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Inserito il 30 agosto 2016 alle 16:11:53 da ale.ferrarotti. - Letto: (7106)

Oetztaler Radmarathon: un sogno per tanti ma non per tutti

La Oetztaler Radmarathon è una di quelle gare ciclistiche, che pur essendo la più dura d'Europa e nonostante incuta timore a chi vi partecipa, riesce sempre a regalare emozioni uniche ed indimenticabili. Una manifestazione dove ognuno arriva con il proprio sogno e  dove essere un finisher non vuol dire essere uno dei tanti. Viviamo la Oetztaler Radmarathon 2016 grazie al racconto di Michele Bazzani, giunto a Sölden per la sua seconda personalissima partecipazione.

 

 
(Testo di Michele Bazzani, foto di Michel Bazzani e Ötztal Tourismus )

Dopo appena un anno, eccomi di nuovo a Sölden. L’ultima domenica di agosto come da tradizione, nella ridente cittadina di montagna tirolese, va in scena l’Oetztaler Radmarathon, la gara ciclistica più dura d’Europa, con i suoi 238 chilometri e 5500 metri di dislivello (in realtà un po’ meno): una sfida che il solo pensiero di terminarla si trasforma in un sogno, per tutti i 4700 iscritti. “Ich habe einen traum” è lo slogan della manifestazione che personifica lo spirito di ogni partecipante, “Io ho un sogno”.

L’avevo evitata per tanti anni, un po’ per timore reverenziale un po’ perché ignoravo la gioia che affrontare tali sfide porta con sé. Ma l’anno scorso, alla prima partecipazione, ero stato stregato e non vedevo l’ora di ritornarci.

E allora eccoci qui, ancora una volta: l’emozione della prima partecipazione ha lasciato spazio alla positiva consapevolezza che sarà comunque una festa, alla quale so che parteciperanno tanti amici, molti dei quali all’esordio. Uno di questi è Lorenzo, forte ciclista pistoiese, con cui condividerò il viaggio e nel quale rivedo la mia curiosità dello scorso anno. Il viaggio verso Sölden diventa già una specie di ricognizione, in quanto prevede di transitare dal Passo del Rombo, il mostro da tutti temuto con i suoi ventotto chilometri di salita da affrontare nel finale di gara. È bello immaginare in che stato ci presenteremo su queste rampe e quale velocità riusciremo a tenere. Ma l’avventura è appena cominciata …

Appena il tempo di posare i bagagli in hotel che subito si esce per un giro in bici, per assaporare subito quell’aria di montagna che moltiplica le forze e riempe il cuore, con gli scorci che si aprono ai nostri occhi Sölden. La giornata è bellissima con assenza di nuvole e un caldo sole che promette di restare tale almeno fino a domenica. Con buona probabilità anche questa edizione sarà calda e asciutta, cosa incredibile visto che questa manifestazione è nota per avere l’incertezza del meteo come una delle maggiori difficoltà. In realtà anche il caldo presenta le sue insidie, ma lo scopriremo più avanti. Per ora l’umore resta alto.

Nella giornata di sabato l’atmosfera si fa sempre più concitata, man mano che si completano gli arrivi e si incontrano gli amici. Per ognuno ci sono obiettivi e strategie differenti: chi punta a migliorarsi, chi vuole scendere sotto un certo tempo, chi dice di partire piano, chi proverà a tenere ritmi veloci fin da subito, chi desidera soltanto finirla entro il tempo massimo, ma anche chi questa Oetztaler sogna di vincerla.

È il caso di Stefano Cecchini che incontro in hotel e che, con cura meticolosa, prepara ogni minimo dettaglio che lo possa avvicinare al raggiungimento del suo obiettivo. Ognuno di noi ha un sogno e probabilmente, nella breve notte che ci separa dall’ingresso in griglia, qualcuno gli avrà dato vita dormendo.

La mia sveglia è puntata per le ore 5.00 ma come spesso mi accade in queste occasioni apro gli occhi qualche minuto prima, testimoniando una certa agitazione. Dalle finestre vedo già alcuni ciclisti che già si recano alla partenza per prendere le posizioni migliori, mentre io ancora devo fare colazione. Per fortuna ho già preparato tutto, abbigliamento e accessori, la sera prima e riesco ad accelerare e a presentarmi in griglia quando mancano venti minuti allo start, non prima di aver salutato gli amici Michele e Gabriele pronti per una prova strepitosa. Il sole è ancora nascosto dietro le montagne e la temperatura è fresca, così che un brivido di freddo mi percorre tutto il corpo. Comincio a temere di essermi vestito troppo leggero.

Poi il via. E passa ogni pensiero. Una caduta nell’avanguardia del gruppo crea un primo momento di tensione, poi tutto filerà liscio nel discendere a folle velocità la vallata dell’Oetz. Dopo poco più di trenta chilometri svoltiamo verso destra per attaccare la salita del Kuthai: la nostra sfida può cominciare …

Cerco subito di trovare il ritmo, mentre mi spoglio di ogni indumento oramai inutile. Per metà salita staremo ancora all’ombra ma già inizio a sudare copiosamente. La cosa non promette bene in prospettiva di una giornata annunciata calda, e comincio a bere come un “cammello”. La salita è impegnativa e alterna tratti molto ripidi ad altri di falsopiano. Usciamo in un fantastico pianoro con prati verde smeraldo che viene accesso dai primi raggi del sole. Qui incontro Claudia, fortissima granfondista toscana reduce da alcuni problemi di salute, che ha deciso comunque di esserci e di provare a terminarla: all’arrivo l’attenderanno le lacrime di gioia che spettano come premio a ogni finisher. Poi una rampa, durissima, un’altra, il cuore sale di frequenza: devo gestirmi, rallento. L’Oetztaler è una sfida che richiede il giusto mix di cuore, gambe e testa. Per ora cerco di usare soprattutto la terza, finché resta lucida … Poi la gente, tanta gente che incita, incoraggia e fa il tifo. “Zuppaaaaar!” è il grido di incoraggiamento che va di moda a queste latitudini. Bellissimo. Ci facciamo davvero coraggio e scolliniamo per gettarsi nella vertiginosa discesa che ci riporterà a valle in direzione di Innsbruck. La strada, dritta e ripida, si presta per velocità altissime ma io sono rigido e non riesco a lasciare andare la bici come la maggior parte dei partecipanti. Poco importa, ci sono ancora tanti chilometri per recuperare.

Nel frattempo imbocchiamo la strada per il Passo del Brennero, salita tanto eterna quanto gentile che permette di fare velocità pur risparmiando energie. Nell’attraversamento di Matrei la scena del tifo si ripete e così a Steinach. Un altro brivido mi percorre la schiena, ma stavolta non è per il freddo. Raramente ci capita di sentirsi così protagonisti dello spettacolo che va in scena ed è questa una delle chicche principali che rende stupenda questa manifestazione.

Allo scollinamento del Brennero devo ancora fermarmi al ristoro per riempire le borracce, oramai la strategia decisa è questa: meglio perdere qualche minuto e gruppi buoni che soffrire più avanti in preda a disidratazione. Ne approfitto anche per mangiare qualcosa e per apprezzare la gentilezza e l’efficienza del personale dei ristori. Poi giù di nuovo in picchiata verso Vipiteno e l’attacco del Passo del Giovo. Qui, dopo oltre quattro ore di corsa inizia la vera Oetztaler, quella che guarda il ciclista in faccia. Per arrivare in cima servono quindici chilometri con pendenze impegnative e costanti. Per fortuna buona parte è all’ombra e riesco a trovare subito il ritmo voluto. Faccio affidamento alle mie gambe che rispondono, recupero posizioni, mi sento bene.

Al ristoro posto a poca distanza dallo scollinamento trovo Lorenzo, anche lui a suo agio e proseguiamo insieme. La discesa verso San Leonardo in Passiria è la più tecnica del percorso e servono coraggio e capacità di guida. Preferisco non spingere e recuperare in vista del Passo del Rombo che ci aspetta una volta giunti nel fondovalle. Qui, come si temeva, le temperature sono roventi e mettono a dura prova i partecipanti. Già nei primi chilometri assisto a crisi epiche di ciclisti esausti, spossati o alle prese con malanni intestinali, qualcuno a bordo strada e altri riversi sull’asfalto. Sta per arrivare la mia e faccio appello a tutte le mie risorse. Dopo la testa e le gambe è il turno del cuore. Ci vuole tutto mentre superiamo Moso con la pendenza che si incattivisce e il caldo opprimente riflesso dal costone di roccia sovrastante. Raggiungo Lorenzo che si era avvantaggiato in discesa: il mio sogno sarebbe di proseguire e arrivare insieme ma mi fa cenno di andare, lamentando una crisi passeggera. “Pain is temporary”. Piano piano le forze tornano. Saranno le gallerie che danno un po’ di riparo, sarà il ristoro idrico volante opportunamente attrezzato, ma adesso sento che la crisi è passata. Un ultimo Stop & Go al ristoro di Shönau e sono pronto per l’ultima parte della salita.

Il Passo del Rombo non è una semplice salita, ma una vera e propria avventura con clima, pendenze e vegetazione che cambiano più volte. Dopo un ponticello con svolta verso sinistra lo scenario diventa meraviglioso: sullo sfondo appaiono i ghiacciai dell’Hoher First mentre la strada guadagna quota a tornanti. Ricaccio indietro un principio di crampi. Il cumulo delle fatiche diventa pesante, ma l’umore è alto. Incrocio Paolo, grande personaggio delle granfondo e sempre a suo agio in queste sfide estreme, che sta gestendo bene una piccola crisi. Nessuno è esente, ma tutti in qualche modo ce la caviamo. La galleria segna la fine delle sofferenze ma non della salita per la quale c’è da percorrere ancora un paio di chilometri con pendenze più leggere. In cima al passo alcune nuvolette minacciano pioggia ma non preoccupano più di tanto. Più preoccupanti i crampi lancinanti e improvvisi che mi accolgono all’inizio della discesa e che renderanno complicati i successivi chilometri caratterizzati anche dalla dura e “dispettosa” rampa che interrompe la discesa e porta alla Mautstelle. Sono veramente sfinito, ma oramai è fatta visto che si potrebbe arrivare quasi senza pedalare. La vista di Sölden che si apre dopo un tornante è di quelle che aprono il cuore, si capisce che è fatta e che occorre solo prepararsi all’arrivo.

Dentro la cittadina tirolese ci attende una folla festante che applaude tutti, tributando ai finisher onori e gioia. Sono gli stessi applausi che avevano accolto il vincitore, il tedesco Bernd Hornetz che precedeva di pochi secondi il connazionale e compagno di fuga Jörg Ludewig e di qualche minuto Stefano Cecchini, al quale non è bastato il miglior tempo di scalata sul Rombo e che deve accontentarsi del terzo gradino del podio. La delusione è palese sul volto di Stefano, ma allo stesso tempo è soddisfatto per la prestazione maiuscola di cui ha dato prova. Ma ci sono anche altre prestazioni che ci stanno a cuore. Sono quelle dei finisher da oltre dieci ore. Dopo la doccia corro in zona arrivo per cogliere volti ed emozioni. Fantastica la gioia di amici e familiari quando scorgono il loro eroe sbucare dietro il ponticello dell’arrivo. Struggente il sorriso di Alessandra che conclude questa prova per la 16° volta. Commoventi gli abbracci di soddisfazioni che si regalano i compagni di squadra dopo l’arrivo. Emozionanti i baci riservati da mogli e fidanzate dopo la lunga attesa. Ognuno è vincitore e ognuno ha una propria miss.

Come da tradizione si attende con lo stesso entusiasmo l’ultimo arrivato, poi la festa e la cerimonia di premiazione possono iniziare. E mentre i premiati si avvicendano sul palco, la mente torna nuovamente alle immagini, ai suoni e ai colori vissuti in questa lunga giornata. Quel tanto che basta per far dire a ognuno che l’anno prossimo vuole essere ancora qui, ad affrontare le proprie sfide, a vivere questo scorcio di montagne che tanto ci chiede e tanto ci restituisce in cambio.

E mentre il lunedì si rientra verso casa valicando il Passo del Rombo, ci soffermiamo ancora un attimo per ammirare il teatro della nostra “impresa” del giorno prima. Per la nuova sfida si dovrà attendere un anno. E noi saremo presenti, pronti a stupirci ancora …

( 30 Agosto 2016 )

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