare uno dei percorsi più duri d'Europa, in uno scenario tra i più affascinanti al Mondo, vale sicuramente una bella dose di emozioni.

Lo slogan della Ötzy (il nomignolo datole dai ciclisti che si rifà alla mummia del Similaun ritrovata nel 1991) non per nulla è “Ich habe einen traum”, “ho un sogno”, che è proprio quello di prenderne parte, ma soprattutto di riuscire a portarla a termine con le proprie forze; cosa che vi posso assicurare non essere così tanto banale.

Per chi non ha mai preso parte alla manifestazione tirolese, l'attrattiva maggiore è proprio la caratteristica del percorso, unico nel suo genere, e decisamente molto, ma molto impegnativo: 238 chilometri per un dislivello di 5500 metri da scalare in sole quattro salite, o meglio, in quattro passi alpini.

Chi invece è un veterano della Ötzy, sa che la gara ciclistica (sebbene la gara, quella vera, sia poi di fatto limitata a una ventina dei 4000 partecipanti, gran parte dei quali l'affronta con il solo gusto di portarla a termine), è un “momento” della grande festa che gli organizzatori sanno mettere in piedi ogni anno, ormai da parecchi lustri. Una festa alla quale prende parte tutto il paese di Sölden, amena località tirolese, penultimo avamposto della Ötztal, che d'inverno si trasforma nella Ibiza delle Alpi.

Testimonial d'eccezione di questa edizione “Die Kaiser” Jan Ullrich, il ben noto campione tedesco, che non necessita certo di presentazioni: “Questa è la mia seconda partecipazione alla manifestazione che reputo essere unica sia per la bellezza del percorso, che per la sua durezza”, sono state le sue parole in conferenza stampa.

Sono i primi giorni di luglio e l'addetto stampa della manifestazione, il simpatico Christian Pizzinini della Pizzinini-Scolari ComunicAzione, mi invia una email invitandomi a prendere parte alla granfondo. Uhm! Onestamente di mia volontà non credo che avrei mai partecipato (non sono propriamente uno scalatore e da come mi è sempre stata dipinta, l'idea di starmene a casa ha sempre predominato), però la richiesta mi ha acceso una lucina in testa. “Va benissimo, ci sarò” ho risposto.

Per i due mesi successivi il leitmotiv delle mie uscite in bici è stato la Ötzy; l'obiettivo non è mai stato certamente il tempo, ma sempre e solo avere una condizione sufficiente per sopravvivere al Mostro. Grandi salite, lunghe uscite, qualche chilo perso e finalmente venerdì 24 mi incammino per Sölden, insieme ad un amico che invece l'ha già corsa più di una volta.

Il viaggio


Potrebbe sembrare un'inutile banalità raccontare il viaggio che porta fino a Sölden, ma in realtà non lo è, in quanto gli ultimi 50 chilometri sono gli stessi che si percorreranno in gara: ovvero il temibile Rombo e la relativa discesa.

Saltando a piè pari il viaggio che mi porta a San Leonardo in Passeria (che da casa mia diventa interstellare), finalmente si affronta il Rombo (das Timmelsjoch, in lingua tedesca). Il mio compagno di viaggio, veterano della manifestazione, mi aiuta a interpretare il percorso. I primi sette chilometri sono facili, poi inizia il pezzo duro fino al km 15, poi spiana per quattro chilometri per riprendere secco fino alla cima. Passata la galleria, c'è ancora un tratto di pianura, poi alcuni tornanti in discesa, quindi un altro tratto di salita di cui metà lo salti con lo slancio della discesa e poi scende quasi sempre fino a Sölden, a parte un altro paio di “zappellotti”. “Occhio che potrebbe esserci del vento a dare fastidio” mi avvisa.

A vederlo in macchina però non rende bene l'idea. Una salita percorsa in auto, almeno a me, appare sempre più dura che in bici.

Fatto sta che venerdì 24 agosto, dopo quasi sei ore di viaggio, parliamo tedesco.

La città in festa


Giungiamo a Sölden nel tardo pomeriggio, ma subito ci si rende conto che è festa. Tutta la cittadina è addobbata e le vie già formicolano di ciclisti.

La Freizeit Arena (il palazzetto dello sport che funge da centro nevralgico della manifestazione) è già tutta un fermento con spettacoli e intrattenimenti già avviati che andranno avanti fino all'ora di cena.

Però, senza ombra di dubbio, il meglio lo si ha il sabato. Di buon'ora decidiamo di uscire per l'usuale sgambatina pre-gara e la strada principale della Ötztal già pullula di gruppi di ciclisti impegnati nella stessa attività. Scendiamo verso valle per poi fare ritorno dopo circa un'oretta. Sölden si è svegliata totalmente, tutti i negozi sono aperti e le vie pullulano di gente, soprattutto dei famigliari dei ciclisti impegnati nell'uscita.

La zona logistica è a pieno ritmo e gli stand dei vari espositori sono letteralmente presi d'assalto dalla gente. Andiamo a ritirare il nostro numero e pacco gara, operazione che portiamo a termine senza il minimo disagio. I numerosi punti di accesso e il personale efficiente sono un ottimo biglietto da visita. Una borraccia griffata, un borsello sottosella anch'esso griffato, un softdrink alla mela, una barretta al muesli, un campioncino di integratore di magnesio e una bustina di crema ripara-mani trovano posto in una comoda e pratica borsa-zainetto sulla quale sono stampati gli ingredienti del nostro sogno (riporto testuale dal tedesco).

Non mancano certo le occasione di incontro: tra i 715 italiani presenti, i volti sono tanti e le chiacchiere occupano il pomeriggio. Il tema, ahimè, è il tempo che pare non essere benevolo: le previsioni meteo, che in alta montagna appaiono più come l'oracolo della Sibilla, mettono pioviggine alla mattina in miglioramento lungo la giornata. Sabato sera, a ora di cena si scatena il diluvio e l'acqua scende copiosa per buona parte della notte.

Sarà sogno o sarà incubo?


Domenica mattina per me è il grande esordio, ma parto consapevole di potercela fare, senza pretese ovviamente, e questo già mi rallegra. Così, per darmi uno stimolo, mi pongo l'obiettivo delle 9 ore e mezza, ma non mi importa assolutamente se saranno di più. Fortunatamente non dovendo rincorrere il cronometro non ho il men che minimo segno di ansia da prestazione. Guardo fuori dalla finestra: il cielo è cupo e carico di nubi, ma ha smesso di piovere, la strada si sta asciugando e la temperatura è gradevole (come può esserlo alle 5 di mattina a 1300m slm).

Sono le 6.30 e l'intera Dorfstrasse, la via principale di Sölden, è stata trasformata in un'enorme griglia dove hanno trovato posto 4000 ciclisti (dei 19500 che ne hanno fatto richiesta). Alle 6.45 i tiratori scelti austriaci danno il via con un potente colpo di cannone. Si parte!

Essendo in Austria onestamente pensavo che il primo tratto di discesa (mai pericoloso, né ostico) di 30 chilometri che porta a Ötz lo si percorresse “alla tedesca”, invece è stata una partenza molto italiana, con velocità subito prossime ai 50/60 km/h e la rincorsa del secondo gruppo per riprendere il primo.

A Ötz, quasi ormai in fondo alla valle solcata dall'Ötztaler Ache, si svolta a destra dando inizio all'avventura.

La salita al Passo Kuthai sale subito con i crismi della strada alpina, ma non mi faccio spaventare. Ormai ho imparato che spesso e volentieri le strade di montagna si impennano subito per poi addolcirsi non appena è stata presa un po' di quota, e così infatti è stato. Una salita impegnativa, ma non troppo, che alterna punte al 18% con tratti in piano o in contropendenza, e che con i suoi 18 chilometri ci porta alla quota di 2020m slm.

Cerco di non esagerare, tengo il mio passo e mi godo il panorama. Il cielo è coperto, ma la pioggia promessa alla mattina non è caduta. Mi ritrovo in gruppo con Jan Ullrich, il quale invece di fare il fenomeno come alcuni “campioni” italiani che ospiti (o peggio testimonial) della manifestazione si intromettono nella corsa, Die Kaiser se ne sta pacifico a chiacchierare con gli amatori. Gli chiedo un sorriso per una foto e mi porto a casa una testimonianza del racconto (sennò quale dei miei conoscente crederà che io abbia pedalato con un simile campione?).

Ecco il primo ristoro, ma a prima vista sembra una festa di paese: “Suppe? Cola? Wasser?” urlano gli addetti. “Suppe?” mi chiedo io. Bah, strani gusti questi teutonici. Tra cibo e bevande ci sarebbe da farne una sagra. Riempio la borraccia di cola, scatto qualche foto, butto giù un paio di barrette al muesli e riprendo il cammino. La discesa è molto molto veloce, l'asfalto, a tratti bagnato e a tratti asciutto, porta “fare velocità”, cosa che non amo particolarmente e, così come ho affrontato la salita, prendo il mio passo anche in discesa, con ciclo-aviatori che mi sfrecciano a destra e a manca. In breve si arriva a Innsbruck dove Giove Pluvio decide di darci un bello sciacquone, che non guasta mai; fortuna vuole che dura veramente poco.

Passato il capoluogo del Tirolo ci si avvia verso la seconda salita di giornata, che in realtà chiamarla salita è fin troppo pomposo. E' il Passo del Brennero, un lungo falso piano a salire con un unico strappo da un chilometro che porta al valico. Relativamente facile: dipende da chi c'è davanti a tirare il gruppo. Se la velocità di crociera è consona alle vostre gambe, allora sarà un'allegra passeggiata, se invece è superiore, la paura di perdere il gruppo vi lascerà il segno proprio sull'ultimo strappetto, al termine del quale è piazzato il secondo e abbondante ristoro. “Suppe? Cola? Wasser?”. Suppe... bah!

Anche la discesa del Brennero presenta dei lunghi rettilinei adatti a fare velocità e in un battibaleno si giunge a Vipiteno, per iniziare a fare le cose sul serio. Siamo in Italia, ma onestamente non lo si nota. Il passaggio nel paese è colmo di calore con un esercito di persone ad applaudire e ad incitare i ciclisti, e gli incroci, tutti piantonati dalle forze dell'ordine, non sono stracolmi di automobilisti con la voglia di darci fuoco, come ci capita ogni domenica. Ad ogni modo si inizia a fare sul serio. Il Passo del Giovo, con i suoi 15 chilometri e i 1130 metri da scalare per giungere a quota 2090m slm, lo rendono un osso duro. Il paesaggio circostante nel tratto iniziale, prima di addentrarsi nel bosco, offre degli scorci veramente d'incanto.

Il ristoro non è proprio in cima, ma due tornanti più sotto. Lo spettacolo è da favola e la voglia di fermarsi a fare picnic è veramente alta. Invece è bene riempire pancia e borraccia e ripartire. “Suppe! Red Bull? Cola? Wasser?”. A risuppe! Ma ecco finalmente una bella discesa tecnica con curve e contro curve. Riesco a giocare un po' anch'io.

Ed ecco il temibile Rombo!


Dopo venti chilometri di pura goduria si giunge a San Leonardo, da cui inizia il lungo viaggio nella Valle Passiria, alla volta del Passo del Rombo (Timmelsjoch). Ventinove chilometri, mai uguali e tutti da interpretare. Duro, sicuramente, ma non quel mostro che me lo avevano dipinto. Lo abbiamo già percorso in macchina trentasei ore prima e mi tornano in mente i consigli del mio compagno di viaggio. I primi chilometri, più facili, li percorro “allegrotto”, giusto per portarmi avanti con i lavori! E' inutile risparmiarsi: già so che nei tratti duro la mia velocità sarà ai limiti dello stallo, indipendentemente dalla stanchezza. Inizia il primo tratto duro. Stingo i denti e conto i chilometri. Bene, ora spiana: tiro su il 50 e do via un bel tirone per alcuni chilometri. Ecco il penultimo ristoro piazzato alla fine del pezzo facile, con tanto di servizio massaggi. “Suppe? Eistee? Cola? Red Bull? Wassar?”. Ancora con sta suppe?!?! Altro pieno e via.

Ora inizia il duro. Le rampe sono impegnative, non micidiali come possono essere quelle del Mortirolo, ma si fanno sentire. I tornanti aiutano e parecchio! Creano dei micro obiettivi da raggiungere che danno man forte alla mente a non fare cedere le gambe. Dopo alcuni chilometri ecco l'ultimo ristoro, idrico, dal quale prelevo una Red Bull, con la speranza che mi aiuti a salire con un po' di fatica in meno.

Spira un fortissimo vento e si vede che in cima c'è una bufera. Tribolo di più a vincere le folate che ad arrancare sulla salita. Finalmente la galleria che segna la fine dell'agonia. La temperatura è prossima allo zero. Passo il tunnel e all'uscita vengo accolto da neve ghiacciata e un vento ignobile. E' bufera in piena regola! Mi vesto (quando si sale a 2500m slm è sempre bene avere l'abbigliamento consono) e mi preparo alla discesa. I primi tornanti sono veramente impegnativi. La pioggia ghiacciata colpisce la faccia con una forza tremenda, l'asfalto è completamente bagnato e il vento fa sbandare la bici. “Siamo a 2500 e il tempo è mutevole” mi dico, sebbene cupi pensieri inizino a occuparmi la testa. I freni sono tirati, ma in alcune occasioni il vento mi spinge verso valle come se avessi una mano divina appoggiata alla schiena a volermi fare redimere dai miei peccati.

Tengo duro, voglio arrivare a quota 2000 dove sono sicuro che le cose miglioreranno. Infatti la neve ghiacciata si trasforma in acqua e dopo un paio di chilometri cessa di cadere, lasciando spazio ad un fortissimo vento gelido contrario.

Tutto intirizzito continuo il mio percorso tentando di tenermi caldo come riesco. Il dente che porta al casello del pedaggio, che normalmente sarebbe un fastidioso ingombro durante la discesa, invece diventa un'ancora di salvezza. Proprio quello che strappo che avrei dovuto saltare con l'inerzia dei 90km/h della discesa, ma che invece a causa del vento non riesco a percorrere a più di 60km/h. Pedalando riesco a scaldarmi nuovamente. Ora la situazione è migliorata. Sull'ultimo microstrappetto mi passa Ullrich, che si era fermato da qualche parte, insieme a Corradini, già vincitore della manifestazione austriaca. Provo ad agganciarmi, ma le ginocchia congelate non sono d'accordo e decidono che è meglio lasciare perdere. Continuo la discesa e finalmente giungo all'arrivo.

Il sogno si è avverato!


Ce l'ho fatta! Passo sul ponte che porta al traguardo, gremito di gente, tutta ad applaudire i ciclisti come se ognuno fosse il vincitore. Stanno intervistando Ullrich e Corradini. Fermo il timer sulle 9 ore 17 minuti. Beh, ancora meglio di ciò che mi ero prefissato.

La zona del ristoro finale è colma di ciclisti e alcuni operatori offrono delle coperte a chi è appena giunto. Mi fiondo a mangiare qualcosa e fuggo in albergo per gettarmi sotto la doccia calda. Un tratto di strada la percorro con il Kaiser che chiosa con “Jetzt Sauna! (adesso sauna)”.

Mi armo dei ferri del mestiere e torno in zona arrivo dove scatto qualche foto e mi dirigo al pasta party. In realtà è più che riduttivo definire così ciò che vanta il nome di “Festa della pasta e della patata”. Il buono presente nel pacco gara, permette di prendere una porzione di pasta tra le cinque proposte oppure una di patate, tra altre cinque proposte e una bibita a scelta. A pagamento c'è ogni ben di Dio, dall'insalata al dolce passando per affettati, formaggi e chi più ne ha più ne metta!

Finalmente realizzo di avere portato a termine la mia prima Ötztaler. Non ho certo salvato il Mondo, né scoperto la cura per tutti i mali, ma ho confermato che con due mesi di duro impegno e ben motivati si può portare a termine un'impresa sulla quale tanti conoscenti avevano scommesso sul mio fallimento.

E ora si fa festa!


Sono le ore 20.28 di domenica sera e scortati dalla sirena della macchina di fine corsa giungono all'arrivo, dopo 13 ore e 43 minuti, i tedeschi Holger Ottens e Axel Löhde, che vengono chiamati sul palco delle premiazioni e trattati da veri campioni. A loro va l'onore della simbolica maglia nera della manifestazione, ma soprattutto un bel premio di natura gastronomica.

Anche Holger e Axel hanno coronato il loro sogno!

Sono le ore 21.00, la Freizeit Arena è stracolma di persone, tutte in attesa di assistere alla spettacolare cerimonia di premiazione. Qualcuno obbietta che è stanco e che vorrebbe andare a dormire, ma onestamente va bene così. E' stata una grande giornata di festa e questo è l'epilogo che si merita.

A salire sul podio sono i due vincitori assoluti, il tirolese Stefan Kirchmair, che ha registrato il record di percorrenza della gara in 7 ore e 12 secondi, siglando la sua seconda vittoria consecutiva, e la belga Edith Vanden Brande, che con 7 ore 51'25” ha scritto per la quarta volta consecutiva il suo nome nell'Albo d'Oro.

Oltre a loro, sono saliti sul podio i primi tre delle categorie Assolute, Master 1, Master 2 e Master 3, sia uomini che donne.

 

Si torna a casa!


Lunedì è il giorno del rientro. Alle 10.30 Dorfstrasse, la via principale di Sölden è invasa dalle auto dei ciclisti che muovono verso casa. Io e il mio compagno di viaggio avevamo pianificato di partire verso le ore 12.00, scelta che si rivela più che azzeccata. Ci avviamo verso il Passo del Rombo sul versante dal quale siamo scesi con la corsa, ripercorrendo le rispettive esperienze. Il cielo è terso, l'aria limpidissima e la vallata si apre davanti a noi in tutto il suo splendore. Incontriamo numerosi ciclisti che salgono verso il passo, al che ci guardiamo e io azzardo un'idea malsana: “Il prossimo anno, il lunedì, prima di andare a casa risaliamo da questo versante, ti va?” e lui “Ci sto!”.

Jetzt haben Ich einen neuen traum! (Adesso ho un nuovo sogno!)



Classifica generale uomini
1. Kirchmair Stefan, 1988, A-Telfs, 7:00.12,4
2. Bury Bart, 1979, B-Meux, 7:01.03,3
3. Neurauter Armin, 1979, A-Ötz, 7:05.03,1
4. Hornetz Bernd, 1968, D-Karlsruhe, 7:08.35,5
4 (pari merito). Weiss Werner, 1970, I-Appiano sulla strada del Vino (BZ), 7:08.35,5


Classifica generale donne
1. Vanden Brande Edith, 1982, B-Sleidinge, 7:51.25,5
2. Ilmer Marina, 1975, I-Kastelbell Tschars (BZ), 8:05.50,0
3. Mayer Barbara, 1982, A-Linz, 8:24.09,0
4. Dietl Monika, 1978, D-Freising, 8:30.58,4
5. Grünzweil Manuela, 1980, A-Helfenberg, 8:43.10,3

Italiani premiati

Weiss Werner, 1° M1
Marco Poier, 3° M2
Marina Ilmer, 1a F1
Maria Cristina Prati, 2a F1
Gabriella Emaldi, 1a F2

Info su: www.oetztaler-radmarathon.com

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(28 agosto 2012)

 

 


 

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