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Inserito il 24 luglio 2012 alle 19:31:10 da Studio Legale Borgna. - Letto: (4414)

Percorso casa-lavoro in bicicletta? Attenzione... infortunio in itinere negato

Sesta tematica della rubrica giuridica che sembra collidere con le sempre crescenti campagne a favore della bicicletta che enfatizzano l’uso del velocipede quale mezzo non inquinante, salutare e validissimo anti caro petrolio.

avv.ti Cinzia ed Emiliano Borgna

Cinzia Borgna nasce a Savona il 3 settembre 1972.

Il 2 febbraio 1996 si laurea in Giurisprudenza all'Università di Genova con tesi di Diritto Penale, comparato con il sistema britannico, sulla "Repressione penale del furto: ordinamento inglese e ordinamento italiano a confronto" con il Prof. Paolo Pisa, riportando la votazione di 105/110.

Durante l'anno accademico 1993-1994 frequenta un corso di informatica presso la Corte d'Appello di Genova, per ricercare documentazione giuridica mediante l'accesso alla Banca Dati "Italgiure Find" della Corte di Cassazione.

L'anno accademico 1998–1999 la vede superare con profitto a Genova l'Esame di stato conseguendo il titolo di Avvocato.

Nel 2000 supera il concorso di dottorato di ricerca presso l’università degli Studi di Genova in materia di Metodi e tecniche della formazione e valutazione delle leggi, mentre nel 2004 consegue il titolo di Dottore di ricerca con tesi di dottorato in materia di diritto parlamentare “I pareri parlamentari sugli schemi di atti normativi del governo”. Tutor Dott. Nicola Lupo, docente di diritto pubblico, consigliere parlamentare presso Camera dei Deputati.

Titolo di Dottore di ricerca in Metodi e tecniche della formazione e valutazione delle leggi presso l’Università degli Studi di Genova, Facoltà di Giurisprudenza con il Prof. Alberti e il Prof. Luther.

Emiliano Borgna nasce a Savona il 27 luglio 1979.
L'11 febbraio 2003 consegue la Laurea in Giurisprudenza – Tesi di Diritto Urbanistico recante il titolo: ”La disciplina espropriativa nel nuovo testo unico”– Relatore Prof. Giovanni Cofrancesco (110/110 con Lode).

Nel 2007 affronta l'abilitazione all’esercizio della professione di Avvocato. Il 18 ottobre del 2007 arriva l'iscrizione al Foro di Genova.

L’attenzione di un lettore del sito granfondonews.it si è però focalizzata sulla recente pronuncia della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro (n. 7970/2012).

Oggetto della pronuncia è il cosiddetto infortunio in itinere che può essere considerato come quel tipo di infortunio che coinvolge il prestatore di lavoro lungo il tragitto che separa il luogo di lavoro da un determinato posto; la normativa di specie è disciplinata dall’articolo 12 del D.Lgs. n. 38/2000, il quale precisa che l’infortunio in itinere è coperto dalla tutela assicurativa solamente a patto e condizione che avvenga:

  • durante il normale percorso di andata e ritorno dalla abitazione al luogo di lavoro;

  • durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro, nel caso in cui il lavoratore abbia più rapporti di lavoro;

  • durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti, nelle ipotesi in cui non sia presente un servizio di mensa aziendale.

La pronuncia suindicata vede protagonista una lavoratrice che, nel percorrere con il proprio velocipede il percorso che collegava la propria abitazione con il luogo di lavoro, è caduta vittima di un incidente stradale.

In primo luogo la lavoratrice vedeva condannare l’Inail al risarcimento dell’infortunio in itinere ma la Corte d’Appello di Milano, accogliendo l’appello proposto dall’ente previdenziale, rigettava la domanda proposta dalla lavoratrice (volta all’ottenimento dell’indennità per l’infortunio riconosciuto in primo grado) assumendo a motivazione la mancata dimostrazione della necessità di utilizzare la bicicletta per recarsi al lavoro.

La Corte d’Appello specificava che l’utilizzo del mezzo privato (la bicicletta in questione) avrebbe potuto dare luogo al riconoscimento dell’infortunio in itinere solo se l’interessata avesse dimostrato la necessità di utilizzare quel mezzo specifico.

Nel caso concreto il tragitto dall’abitazione al luogo di lavoro si trovava in pieno centro urbano ed era ben servito da mezzi di trasporto pubblico.

Ancora: il Giudice di Appello specificava che l’utilizzo del mezzo pubblico avrebbe altresì comportato una maggiore comodità ed un minor disagio nel conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari, anche considerando i tempi ristretti (30 minuti) di percorrenza.

Sono numerose anche le sentenze in giurisprudenza su casi analoghi con specifico riguardo alla distanza minima che legittimerebbe il soggetto a recarsi al lavoro con la propria bicicletta.

Se l’Inail ritiene “autorizzato” l’uso del mezzo privato quando la distanza casa – lavoro superi il chilometro, la Cassazione ha stabilito distanze diverse, a seconda delle circostanze: 250 metri (Cass. n. 3363/2003), 1300 metri (Cass. n. 11112/2002), 600-700 metri (Cass. n. 14681/2000).

Altre pronunce (sentenza n. 13629/2007) avevano invece spostato l’attenzione sul luogo esatto (pubblico o privato) in cui il lavoratore subiva l’infortunio per poter risarcire l’infortunio in itinere; la sentenza aveva escluso tale indennizzabilità per un incidente occorso ad un prestatore di lavoro che, mentre si recava al lavoro subiva un infortunio, a causa di una caduta dalla bicicletta nella rampa del garage della propria abitazione.

La Cassazione in questo caso precisava che per poter essere indennizzabile dall’Inail un infortunio deve verificarsi su una strada pubblica, o quanto meno al di fuori dell’abitazione dell’assicurato o, comunque, delle sue pertinenze esclusive e comuni.

Tornando alla pronuncia oggetto della nostra riflessione è doveroso specificare che la lavoratrice ha impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Milano proponendo ricorso presso la Suprema Corte di Cassazione la quale, con l’ordinanza n. 7970/2012 ha rigettato il ricorso sulla base del consolidato principio giurisprudenziale secondo cui le decisioni del giudice di merito non sono sindacabili in sede di legittimità se suffragate da una congrua e logica motivazione.

Magari alcuni, dopo la lettura di questo articolo, essendo vicini al luogo di lavoro, penseranno di vendere il velocipede e di incamminarsi al lavoro a piedi! Attenzione però perché non servirebbe a molto.

Anche in questo caso occorre prestare molta attenzione: infatti se il lavoratore aspirante ecologista dovesse cadere, magari percorrendo un marciapiedi privato, l’Inail non provvederà a risarcire l’infortunio in itinere. Ma la Corte di Cassazione in questo caso sembra schierarsi con gli infortunati laddove specifica che il suolo calpestato, ancorché privato, deve essere esposto all’uso della collettività per ottenere il giusto risarcimento.

Secondo la Fiab, Federazione italiana amici della bicicletta “chi sceglie la bicicletta per andare al lavoro va tutelato perché aiuta l’ambiente (non inquina, non fa rumore, non consuma carburante ecc.) e se non usa l’auto contribuisce a diminuire il traffico e la congestione urbana. Non usando i mezzi pubblici contribuisce altresì a rendere meno affollati i servizi stessi”.

Inoltre “l’uso della bicicletta può essere necessitato da motivi personali ed economici importanti: il lavoratore risparmia l’abbonamento al mezzo pubblico, in molti tragitti è più veloce del mezzo pubblico – per il quale vanno considerate anche le attese, i ritardi, il disagio per l’affollamento – e fa pertanto risparmiare tempo ed inutile stress, permette anzi di svolgere un sano movimento, fisicamente e psicologicamente migliore che imbottigliarsi nel traffico con l’auto o accalcarsi in mezzi pubblici ormai ovunque al limite della capienza”.

 

 

24 luglio 2012

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