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Inserito il 20 maggio 2016 alle 16:04:46 da ale.ferrarotti. - Letto: (1957)

Gimondi, sole, destino: una giornata bergamasca.

A cinque giorni dal suo svolgimento non scende l'interesse per la Granfondo Internazionale Felice Gimondi. Riviviamo questa bellisima manifestazione bergamasca grazie al racconto di Luca Bortolmani.

 
(Testo di Luca Bortolami, foto Play Full )

Credo di avere preso parte alla Granfondo Felice Gimondi per sei o sette  volte, e da quando partecipo a un minore numero di competizioni è stata una di quelle che più mi è dispiaciuto non riuscire ad inserire nel mio calendario. Era quindi dal 2012 che non tagliavo il suo traguardo a fianco del Lazzareto e addirittura dal 2010 che non lo facevo dopo avere fatto il percorso lungo, dato che nel 2011 e 2012 questo era stato cancellato.

Gli aspetti positivi che hanno sempre per me contraddistinto questa manifestazione e me la hanno appunto fatta mancare, sono la ottima organizzazione (una volta risolti i problemi relativi ai chilometri finali), le atmosfere assolutamente uniche che si vivono in vari punti del percorso (le racconterò dopo) e la grandissima ospitalità che si vive nel villaggio di arrivo posto all'interno del Lazzareto. Sono contento di potere dire che a quattro anni di distanza dalla mia ultima partecipazione, le cose belle sono rimaste tali ed una fresca giornata di sole mi ha fatto vivere una bella giornata, malgrado alcuni imprevisti che avrebbero voluto succedesse diversamente.

Gli aspetti, in senso relativo, negativi incominciano il “venerdì 13” pomeriggio quando mi rendo conto che le Poste Italiane mi avevano tradito e non avevano fatto arrivare in tempo il mio pettorale, che mi era stato spedito a casa come da cortese servizio che la organizzazione rende disponibile agli iscritti in cambio di una modica cifra. Problema non insuperabile, e anche se il sabato avrei preferito restarmene a Milano, sono comunque a Bergamo per le sette per fare i miei novanta minuti di rifinitura e recarmi poi in segreteria a risolvere la questione. Contrariamente alle previsioni la giornata non è piovosa ed ho occasione di provare la prima salita, cosa che mi tornerà utile il giorno successivo, e rendermi anche conto che i miei pattini freno dopo due uscite bagnate si sono induriti e sporcati e non frenano più adeguatamente. Anche se poi non li ho cambiati, pur non sapendo ancora bene perché abbia fatto una scelta cosi irresponsabile, almeno avevo ben chiare quelle che sarebbero state le limitazioni d’uso degli stessi.

Risolvo agilmente la questione del pettorale grazie alla gentilissima assistenza della segreteria e me ne torno a Milano, lasciano scorrere un rituale che avevo già ripetuto alcune volte negli anni. Come detto prima comunque il Lazzareto è veramente una ottima sede per tutte le operazioni relative alla gara, con abbondante parcheggio nelle vicinanze e lo spazio per potere fare tutto molto comodamente.

Dopo una settimana di pioggia sembra che i numi si siano messi d’accordo per regalarci una bella giornata per domenica, e vedere un bel sole a Milano nel pomeriggio, mi lascia pregustare quella che sarebbe poi stata la giornata successiva.

Per essere come piace a me, pronto ad entrare in griglia molto presto, la levataccia a Milano è alle 3.30, ma una settimana dopo si sarà la Nove Colli dove mi dovrò alzare ancora prima quindi considero questo come una valida preparazione. Quando esco di casa il meteo è come previsto, ma quando arrivo a Bergamo mi accorgo che ha smesso di piovere da poco e la temperatura si fa sentire ben più fresca delle aspettative: urge un cambio di abbigliamento. Questa forte pioggia, che poi scopro essere caduta intorno alle 4.00 della mattina, si rivelerà particolarmente insidiosa sulla seconda discesa, ancora di più alla luce del mio non perfetto controllo della frenata per i motivi di cui ho parlato sopra.

L'organizzazione delle griglie è, per quanto abbia potuto vedere io, ineccepibile, cosi come lo è sempre stata anche le altre volte che ho partecipato a questa manifestazione. A dire la verità è da un po' di tempo che non considero più “normale” vedere qualcuno che prova ad entrare in griglia in modo non appropriato, come era diventato frequente qualche anno fa. Forse il maggiore generale livello di nervosismo ha portato miglior consiglio a chi una volta lo faceva frequentemente, sapendo che le reazioni possono essere alquanto vivaci. Ora la irregolarità preferita sembra essere diventata il farsi trainare in salita da mezzi motorizzati, a meno che i due episodi da me visti in altrettante manifestazioni (tra cui la Gimondi) non siano stati un caso. Certo che veramente io non capisco quale soddisfazione si provi a tagliare un traguardo dopo avere ingannato in modo cosi palese, soprattutto se stessi. Continuo a pensare che il ciclismo “dopolavoristico” sia ancora da troppi visto come strumento di emancipazione sociale, se non altrimenti non mi so spiegare perché si faccia comunque fatica per ore ed ore per poi nemmeno godere della felicità di avere tagliato il traguardo con le proprie forze.

Dopo una trentina di minuti di intrattenimento, e dopo avere visto da vicino un Felice Gimondi veramente in forma, partiamo puntualissimi alle 7.00. I primi sette chilometri fino all'imbocco della prima salita per quanto tortuosi non li ho mai trovati particolarmente pericolosi, forse perché lo spazio per superare non c'è. A seguire, la prima asperità di giornata, per quanto breve, consente già di sgranare il gruppo in modo consistente, e devo dire che quando una volta tornato in pianura, mi rendo conto di essere ancora con il gruppo dei primi. Sono molto soddisfatto, ho già raggiunto il mio principale obbiettivo di giornata, che è quello di sincerarmi di avere la (assai relativa) esplosività necessaria per comunque fare una salita a tutta. A questo punto c’è il primo momento “unico” di questa manifestazione, uno di quelli di cui parlavo prima, che è l’avanzare in gruppo verso la seconda salita. Infatti ci troviamo su una strada larga e scorrevole, in lieve falsopiano a salire e già senza troppe persone che provano ad avanzare nel gruppo. Lo scenario è anche veramente bello, e lo dico dopo avere negli anni passati percorso questa strada anche sotto una pioggia scrosciante.

Sulla salita del Gallo le cose cominciano a farsi serie, e finalmente ognuno si ritrova con i compagni che gli competono, a parte quelli, e saranno la maggioranza, che abbandoneranno noi lunghisti ai vari bivi.

Come dicevo prima, la discesa è bagnata e sarà seconda solo alla ultima in termini di numero di posizioni che perderò, cosa assai strana per me che di solito in discesa riesco a farmi valere. Il freno anteriore non performante mi costringe a usare eccessivamente il posteriore, cosa non saggia sul bagnato, e dopo avere perso la ruota per una volta comincio ad essere assai timoroso. Il fenomeno si attenuerà sulle altre discese, ma comunque ho commesso veramente una leggerezza a non cambiare le pastiglie freno il sabato.

Dopo un breve tratto di pianura incomincia la salita del Selvino, il secondo momento “unico” della giornata. Non c’è che dire, questa salita è veramente bella, e in una giornata di sole come oggi quasi gloriosa. La regolarità della pendenza, la rigogliosità della vegetazione nella parte bassa e la bellezza del panorama che si apre man mano che si sale sono a mio parere quasi unici per una salita non alpina. Uniamo a questo la bellezza e velocità della discesa che segue (dopo avere capito che una volta caldi i freni sono quasi funzionali) e abbiamo una asperità quasi perfetta.

Una volta arrivati in valle si vedono le prime persone che ci lasciano per girare a sinistra verso Bergamo per il percorso corto, ma francamente vista la giornata meteorologicamente bellissima che si stava sviluppando, sono contento di sapere di avere ancora molte ore sui pedali davanti a me. Anche perché la quarta salita, quella che risale la Val Taleggio, e anch'essa nel suo genere bellissima. Vi prego non pensate che stia esagerando, ma qui siamo nella bergamasca, una delle culle del ciclismo italiano, e sono sicuro che tanti appassionati sono dovuti alla bellezza e varietà del territorio che hanno a portata di mano. Il verde è lussureggiante, il traffico automobilistico inesistente anche quando ho percorso la strada in giornate “normali”. Sono in un bel gruppo e, al di la di non riuscire a restare nella metà avanzata dello stesso quando si spezza, sono proprio contento di essere li a fare fatica.

Purtroppo a un certo punto c’è una discesa breve e su quelle non c’è nulla da fare, mi superano anche le “Graziella”. Ancora di più se arrivo in cima da solo e senza punti di riferimento non posso permettermi di sbagliare nulla e quindi vado piano: mannaggia a me! Almeno mi raggiunge un gruppetto che sulla lunga discesa successiva mi consente di andare in sicurezza. E arriviamo così al secondo bivio, quello tra il medio ed il lungo.

Devo dire che questa volta sono meno entusiasta di fare la scelta più lunga, ma alla fine dei conti la quasi ora e mezza che segue è tutt'altro che spiacevole. Le gambe girano bene, una buona premessa per la domenica successiva a Cesenatico, e arrivo in cima alla seconda salita senza troppa sofferenza. A quel punto però sapendo che la prossima discesa sarebbe stata per me un calvario mi fermo al ristoro e dichiaro la fine della mia giornata agonistica, da li a Bergamo sarei andato con tutta calma.

La discesa è in effetti complicata come la ricordavo, fatta tutta da solo e quindi molto ma molto piano. Il fondo stradale è comunque molto migliorato rispetto a come lo ricordassi. Mi superano un paio di persone ma non ho proprio voglia di avere l’ansia ad ogni curva, non sapendo come sarebbe stata la frenata. Una volta arrivato in pianura faccio l’errore di non mangiare e bere adeguatamente, vado troppo forte, e cosi alla fine non avrò nemmeno le energie per restare con un gruppetto che mi raggiunge a otto chilometri dall'arrivo. Ma le gare di “preparazione” come questa, mi servono proprio per ricordarmi tutte le cose sbagliate che posso fare, che pur con 13 anni di esperienza alle spalle continuano ad essere tante.

Gli ultimi otto chilometri da un punto di vista della sicurezza e del controllo del traffico contengono il succo di tutto l’impegno che la organizzazione ci mette per la riuscita della manifestazione. Parliamoci chiaro, qui siamo quasi a ora di pranzo di domenica su una delle vie di comunicazione più affollate per le gite domenicali dei bergamaschi. Già il fatto che si riesca a fare passare 4000 persone in bici è un grosso risultato, farci passare scortati da una moto, con i vigili che bloccano il traffico agli incroci e senza nessuno che si arrabbi con noi ha (scusatemi l’iperbole) del miracoloso. A un certo punto faccio parte di un gruppetto di due persone, eppure quando ci avviciniamo ad ogni incrocio tutto si ferma per lasciarci passare. E questa è solo la parte più complicata di una giornata fatta di strade chiuse, incroci presidiati, moto-staffette che precedono ogni gruppo, una fila lunghissima di auto ferme che attendono il momento in cui la discesa di Costa Valle Imagna verrà aperta, a mezzogiorno di una assolata domenica di maggio.

E tutto questo con la gente che applaude quando passiamo per i centri abitati, senza almeno io avere sentito una persona inveire contro questi ciclisti che alla fine li stavano privando di una (seppur piccola) parte della loro libertà. Scusatemi ancora, ma non sto esagerando. Forse sarà perché faccio ormai poche gare e in zone ad alta intensità di cultura ciclistica, ma devo dire che alla fine mi sento come ciclista più benvenuto oggi che qualche anno fa, e le organizzazioni in generale continuano a trovare modo di migliorarsi, o almeno a provare a farlo.

Di fronte poi ad alcune persone che sembrano pensare che organizzare una Granfondo dovrebbe essere fatto a fondo perduto, dico di venire a Bergamo e vedere come opera una organizzazione a dichiarato scopo commerciale come quella della Granfondo Felice Gimondi. Dei professionisti all'opera, che si preoccupano che tutto vada per il meglio in modo che noi clienti soddisfatti torniamo poi l’anno a seguire.

Ai momenti preziosamente unici di cui ho parlato sopra, con cui sono tornato felice a Milano, aggiungo il sorriso della signora non giovanissima che mi ha gentilmente dato un bel piatto di penne al pomodoro al pasta party. Chiedendomi con accento spiccatamente bergamasco se ne volessi un piatto abbondante. Aggiungo anche la buonissima birra artigianale a chilometro (quasi) zero che veniva servita in uno degli stand nella zona d’arrivo.

Quindi ho parlato di Gimondi, del sole, della mia giornata dolcemente bergamasca. Cosa c’entra il “destino” del titolo. C’entra con il fatto che sulla ultima salita il mio cambio posteriore aveva cominciato a fare le bizze, perdendo assai in precisione. Ma sono andato fino all'arrivo prima e fino all'auto poi senza particolari difficoltà. Una volta arrivato all'auto ho fatto al massimo cinque cambiate per vedere di capire cosa fosse successo. Cinque cambiate, e il filo del cambio si è definitivamente spezzato. Destino, grazie.

 

( 20 Maggio 2016 )

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