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Inserito il 10 giugno 2016 alle 12:17:19 da ale.ferrarotti. - Letto: (2939)

Granfondo Stelvio Santini: ciò che conta è la gioia.

Una granfondo così bella e con così tanta ed intensa salita, di possibili incipit per un articolo che la descrivesse me ne sono venuti in mente molti e nessuno di questi tralasciare. Ma quello che alla fine la ha avuta vinta, si rifà al finale del libro “Filosofia del Calcio”, di un calciatore prematuramente mancato, che chi come me ha vissuto i mondiali di calcio del 1982 non può avere dimenticato: Socrates.  Alla fine di questo libro si legge: “La bellezza viene per prima. La vittoria è secondaria. Ciò che conta è la gioia”.

 
(Testo di Luca Bortolami. foto Granfondo Stelvio Santini Michele Bazzani)
 

Questa è ormai la mia terza Granfondo Stelvio Santini ed ogni volta la gioia di farla e finirla è stata grandissima, come per poche delle quasi 200 granfondo cui ho partecipato nella mia vita. Da quando si finiscono i quasi 50 chilometri di discesa che portano all'inizio della salita di Teglio e si comincia a salire fino alla cima dello Stelvio (con alcuni intervalli di salita e pianura che passano via in un attimo, che poi se sono un bene o un male non lo so), la corsa richiede concentrazione continua, adattabilità a salite tanto difficili quanto diverse tra di loro, con la ultima delle stesse di oltre 20 chilometri e 1500 metri di dislivello che risulta essere la salita icona della nostra terra ad alta intensità ciclistica, ovvero, lo Stelvio.

Perché è una granfondo così gioiosa? Perché il passaggio del traguardo posto a oltre 2700 metri regala emozioni a tutti. Perché è una gara dove possiamo affidarci solo a noi stessi. Perché si può  arrivare in cima spendendo le ultime stille di energia che ci sono rimaste. Perché essendo portatomi al limite anche io, appena passato il traguardo mi fermo e mi piego qualche minuto sul manubrio. E in quei momenti, come quando ringrazio del divertimento sulla linea d'arrivo il signor Santini della omonima ditta sponsor della manifestazione, che provo  grandissime emozioni . E lui si avvicina e mi ringrazia a sua volta per avere partecipato, regalandomi poi alcune preziose parole di sostegno visto il mio evidente stato di sofferenza fisica.  Non esistono altri arrivi così, non tra i tanti da me vissuti.

Da notare che nel 2015 non avevo potuto partecipare a causa impegni di lavoro, e quindi mi ritrovo a due anni di distanza con il doppio dei partenti ma la stessa identica attenzione ai partecipanti e alla loro sicurezza che avevo lasciato nel 2014. Ancora prima di partire devo dire che ho notato dei tocchi di classe mai visti prima, ne qui ne altrove, come i gentili assistenti al parcheggio per chi come me si era recato in auto al ritiro del pacco gara il sabato. In genere ho trovato tutto identico a quanto ricordavo solamente in una  scala più grande per accogliere l’ormai consistente numero di partecipanti.

Passiamo ad un altro degli spunti che mi sono venuti in mente mentre pedalavo. Chi sono questi partecipanti? Sappiamo che è gente che alla fine scalerà lo Stelvio, a prescindere dal percorso scelto, e lo farà la prima domenica di giugno. Chiunque conosca la montagna sa che anche in piena estate a  2758 metri di altitudine e sotto un ghiacciaio può veramente succedere meteorologicamente di tutto, e le probabilità che le previsioni mettano un sole pieno con zero precipitazioni sono veramente poche.  A inizio giugno pochissime. E per questo motivo da amanti della montagna e del ciclismo praticato sulla stessa, piuttosto di preoccuparci di come si evolverà il meteo facciamo quello che la vita in generale ci ha insegnato a fare: prepararci per il peggio e sperare per il meglio. Ancora di più quando si è nelle mani di una organizzazione come quella della Unione Sportiva Bormiese che sappiamo benissimo si vedrebbe molto bene dal mettere la nostra incolumità a rischio e per questo sono sicuro ha preparato piani di emergenza per qualunque circostanza. Quindi arrivo a Bormio come sempre con una borsa piena di ogni sorta di abbigliamento (ho anche i guanti “polari”, gli scaldamani chimici e la maschera facciale per ogni evenienza), studio attentamente le previsioni e la loro evoluzione attesa nel corso della giornata, metto di tutto è di più (inclusi i guanti “polari”, usati a scendere nel 2013) nella sacca che ritroverò in cima allo Stelvio e vado in griglia alle 5:30 della domenica mattina, per vivere come sempre quanto più possibile di questa atmosfera magica.

In griglia nasce un altro spunto di riflessione. Sono tanti anni che bazzico nel mondo delle granfondo ed ho conosciuto tante persone. Per me il ciclismo è gioia, non è certamente uno strumento di emancipazione sociale e sinceramente non vado certo ne in griglia ne in gara per tenere musi o crucci particolari a questa o quella persona. Purtroppo non per tutti sembra essere così, e ci rimango veramente male a vedere questa o quella persona che saluta svogliatamente per motivi che quasi sempre nemmeno conosco. Ma per fortuna ci sono anche gli altri, quelli che passano a salutare sempre con un sorriso, quelli con cui si chiacchiera del più e del meno scendendo la Valtellina a settanta all'ora (a proposito, grazie Cristian). Il bellissimo tratto di pianura lungo il fiume prima della salita del Mortirolo lo ho praticamente passato tutto a chiacchierare con una persona conosciuta pochi minuti prima. E a metà dello Stelvio quando ho superato senza rendermene conto la persona che avevo conosciuto al mio fianco in griglia e che, gentilissima, ha fatto alcune pedalate più forte per raggiungermi e salutarmi. Quanta bella gente si incontra alle Granfondo.

Ora basta con le mie riflessioni, veniamo alla gara. Partiamo con alcuni minuti di ritardo, pare per via della Polizia Stradale che non si è presentata puntualmente, e procediamo veramente piano per alcuni chilometri dietro la macchina di inizio corsa. Poi alla fine risulterà che ci vorranno 3 minuti in più degli anni scorsi per arrivare fino all'inizio della salita di Teglio. Tutto comunque in grande sicurezza nonostante una nuova rotonda in uscita da Bormio e un fastidioso vento che alle alte velocità si faceva sentire non poco. Sopra una certa altitudine la strada è ancora umida (personalmente incontrerò una lieve pioggia solo nella prima parte della discesa del Mortirolo) e ci vuole attenzione, ma le segnalazioni sono perfette, il traffico inesistente e come sempre la maggior parte dei ciclisti sa cosa sta facendo anche sul bagnato. Il maggiore numero di partecipanti consente di avere sempre un bel gruppetto a disposizione e devo dire che rispetto alle mie due esperienze precedenti non ho mai dovuto fare fatica per rientrare o fare in solitudine dei tratti dove serviva la scia. Anzi a dire la verità non ho mai “tirato”, e di questo mi sento un poco in colpa.

A differenza di due anni fa si arriva fino al paese di Teglio grazie alla strada agibile, e come scritto prima non è difficile trovare un gruppetto cui unirsi alla fine della veloce discesa. Dopo la successiva piccola asperità torniamo in Valtellina dove dopo qualche chilometro su strade “normali” prendiamo un altra nuova deviazione, lungo una pista ciclabile che costeggia l’Adda. Devo dire che ho molto apprezzato questo diversivo, che ha aggiunto ancora più varietà al percorso. L’atmosfera è veramente idillica ed abbiamo tutto il tempo per prepararci al Mortirolo. Io di auto sinceramente non ricordo di averne viste fino a quel momento, quello che è certo che il percorso è presidiato benissimo, i pericoli sono limitati al minimo e non si ha mai veramente il dubbio di come proseguire. Aggiungo inoltre un plauso per il fatto che i cartelli di pericolo in discesa fossero posizionati solo dove pericolo ce n’era effettivamente, senza cadere nella tentazione di segnalare pericolo ovunque, solo per poi fare si che i partecipanti non prestino più attenzione ai troppi cartelli.

Poco dopo la fine della ciclabile arriva il tanto temuto momento del Mortirolo, con i 9 chilometri di salita al 10% di media che fanno da preludio a quello che io considero il chilometro e mezzo più difficile del mondo granfondistico. Non prima comunque di essere passati a fianco di un gruppetto di festosi bambini che sembrano avere una energia infinita per incitarci. I primi 9 chilometri passano veloci, ma il tratto in cemento che si incontra in cima è già difficile con l’asciutto, con il bagnato e senza che si riesca a capire quale sarebbe stato il grip diventa quasi impossibile. Infatti sulla prima rampa sono costretto a mettere il piede a terra a causa del tentativo di non alzarmi in piedi, e credo sia la prima volta nella mia vita dove devo farmi un breve pezzo di gara a piedi. Fortunatamente da quel momento comincio a capire che il grip sul cemento è accettabile, ed alzandomi sui pedali riesco ad arrivare fino in cima superando un notevole numero di concorrenti che invece non erano riusciti a mantenere l’equilibrio.

I primi chilometri della discesa sono ancora bagnati, anzi piove leggermente e questo come detto prima sarà alla fine l’unico momento della mia giornata ciclistica in cui questo avverrà. Una volta tornati in valle si nota immediatamente la maggiore partecipazione rispetto a due anni fa in quanto la strada sembra letteralmente invasa da ciclisti. Le velocità tra i gruppi sono diverse (la maggior parte a quel punto stava facendo il percorso medio e non aveva quindi fatto il Mortirolo) e il mio gruppo procede a passo spedito verso Bormio, la prima volta che non devo fare questo tratto di strada tutto da solo. Avvicinandosi a Bormio incomincio a chiedermi  se a tutto il mio gruppo fosse chiaro che mancava ancora una lunghissima salita all'arrivo, dato che mi ritrovo a dovere affrontare continui scatti ed aumenti di ritmo. A dire la verità decido di restare con la parte del gruppetto meno aggressiva, dato che se fossero rimaste delle energie in più le avrei usate per arrivare in cima allo Stelvio.

Dopo essere passati per il centro del paese proprio di fronte al mio hotel comincia una di quelle salite che si aspettano per tutto un anno.  Arrivo qui dopo circa quattro ore e quaranta minuti, e so che per avere la griglia rossa per il 2017 ho bisogno di arrivare in cima in meno di un ora e cinquanta. Fortunatamente mi ero alimentato bene e la gamba continua a girare bene, lascio il gruppetto con cui ero arrivato fino a quel punto e incomincio i miei 21 chilometri di ascesa. Questa è la prima volta per me con le strade chiuse e devo dire che il godimento è massimo. Ci sono veramente tanti ciclisti sulla salita, in gran parte del percorso corto e medio, e la fatica si fa sentire per meno di quello che è.

Sono comunque quasi due ore di salita. Ma il cervello in questi casi si sa aiuta e la percezione del tempo si altera e i minuti volano via velocissimi. Le emozioni si alternano tra quelle suscitate da alcuni ciclisti che scendendo dicono che in alto sta nevicando e il vedere alcune persone, immagino del percorso corto, esauste che salgono a piedi con ancora 15 chilometri alla vetta. Forse un poco crudamente, e di questo mi scuso con loro, ad alcuni di questi ricordo come la salita sia ancora lunghissima e il perseverare a salire forse inopportuno viste le loro condizioni fisiche. Devo dire che da un certo punto di vista non capisco cosa li spinga a continuare ma contemporaneamente ammetto che forse lo farei anche io se fossi in loro. Come ha scritto l’ultramaratoneta Dean Karnazes: “Corri quando puoi, cammina quando devi, striscia se serve, ma non mollare mai.”. 

Non avendo controllato dove fossero i ristori rimango un poco spiazzato quando mi accorgo che quello poco sopra i 2000 metri di altitudine non c’è più, come era nel 2014, e avendo finito l’acqua dovrò tenermi la sete ancora per una ventina di minuti, unico errore di una giornata altrimenti molto positiva da un punto di vista della strategia. Devo ammettere che quando poi riparto dal ristoro la fatica incomincia a farsi sentire con gli ultimi due chilometri a succhiare veramente le ultime energie che mi erano rimaste.

Ma quei due chilometri sono anche deliziosi, la bufera che qualcuno aveva annunciato quando arrivo io non si vede proprio, anzi ricordo chiaramente alcuni scorci di cielo azzurro. A 2758 metri di altitudine il  respiro è affannoso ma quella grande ed indescrivibile gioia che si prova a tagliare il traguardo con le ultime gocce di energia che ci rimangono fa dimenticare tutto, e sono anche sotto le sei ore e trenta che mi ero prefissato. E si fanno gli ultimi metri fino alla grande tenda perfettamente riscaldata, si lascia la bici al parcheggio e si ritira la sacca con gli indumenti per la discesa.  Una ventina di minuti per la vestizione e sono pronto a scendere, e non avrei creduto fosse umanamente possibile fare oltre 20 chilometri pedalando così poco come ho fatto.  

Vado direttamente in albergo per farmi una doccia prima del pasta party, contrariamente alle mie abitudini. Ma qui il pasta party merita veramente e avendo deciso di fermarmi a Bormio anche la sera delle domenica non ho fretta.  E vengo anche li accolto con la usuale cortesia dell’Alta Valtellina.

Dopo esserci venuto alcune volte una quindicina di anni fa, non avevo più frequentato Bormio. Dopo esserci tornato per la Grandondo Stelvio Santini del 2013 e avendone riscoperto la bellezza e la ospitalità, ora sono tornato a frequentarla con regolarità, ad agosto ci verrò per una settimana.  Credo quindi di rappresentare esattamente quello che questa manifestazione vuole ottenere,  il fare (ri)scoprire la località a persone che  magari non ci sarebbero mai venute se non per la granfondo e che magari ritorneranno dopo di essa. Il lavoro fatto in questo senso dalla organizzazione è egregio e degno di nota, e tutta Bormio sembra rendersene conto accogliendo noi ciclisti in modo squisito. Quindi rinnovo i miei complimenti alla organizzazione e a tutta la Alta Valtellina per avermi ancora una volta fatto sentire benvenuto.

( 10 Giugno 2016 )

 

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