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Inserito il 14 luglio 2016 alle 11:45:39 da ale.ferrarotti. - Letto: (2526)

La Pinarello 2016 – La Ventesima: sole, caldo, anguria e un sorriso nel cuore

Una granfondo piena di emozioni vissuta nel ricordo di persone speciali. Stiamo parlando della ventesima Granfondo La Pinarello che, con un percorso ormai consolidato da qualche edizione, ha saputo far divertire i numerosi granfondisti giunti a Treviso per questa bella manifestazione. Viviamo il fine settimana della Granfondo La Pinarello inisieme a Luca Bortolami.

 
(Testo di Luca Bortolami. foto Play Full )
 

Pur attirando un numero di partecipanti molto importante ormai da anni, per qualche strana ragione La Pinarello non mi sembra rientrare tra quelle che vengono considerate irrinunciabili nell'immaginario collettivo dei ciclisti amatoriali . Di questo mi sono spesso chiesto il perché, anche alla luce del consistente gruppo di partecipanti. Credo che il motivo vada ricercato nel fatto che negli anni abbia faticato a trovare una sua identità precisa, con un percorso che è spesso cambiato, la formula non competitiva provata per un paio d’anni senza incontrare grandi favori tra noi partecipanti (che poi ci lamentiamo se c’è troppa competitività) e la scelta fatta soprattutto qualche anno fa di sacrificare la quantità di salita per riuscire a stare al di sopra dei 200 chilometri di lunghezza (ricordo alcuni anni quando a 100 chilometri dall'arrivo mancavano circa 500 metri di dislivello).  Dopo dieci partecipazioni consecutive e due anni di assenza, posso dire che finalmente la manifestazione abbia acquisito una propria identità ben precisa (poco è cambiato dal 2013) e il percorso è sicuramente il più bello ed equilibrato che io ricordi avere fatto negli anni. I vent'anni di esperienza sono quindi sicuramente stati messi a buon frutto.

Certamente nel mio caso la manifestazione poi mi ha fatto conoscere la città perché pur essendo io cresciuto in Friuli, a non moltissimi chilometri da qui, ho avuto occasione di conoscerla inizialmente solo attraverso il mondo delle Granfondo. Treviso e’ veramente una bellissima cittadina, una di quelle che rendono il nostro paese il più bello del mondo, e i trevisani ne riflettono la eleganza ed accoglienza.

 

Questi trevisani li ho conosciuti in primis attraverso una famiglia, e in particolare un membro della stessa che me li hanno presentati  nella maniera migliore. Mi riferisco alla famiglia Pinarello e al mai abbastanza compianto Andrea.  Mi è difficilissimo parlarne senza cadere nella retorica, ma è vero che nelle mie peregrinazioni in giro per il mondo quando si nomina “Pinarello” ad una persona anche solo minimamente interessata al ciclismo si vedono immediatamente accendere gli occhi in segno di ammirazione. Tanto importante e famoso è il nome (e credo che solo in Italia non ci rendiamo conto di quanto lo sia) da non credo che nessuno di questi miei interlocutori stranieri si immaginerebbe vedere sabato mattina Carla in giro tra gli stands della granfondo ad assicurarsi che tutto funzioni, o Fausto che non solo è al via, ma porta a termine il percorso lungo in un tempo di tutto rispetto.  I miei primi anni di granfondo sono stati sempre caratterizzati dai tre fratelli al via delle manifestazioni più importanti, e le loro bici e la loro granfondo rispecchiano questa genuina passione.

Un capitolo a parte merita Andrea Pinarello, una persona che mi pregio, insieme sono sicuro a tantissime persone, potere dire continuare a profondamente influenzare il mio modo di essere granfondista. Quante volte ci siamo incontrati per strada, con lui sempre sorridente e sempre pronto ad aiutare chiunque cui potesse dare una mano, senza tutti quei bagagli di negatività che il nostro agonismo spesso porta con se. Lo ricordo in modo particolarmente affettuoso nell'anno in cui un temporale la notte prima della gara, dopo un sabato incredibilmente caldo, scombinò i piani di tutti e ci costrinse a partire molto dopo il previsto e su un percorso accorciato. Ma per me tutti gli arrivi in griglia dell’epoca in cui era lui il maestro delle operazioni di questa Granfondo ricordano la sua figura longilinea e piena di positività intenta a dirigere la finalizzazione della linea di partenza. Anche questa domenica mattina Andrea era li, materializzato insieme a suo padre Giovanni (Nani), mancato nel 2014, in un grande striscione tenuto in aria da dei palloncini lasciati poi liberi subito prima del via. Era presente nei ricordi delle persone, nelle parole degli speakers, ma la sua presenza andava ben al di la di questo. Non me ne voglia Ivan Piol, a cui va tutto il mio rispetto per essersi caricato di un incredibile peso emozionale nel prendere nella organizzazione il posto che fu di Andrea, ma è quest’ultimo che io ho continuato a sentire anche quest’anno fin da quando sono arrivato in griglia ben prima delle sei. Come quando una volta tagliato il traguardo mi si è straziato il cuore pensando all'ultima volta che lo ho visto, controllando i numeri di chi arrivava cercando quelli che erano stati sorteggiati per l’antidoping. Mi scuso se questi ricordi e considerazioni personali hanno intristito qualche lettore, cerco solo come sempre di descrivere lo stato d’animo che una granfondo mi ha generato.

Ma incominciamo a parlare del mio fine settimana trevisano. La logistica abbastanza semplice di questa gara mi consente di arrivare il sabato, cosicché parto da Milano poco prima delle 6 e per le 9 sono già in bici per la mia uscita della vigilia. Sono anni che sto in un hotel a un paio di chilometri dal centro che si presta particolarmente bene alle dinamiche della corsa, incluso lo spogliatoio per il dopo la granfondo che mettono a disposizione. Per le 10.30 mi aggiro per il centro alla ricerca della zona logistica per ritirare il pacco gara (non avevo controllato dove fosse aspettandomi che non fosse cambiato rispetto a 3 anni fa). Grazie a un gentilissimo vigile urbano  scopro che le operazioni pre e post gara sono state centralizzate in Piazza Matteotti  a fianco del mercato settimanale. Arrivo in bici da corsa e quando ritiro il pacco gara mi rendo conto di un problema: c’è troppa roba. Un problema bello da avere direte voi, ma non se si devono fare quasi tre chilometri di strada con questo pacco instabilmente a tracolla. Certamente la ventesima edizione della manifestazione sembra avere attirato molti sponsor di qualità e i doni ricevuti fanno ben disporre nei confronti della manifestazione.

Torno in albergo subito dopo e il sabato pomeriggio lo passo in pieno relax, anche se devo ammettere un poco dispiacendomi di non fare una passeggiata nel centro, ma la avvincente tappa del Tour de France mi tiene attaccato allo schermo televisivo.

La domenica si sapeva che sarebbe stato caldo, e uscire dall'hotel verso le 5:30 con solo la maglietta e stare già bene lo conferma. Il cielo è quello delle migliori giornate estive e la pedalata verso la partenza si rivela come sempre molto piacevole. Quando arrivo in griglia sono, come di consueto, il primo. I minuti iniziali della attesa, prima che si alzi il sole, li passo in compagnia di qualche milione di moscerini  e quasi altrettanti addetti alle griglie. Tutto mi sembra ben organizzato e la coreografia allestita alla partenza è di quelle delle giornate migliori. La bella temperatura invita le persone ad arrivare presto e infatti in pochi minuti cominciano ad arrivare numerosi ciclisti con cui cominciare a scambiare le solite chiacchiere pre-gara. Ci avviciniamo alle 7.30 seguendo la classica routine delle grandi manifestazioni, dove la costante è quasi sempre lo speaker Paolo Mutton. I personaggi da intervistare non mancano, da Bettini a Indurain per finire con Fausto Pinarello. Il ricordo di Andrea e Nani torna spesso nelle parole degli annunciatori ma sempre in maniera dolce, senza mai intristire gli animi. La giornata si preannuncia speciale.

Partiamo puntualissimi e per i primi chilometri di statale, quelli dove storicamente ho visto più cadute, procediamo in sicurezza dietro auto e quindi ad andatura controllata. Dopo poco più di 3 chilometri si da inizio alle danze e da li fino alla prima salita raramente si scenderà sotto i 50 chilometri all'ora. Davanti a me vedo solo una caduta, non grave, all'imbocco del ponte sul Piave, che ci costringe a lavorare un poco più del dovuto per poi rientrare sul gruppo dei primi. Nulla di grave come detto, e personalmente sarà la unica che vedrò durante tutta la giornata. Arrivati alla prima breve asperità si è come sempre chiamati a fare gli straordinari, questa volta in maniera particolarmente intensa visti i poco meno di 10 minuti di durata.

Riuscire ad andare così a tutta grazie alle abbondanti dosi di adrenalina prodotte dal nostro organismo è comunque sempre bellissimo, a prescindere dalla fatica; a seguire ci sarà ancora della pianura e una seconda piccola asperità. In questa fase avrò l’onore di essere in gruppo con l’elegantissimo e gentilissimo Miguel Indurain, molto disponibile tanto a caricarsi della sua parte di lavoro di fronte al gruppo quanto a restituire il saluto delle persone o a prestarsi per una pericolosa foto in corsa.

Dopo il bivio tra percorso medio e lungo, con ancora poco più di 100 chilometri all'arrivo, arriva la prima vera salita della giornata. Si tratta dell'ascesa al Passo San Boldo che rimane a mio parere la parte più bella di questo percorso, con gli ultimi chilometri letteralmente scavati nella roccia. Si sale certamente a ritmo più blando di quello delle precedenti salite, ma la lunghezza di questa farà la differenza e il gruppetto con cui arriverò in cima sarà molto più piccolo di quello con cui avevo iniziato la salita. Una volta arrivati al passo scendiamo per qualche minuto per poi ricominciare a salire in un paesaggio completamente diverso ma altrettanto affascinante, totalmente in mezzo ai prati.

Il caldo incomincia a farsi sentire e il consumo di acqua è elevato, ma essendo partito con due borracce grandi, sono convinto di riuscire ad arrivare fino in cima alla salita del Praderadego per fare rifornimento. Dopo una discesa molto veloce, ma tutto sommato sicura, seguono in rapida successione due salite, con la seconda che è la vera e propria salita del Praderadego, che regalerà  un po' di sollievo dell’ombra degli alberi che la ricoprono completamente. Sollievo attenuato dalla durezza che con oltre 10% di pendenza media ci porterà a poco più dei 900 metri di altezza della Cima Coppi di giornata.

Come da programma riesco ad avvantaggiarmi un poco durante la salita e ad arrivare in cima con il margine necessario sia a riempire le borracce sia per affrontare la pericolosa discesa senza correre rischi, ma anche senza perdere il gruppetto conquistato con tanta fatica. Al rifornimento sono eccessivamente brusco con la persona che mi riempie le borracce (avrei voluto farlo io ma avevano disposizioni diverse evidentemente per limitare il numero di bottiglie gettate sulla strada), ma mi scuso prontamente una volta resomene conto. Alle volte l’eccesso di foga agonistica fa perdere anche a me la luce della buona educazione, e mi scuso nuovamente per il mio comportamento.

La discesa è in effetti pericolosa e mi permetto di suggerire alla organizzazione di posizionare in futuro  un maggiore numero di cartelli ad indicare le curve più difficili. I generici segnali che indicavano l’inizio di un tratto insidioso sono si utili ma non come dei cartelli posti a qualche decina di metri della singola curva che è necessario affrontare a bassa velocità.  Questo è comunque l’unico appunto che mi sento di fare a una organizzazione altrimenti molto efficace nella tutela della sicurezza, anche visto che non solo abbiamo quasi sempre avuto una moto a precederci nei tratti di pianura ma che addirittura negli ultimi chilometri siamo stati scortati da una staffetta dei Vigili Urbani a sirene spiegate.

Dalla fine della discesa mancano ancora quasi 70 chilometri all'arrivo ma ci saranno solo due brevi salite ad interrompere la nostra cavalcata. La prima incomincia subito dopo il centesimo chilometro ed il ricongiungimento tra percorso lungo e medio. Mi fanno un poca di tenerezza i tanti giapponesi che superiamo su questa salita, tutti ovviamente intenti a completare il percorso medio. Avanzano piano piano e sinceramente non so come faranno a completare i 50 chilometri che li separano da Treviso. Superiamo anche una signora vestita invernale, non l’abbigliamento ideale visti i 28 gradi del momento.

Devo dire che sono in un gruppetto fantastico, andiamo via veramente molto veloci e tra gente simpatica. La presa XIV del Montello passa via come una formalità e una volta tornati in pianura copriamo i 20 chilometri che ci separano dall'arrivo ai 45 di media. Fortunatamente ho mangiato e bevuto adeguatamente e i continui scatti non mi pesano assolutamente nonostante i 34 gradi di temperatura, e rimpiango il fatto di non riuscire a finire tutte le granfondo con altrettanta energia.

Arriviamo sul lungo rettilineo di arrivo e facciamo una volata tutto sommato sicura, e dopo avere tagliato il traguardo esaudisco il primo sogno che avevo portato con me per tutti i 158 chilometri di mangiarmi una abbondante dose di anguria fresca, dolce e matura, che come ogni anno è resa disponibile dalla organizzazione pochi metri dopo la linea del traguardo. Una consuetudine così caratterizzante per questo evento da considerarla irrinunciabile.

Vado subito in albergo per esaudire il secondo sogno portatomi appresso tutto il giorno, quello di una bella doccia, e dopo ritorno alla zona del traguardo per partecipare al pasta party, non molto vario ma con quello di cui c’è bisogno in quei momenti: una bella birra fresca e un piatto di pasta preparato bene.

Quale è alla fine il mio giudizio su questa gara? Purtroppo qui mancano le montagne quindi il percorso non ha la epicità delle altre corse che ci sono in questo periodo (la ebbe solo nell'uno o due anni in cui si andò sul Grappa, ma forse li era anche troppo). Al di la di questo però la manifestazione ha veramente una sua identità ben precisa che la rende unica tra quelle a cui partecipo durante l’anno. Questa identità si è negli anni definita e mi sento di potere dire che siamo arrivati a una forma che spero sia definitiva.

Qui ci sono emozioni particolari, ricordi di persone mancate che nessuna altra gara si sentirebbe di portare alla ribalta con così tanta evidenza. Ma sono ricordi belli, di quelli che lasciano un sorriso nel cuore.

Se devo trovare un aggettivo per descrivere la mia esperienza direi “gentile”. Gentile come il Vigile Urbano che mi ha aiutato a trovare dove si ritirava il pacco gara, gentile come la gelateria che mi fa provare i vari gusti prima di sceglierne uno e  gentile come gli albergatori che mi ospitano. Gentile come una città così bella e discreta quale è Treviso. Gentile come la famiglia Pinarello che ci ha ospitato. Gentile come quell'Andrea Pinarello il cui solo ricordo continua a regalarci un sorriso nel cuore.

( 14 Luglio 2016 )

 

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