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Sezione granfondo    
Inserito il 12 luglio 2016 alle 11:57:24 da ale.ferrarotti. - Letto: (3812)

La mia prima Fausto Coppi

Una vera propria lotta contro le salite e qualche problemino fisico, quella che ho combattuto nella stupenda granfondo cuneese La Fausto Coppi Le Alpi del Mare. Una manifestazione curata nei minimi dettagli che ha reso importante ogni singolo partecipante. Ecco il racconto della mia Fausto Coppi.

 
(Testo di Davide Sanzogni, foto Play Full )

E’ la prima volta che partecipo a questa manifestazione. Di rientro da una settimana di vacanza al mare, non ho avuto modo di studiare nel dettaglio il percorso. Conosco il Fauniera che ho già scalato, mentre le altre salite saranno una scoperta.

E’ con questo spirito che mi sveglio alle 2.30 del mattino e dopo una colazione leggera, che comunque fatico a mandar giù, mi metto in macchina.

Il viaggio fila via liscio. Alle 5.30 parcheggio proprio all’ingresso di Piazza Galimberti, dove ritiro il pacco gara con la bella maglia celebrativa dell’evento con il logo del falco, in ricordo dell’attacco in discesa di Savoldelli che fece conoscere al mondo ciclistico il Fauniera.

Rapidamente mi preparo e raggiungo la griglia unica che contraddistingue questo evento; una peculiarità che mi piace. Un modo di evitare alla radice gli immancabili mugugni causati da chi prova a fare il furbo inserendosi in una griglia non sua. Chi prima arriva, meglio alloggia.

Ma anche per chi giunge tardi, in fin dei conti, non cambia molto dato che con un percorso così impegnativo che abbraccia buona parte della provincia “Granda”, c’è tutto il tempo e il modo di recuperare.

Per caso, in un tripudio di maglie arancioni, riconosco Alberto del team BeBiker e il suo amico Roberto, pavese d’origine, ma ormai trapiantato nella bella Cuneo. Con loro chiacchiero un po’ in attesa della partenza mentre, Alessandro Brambilla, lo speaker della manifestazione snocciola dati e interviste. Anche la madrina dell’evento, la pluri-medagliata fondista cuneese Stefania Belmondo, non sfugge al suo microfono e si concede per due battute sulla manifestazione e sul territorio cuneese. 

Arrivano le 7.00, si parte!  Subito usciti dalla città attraverso lo scenografico viadotto sullo Stura avviene la divisione dei percorsi. Alberto e Roberto vanno a sinistra per il medio, io al solito opto per il lungo.

Il gruppo procede abbastanza tranquillo, tanto che inizialmente penso che ci sia un tratto ad andatura controllata. Mi rendo conto invece che è un fastidioso vento che scende dalle valli, unito alla consapevolezza di un percorso così impegnativo, 177 chilometri e oltre 4000 metri di dislivello a consigliare moderazione.

Anche se non mancano i temerari: vedo infatti andar via un manipolo di audaci di cui scoprirò più tardi far parte anche Enrico Dogliotti del team De Rosa-Santini.

Sono abbastanza avanti, e questo mi aiuta perché riesco a gestire al meglio alcuni restringimenti causati dalla presenza di spartitraffico e rotonde. Sfortunatamente, tra l’andatura tranquilla e l’ora mattutina, mi rendo conto che non tutti hanno ancora drizzato le antenne. Nei primi 40 chilometri assisterò purtroppo a quattro cadute causate da contatti tra ciclisti.

Finalmente si arriva alla prima salita che porta dalla Val Varaita al Santuario di Val Mala. Provo a tenere il passo della testa del gruppo ma dopo un paio di chilometri mi trovo in difficoltà e inizio a rallentare. Oggi c’è qualcosa che non va, mi sento stanco e la testa pesante. Pensavo fosse il sonno e che mi sarei svegliato scalando la salita, invece capisco che è ben altro ed è anche la ragione della mia inappetenza: la piccola di casa mi ha passato un virus intestinale che le ha dato dei problemi il giorno precedente. Non ci voleva ma, visto che il bivio del medio è ormai andato ci sono solo due opzioni: gettare la spugna o stringere i denti… e non solo quelli!

Allo scollinamento del Santuario sono veramente provato, ma nella spettacolare discesa che segue, uno stretto toboga dall’asfalto perfetto immerso in un mare di verde, mi diverto un mondo tanto che riesco a raggiungere un gruppetto con il quale mi sforzo di proseguire nella pianura verso Dronero. Qui, ma come un po’ ovunque lungo il percorso, non mancano gli incitamenti della folla ai ciclisti impegnati nella loro fatica.

Giunto ai piedi della seconda salita che porta verso Montemale, mi sfilo e faccio una prima sosta “tecnica” nel bosco. Riparto, il sole inizia a picchiare e io non riesco a muovere la bici, ma il 30 che monto come ultimo rapporto, mi aiuta anche nei tratti più ripidi.

Finalmente scollino e ad attendermi c’è una discesa stretta, molto ripida e impegnativa, con l’asfalto buono e asciutto; insomma mi diverto. Stavolta non riesco a riprendere nessuno e dal fondo della Val Grana a Pradleves, dove inizia la vera salita che porta al Fauniera, ci sono alcuni chilometri di falsopiano che affronto per buona parte in solitudine. Ne approfitto per mandar un gel, anche se il mio stomaco non ne vorrebbe saperne.

Per fortuna da dietro mi raggiunge un corridore con chiare caratteristiche di passista a cui mi accodo. Giunti a Pradleves invertiamo i ruoli e sono io a fare il passo. Ancora non possiamo saperlo ma io e Rob, così si chiama questo simpatico ragazzo Olandese, taglieremo il traguardo insieme.

La salita del Fauniera è lunga, 22 chilometri per 1600 metri di dislivello. Ci si trova praticamente sempre intorno al 9% con punte al 14%. Le brevi spianate che fanno calare la pendenza media al 7,5% in realtà non bastano a concedere riposo.

Il tratto fino al Santuario di Castelmagno è molto impegnativo. E’ un po’ di tempo che non pedalo intorno alla metà del plotone e non avevo mai visto così tanta gente procedere a zig-zag. Va reso onore a tutti quelli che affrontano queste granfondo, ma in particolare agli ultimi la cui fatica è veramente tanta. Ai tornanti, che ogni tanto spezzano la salita, sono presenti dei cartelli che danno delle indicazioni circa la distanza che manca alla vetta. Dopo un’ulteriore sosta “tecnica”, mi rendo conto che non arriverò in cima con l’acqua con cui ero partito, ovvero due borracce da 750 millilitri. Anzi non arriverò nemmeno al ristoro di Castelmagno. Il caldo è a tratti asfissiante e non basta cercare l’ombra degli alberi per avere tregua. Per fortuna la solidarietà della gente locale è grande. Davanti ad alcune case della frazione Chiotti hanno piazzato delle taniche d’acqua che vengono usate per bagnare testa e schiena di quanti lo desiderino. Una bottiglia d’acqua invece viene passata a guisa di testimone da questi samaritani ai ciclisti che passano, ripresa e data al ciclista successivo in una sequenza infinita. Avremo bevuto in 200 da quella bottiglia!!

Non sarà l’unico ristoro volante di cui per fortuna beneficeremo, prima di Castelmagno una famigliola che sosta col camper porge altri bicchieri di preziosissima acqua e poi, a 3 chilometri della vetta, un vero punto di ristoro con coca, sali e acqua è stato organizzato dal G.S. Passatore, numericamente molto presente alla manifestazione.

Nel frattempo giungo e sosto al ristoro di Castelmagno dove riempio una borraccia d’acqua e mangio avidamente alcune albicocche.

Mancano ancora 8 chilometri alla vetta e sono tosti. Su una strada che si fa veramente alpina, sia nella carreggiata sia nella ruvidezza dell’asfalto in cui la vegetazione ora è completamente assente, ne salire ci salva qualche nuvola copre ogni tanto il sole. In vista dello scollinamento ritrovo qualche buon colpo di pedale e riesco addirittura a stare sui pedali in occasione dei vari punti fotografici allestiti.

Al passo, sormontato da una statua dedicata a Pantani, mi fermo a integrare entrambe le borracce, una di sali e l’altra d’acqua. Quindi procedo lungo la discesa che, come mi aveva avvertito Roberto, presenta un asfalto molto buono, eccezion fatta che per i primi 2 chilometri. Per questo motivo scenderò senza prendere rischi e mi gusterò il paesaggio che è veramente spettacolare. Una stretta lingua d’asfalto che corre tra pietraie e pascoli, dove mucche e pecore assistono placidamente al passaggio della corsa.

Quando l’asfalto torna liscio riprendo il ritmo e punto alcuni ciclisti che vedo davanti a me. Uno alla volta li passo in sicurezza, anche grazie all’ingente servizio d’ordine predisposto.

Mai come oggi ho avuto la sensazione di correre su una strada blindata. Ogni gruppo di case era presidiato da un Carabiniere, ad ogni curva più insidiosa c'era un volontario con bandierina, molti incroci con stradine secondarie fisicamente sbarrati da transenne e ogni deviazione segnalata con numerose frecce con largo anticipo.

Mi trovo ormai sul fondo del vallone dell’Arma e davanti a me non vedo nessuno, per fortuna di nuovo ricompare Rob. Io sono sceso forte, ma anche lui non scherza, specie considerato che l’Olanda non è famosa per le discese. Mi dirà poi che l’abitudine alla piega in moto è stata il suo allenamento.

Così in due ci alterniamo nel pezzo in leggera discesa che conduce all’imbocco dell’ultima salita di giornata, la temuta Madonna del Colletto dalle pendenze sempre impegnative ma almeno abbastanza ombreggiata.

Provo a bere un secondo gel ma comunque non riesco a trovare energie, il cuore resta basso come la mia andatura. I 6 chilometri che mancano alla vetta procedono lenti, mentre vengo ripassato da alcuni dei ciclisti che avevo ripreso in discesa.

Finalmente inizia l’ultima discesa che affronto con Rob, che mi aveva preceduto per fermarsi al ristoro, stringendo i denti per non farmelo scappar via nei rilanci. Siamo sul fondo valle e mancano solo più gli ultimi 20 chilometri per arrivare a Cuneo. Iniziamo a girare, più lui che io ovviamente, mentre riprendiamo i ciclisti che ci avevano sfilato in salita. Si forma un bel gruppetto anche se al crescere di unità si riduce il numero di cambi che riceviamo. Alla fine il tempo che faremo registrare in quest’ultimo segmento di percorso sarà nei primi 50, peccato non aver avuto la possibilità di stare su questo livello per l’intera prova, ma oggi va così e mi devo accontento di arrivare a metà gruppo, poco oltre la 200ª posizione in poco meno di 8 ore.

All’uscita dal tracciato di gara due ragazze consegnano la medaglia commemorativa e si premurano di sapere come sia andata. Sarà la stessa domanda che mi verrà rivolta dall’addetto al pasta party. Potrebbe essere semplicemente dovuto al fatto che avevo un’espressione stravolta.

Preferisco credere che questa attenzione, come le strade perfettamente presidiate e il gran tifo e assistenza prestati lungo il percorso, faccia parte del patrimonio di ospitalità che insieme alla bellezza del percorso, tanto in salita quanto in discesa, è la forza di questa manifestazione. Tutti sono importanti, dal primo all’ultimo, e lo speaker che fa il conto alla rovescia di quanti corridori devono ancora oltrepassare la linea d’arrivo è un'altra conferma in tal senso. Mi sto dirigendo verso l’auto quando incontro il già nominato Enrico e i suoi due amici Federico e Giampietro che invece hanno optato per il medio. Enrico dal canto suo ha chiuso il lungo 8° assoluto e 1° di categoria, dopo aver partecipato alla fuga che ha animato la prima metà della corsa. Quindi tocca a lui offrire il gelato e raccontarci un po’ come si è svolta la corsa davanti, cosa che fa con molta umiltà e schiettezza. Quando ci congediamo sono da poco passate le 16.00 e mi rimetto subito in macchina in modo da arrivare a casa in tempo per cenare, o almeno sedermi, con tutta la famiglia.

Proprio una bella manifestazione questa che non può mancare tra le esperienze di un granfondista.


( 12 Luglio 2016 )

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