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Inserito il 08 giugno 2016 alle 12:07:58 da ale.ferrarotti. - Letto: (3882)

Granfondo Stelvio Santini: un'emozione vissuta a 2757 metri

Con il mese di giugno si apre il perido delle grandi montagne. Eccomi a raccontare la mia prima Granfondo Stelvio-Santini nonché prima granfondo d'alta quota della stagione. Un'emozione incredibile vissuta lungo i chilometri della Valtellina culminata con la mitica ascesa al passo dello Stelvio.

 
(Testo e foto di Michele Bazzani )
 

Il ciclismo, anche quello amatoriale, si esalta nella sfida contro la montagna. Con il mese di giugno inizia la stagione delle granfondo alpine, quelle che richiedono doti di fondo e capacità di restare sotto sforzo per molte ore in condizioni climatiche variabili e spesso incerte. Inizia cosi il periodo più affascinante della stagione con la Granfondo Stelvio Santini, giunta alla sua 5° edizione.

Era da tempo che a Bormio sognavano di avere una loro granfondo. L’idea e l’occasione nacque in coincidenza della tappa del Giro d’Italia del 2012 che univa l’ascesa di un versante inedito del Mortirolo alla conclusione in vetta al Passo dello Stelvio. E lo stesso anno gli amici della U.S. Bormiese proposero lo stesso menu ai ciclomatori, organizzando la prima edizione di questa granfondo che ripercorreva il percorso di quella tappa epica. Dalle poche centinaia di quella prima edizione gli iscritti sono progressivamente cresciuti fino a sfondare le tremila partecipazioni, segno che non solo la sfida proposta era affascinante, ma che anche il contesto organizzativo veniva sempre più apprezzato.

È la prima volta che partecipo a questa granfondo, anche se a Bormio sono quasi di casa per i tanti amici che qui ritrovo ogni volta. Tanta era la curiosità per questa manifestazione di cui avevo sempre sentito parlare molto bene e quest’anno è giunto il momento di toccare con mano e fare la propria esperienza. Arrivo a Bormio nel primo pomeriggio di sabato: anche se sta piovendo dal mattino, si percepisce un immediato clima di festa.Anche l’accoglienza riservata dai locali ai ciclisti dalla popolazione locale e dalle strutture alberghiere è superlativa. Fin dal momento del mio ingresso in Valtellina ho subito l’impressione non solo di essere ospito gradito, ma anche che mi aspettano due giorni di “coccole” e di allegria.

Il Palaghiaccio, nell’attesa del briefing di illustrazione del percorso e delle principali difficoltà della gara, brulica di ciclisti intenti a ritirare il pacco gara e a scambiare opinioni e impressioni sui vari aspetti che questa granfondo comporta. Uno dei temi forti è l’abbigliamento da usare in gara, da sempre elemento molto complesso nelle granfondo di montagna, anche in considerazione delle mutevoli condizioni meteorologiche. Tra gli altri, riconosco il gruppetto di ciclisti pisani che hanno nel Monte Serra la loro palestra naturale per preparare la sfida alla montagna e che si distinguono, come sempre, per buon umore e simpatia. Marco e Lorena invece vengono dall’Abruzzo e hanno fatto un lungo viaggio per vivere un’emozione nuova. Ma sono tantissimi anche gli stranieri presenti, più di un terzo degli iscritti complessivi, venuti da tutti i cinque continenti per dare l’assalto al valico stradale più alto d’Europa.

Ma la Granfondo dello Stelvio Santini non è solo un evento ciclistico, ma soprattutto un’occasione per rivedere tanti amici. Ed è così che ci ritroviamo per l’immancabile aperitivo in uno dei locali più cult di Bormio per iniziare la serie dei brindisi augurali, che proseguirà anche a cena. Allegria, convivialità e spensieratezza fanno passare le ore, a tal punto che mi ritrovo dopo le dieci di sera senza aver ancora preparato niente per la gara dell’indomani. Mi affretto a eseguire tutti i riti pre-gara, ma finisco con l’andare a letto molto tardi, con poche ore di sonno davanti, anche in virtù della levataccia che ci aspetta.

Al suono della sveglia in effetti mi sento ancora frastornato e assonnato, ma è il momento di muoversi. Percorro in bici i cinque chilometri che mi separano dalle griglie di partenza in compagnia del simpatico Pagno, proprietario dell’albergo in cui sono alloggiato, che mi fa seguire la stradina che percorreremo anche in gara per il rientro su Bormio. Qui consegniamo le nostre sacche con il vestiario utile per la discesa dallo Stelvio che ritroveremo all’arrivo: un servizio molto utile che aiuta a vivere serenamente il pensiero del rientro anche in caso di freddo e di maltempo. L’attesa in griglia sarà breve e volerà via senza accorgersene, nonostante che il via ufficiale venga posticipato di qualche minuto per il ritardo delle forze dell’ordine.

I primi tre chilometri sono ad andatura controllata, per uscire in sicurezza dal paese e dalle prime difficoltà, poi si parte ed è subito grande velocità: la prima parte del percorso ridiscende infatti la Valtellina e la strada alterna tratti di falsopiano a delle velocissime discese. Qui cerco soprattutto di non correre rischi, ma la sensazione è che, rispetto ad altre manifestazioni, la testa sia rimasta sulle spalle della maggior parte dei ciclisti. Ai 60 orari vengo riconosciuto e salutato da Elisa, ricambio il saluto mentre comincia a sfiorarmi il pensiero che tutto quel dislivello perso sarà da recuperare sulla strada del ritorno con tanta fatica. A Lovero un primo strappo in salita allunga e spezza il gruppo in vari tronconi prima di una nuova picchiata verso Tirano. Il percorso è tecnico e mai banale, con vari saliscendi attraversiamo bellissimi vigneti nella zona di Bianzone, prima di affrontare con una secca svolta a destra la dura salita di Teglio. Qui si comincia davvero a far fatica a causa delle pendenza da subito in doppia cifra su una strada che assume le sembianze di una mulattiera. Prendo il mio passo, senza forzare l’andatura, conscio di quello che mi aspetta dopo. La salitella della Motta ha pendenze più adatte a me e la sfrutto per recuperare un folto gruppo con cui proseguire la gara. Adesso sto decisamente meglio e le brutte sensazioni dell’avvio sono, almeno per ora, superate. Iniziamo la risalita della valle su una stupenda pista ciclabile che corre lungo il fiume Adda. Al bivio dei percorsi, come preannunciato, tiro dritto per il medio: forte è il rammarico per non affrontare il Mortirolo ma le condizioni del mio ginocchio plurifratturato non me lo permettono. Osservo i volti di quelli che gireranno e noto una fantastica determinazione, sono pronti per le rampe micidiali che li attendono: un po’ li invidio ma subito ricaccio il pensiero. Come nelle attese la risalita della valle è faticosa. L’andatura è elevata e recuperiamo ciclisti per strada, anche se rischio di staccarmi dal gruppo ogni volta che la strada si impenna. Superata Cepina, si presenta davanti a noi la verdeggiante conca di Bormio sovrastata dalla montagna che andremo ad affrontare di lì a poco. Il passaggio in paese è una gradita sorpresa: dopo il ristoro, dove vengo servito con la consueta gentilezza, attraversiamo le vie dei quartieri più antichi con le loro strade lastricate in porfido e soprattutto affollato di gente che non nega un saluto e un incitamento.

Una grande emozione che conserverò a lungo nel corso della lunga salita verso l’arrivo. Il cartello indica venti chilometri all’arrivo, tutti in salita, e qui mi rendo conto che la granfondo, quella vera, comincia adesso.Lo Stelvio ha la bellezza maestosa di una donna affascinante, dura da conquistare ma ricca di promesse. Man mano che si sale questo incanto si concretizza e dopo un gruppo di gallerie umide e buie si staglia di fronte a noi la Bocca del Braulio con la sua cascata e una serie di fitti tornanti che si sovrappongono uno sull’altro.

La pendenza aumenta, ma anche l’entusiasmo e comincio a non sentire più la fatica. Incredibilmente non vedo più nessuno, né davanti né dietro, ma dove sono spariti tutti? Sono solo. Solo con la montagna che adesso presenta il conto di una pioggerella fine che mi raffredda i muscoli. Devo accelerare, anche solo per scaldarmi, e magicamente riappaiono anche gli altri ciclisti, cavalieri erranti immersi nei loro pensieri e con lo sguardo teso verso l’alto.
I chiassosi addetti al ristoro della 3° cantoniera mi scuotono dal torpore, c’è l’ultimo tratto di falsopiano prima dell’arrampicata finale e si può fare velocità. Poi la neve. Bianca, accecante e fredda come la coltellata di crampi che cominciano a fare capolino nelle mie gambe. Fortunatamente è solo sui lati della strada a incorniciare, con il suo candore, il nostro sforzo finale. Ultimo chilometro. Vedo una moto, arrivano i primi del lungo. Stefano mi sfreccia accanto agile come un camoscio, lo incito poi mi volto: il suo avversario è a cento metri, gli urlo che è fatta. Passa anche Enrico. Senza accorgermene, preso dall’adrenalina, aumento la velocità e taglio il traguardo salutato dallo speaker come 3° classificato del lungo. Mi affretto a chiarire l’equivoco e pieno di gioia mi reco a ritirare la mia sacca per il cambio.

Senza chiedere niente vedo una ragazza che già mi porge la mia, sono i miracoli che possono accadere solo quassù in paradiso. Mi guardo attorno: la pioggia ghiacciata ha lasciato il posto a un magnifico sole che si staglia in un ampio squarcio di azzurro e accende il bianco della neve. Tutto magico. Come i sorrisi degli amici che via via arrivano al tendone riscaldato, tutti contenti ed eccitati per avercela fatta. Per una volta non conta il risultato e il tempo: conta solo essere lì. Ci gettiamo in discesa per rientrare in albergo e mentre incitiamo a ritroso i ciclisti che ancora salgono riviviamo le emozioni che abbiamo provato solo pochi minuti prima. La montagna è domata. Da ora fino a sera sarà solo festa e già pregusto la birra che scorrerà a fiumi nel Palaghiaccio. Rilancio dopo un tornante, non vedo l’ora di essere lì… Che festa sia!




( 8 Giugno 2016 )

 

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