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Inserito il 18 maggio 2016 alle 08:16:16 da ale.ferrarotti. - Letto: (3116)

Gran Fondo Internazionale Felice Gimondi: l'omaggio a un campione

E' stato domenica 15 maggio il giorno in cui è andata in scena la Gran Fondo Internazionale Felice Gimondi. Quasi 4000 i partenti che alle prime ore del giorno hanno preso il via per affrontare gli stupendi percorsi lungo le valli bergamamasche. Anche questa settimana Davide Sanzogni ci racconta i suoi 163 chilometri del percorso lungo.

 
(Testo di Davide Sanzogni, foto Play Full e Davide Sanzogni )

A detta di molti la GF Internazione Felice Gimondi è una delle più belle e meglio organizzate granfondo a livello nazionale e non solo. Per caso, a dispetto del mio cognome di chiara origine bergamasca, non avevo mai avuto occasione di verificarlo di persona.

Finalmente, proprio in occasione del ventennale di questa manifestazione, mi si presenta questa opportunità e la colgo al volo. Dato che la consegna dei pettorali avviene solo di sabato (o tramite spedizione postale per chi si muove per tempo, ma non è il mio caso) mi reco a Bergamo in serata proprio mentre infuria un temporale con pioggia battente, vento e chicchi di grandine che fanno il tiro a segno con il tettuccio della macchina.

Il ritrovo è posto nella bella e funzionale cornice del Lazzaretto di Bergamo. Un’ampia struttura rettangolare e porticata dove trovano posto gli stand degli sponsor, le docce, le sale stampa, il pasta party e appunto la consegna di pettorali e pacchi gara, che avviene con precisione e la giusta scrupolosità nella verifica delle credenziali.

Insieme al pettorale è presente anche un utile striscia adesiva con riportati tutti i punti di ristoro e i numerosissimi punti di assistenza meccanica, praticamente uno ogni 15 chilometri circa. Un impegno ed una sicurezza notevoli.

Il pacco gara in se è abbastanza vario: si va da un prodotto per il lavaggio dei capi sportivi, a snack e integratori, passando per delle mele fino ad arrivare ad una gustosa mozzarella che finisce direttamente nella pasta che mi mangerò il mattino seguente per colazione.

Per la cena di questa sera invece raggiungo il “Pronto Pizza” di Via Zanica, dove mi attende l’amico granfondista e collega che mi ospiterà per la notte a casa sua. Andrea Bolis, questo il nome del mio amico, mi spiega che è molto legato a questa pizzeria da asporto perché è qui che ha lavorato per anni mentre era studente di ingegneria elettronica. Prendiamo così due gustose pizze e un paio di birre e ci trasferiamo nellaa sua casa nei pressi di Zanica per mangiare, preparare le bici e dormire qualche ora prima della gara.

Il mattino seguente partiamo da casa sua direttamente in bici insieme ai suoi compagni di squadra del team Zanica. Ci dirigiamo verso Bergamo, distante una decina di chilometri. Il cielo si è rasserenato, anche se fa decisamente fresco; le mura veneziane e i campanili di Bergamo alta fanno bella mostra di se, mentre incrociamo via via gruppi sempre più folti di ciclisti man a mano che ci avviciniamo al centro della città. Imbocchiamo il “sentierone”, cioè la via più ampia di Bergamo bassa, superando un gruppo di ciclisti coreani, segno del rilievo internazionale di questa manifestazione.

Sono oramai le 6.30 quando entro in griglia, e intorno a me non ritrovo le facce note dei circuiti a cui usualmente partecipo, ma era difficile che accadesse considerando i quasi 4000 ciclisti partenti, tra cui molti dei più forti granfondisti a livello nazionale.

A differenza di molte altre granfondo a cui ho partecipato l’atmosfera è ovattata. Sembra che sia i partecipanti sia lo speaker non vogliano disturbare la quiete della città che si sta ancora svegliando. O forse è la consapevolezza per tutti, a prescindere dal percorso che verrà scelto, che oggi la giornata sarà impegnativa. Io come al solito, se ne avrò la forza, andrò per il lungo da 163 chilometri e 3000 metri di dislivello; ma certo anche chi affronterà i 90 chilometri del corto con 1400 metri o il medio 129 chilometri per 2100 metri di ascesa avrà il suo bel da fare.

A pochi minuti dal via Felice Gimondi rivolge il suo saluto a tutti i partecipanti a questa manifestazione che porta il suo nome, quasi scusandosi di non poter stare con noi, pronunciando la frase: “perché andate troppo forte”. Un gran signore ed è un onore rendergli omaggio percorrendo questo splendido anello che parte e torna a Bergamo girando intorno alla sua Sedrina.

Ci siamo… lo speaker si fa quasi sorprendere e il conto alla rovescia parte ai meno 5, 4, 3, 2, 1, via si parte… con meno frenesia del solito e ancora in un irreale silenzio, rotto solo dal fruscio delle ruote e dei pedali. Io dal canto mio cerco di essere molto prudente. La strada presenta ancora diverse pozzanghere e il ricordo della caduta causata da una di queste tre settimane fa è ancora troppo vivo, anche se per fortuna oramai la scapola e le costole fratturate non mi danno più fastidio, ma certo non è il caso di dargli un altro colpo. Fortunatamente arriva subito uno strappo che immette sull’ampia tangenziale che consente al gruppo di allungarsi. Per la prima salita di giornata ci sono pochi chilometri, i quali sono relativamente privi di curve, rotonde e quant’altro. Sulla salita del colle del Pasta già ci sono alcuni tifosi che guardano il passaggio della corsa, tanto è forte la passione per la bici in terra bergamasca.

Affronto questa breve salita di slancio e ne approfitto per guadagnare qualche posizione prima di sistemarmi in un folto gruppo alla volta di Casazza in Val Cavallina, dove inizia la seconda salita per il Colle del Gallo, nei pressi del quale sorge il santuario della Madonna del ciclista. Il pezzo più ripido di questa seconda salita è dall’inizio fino alla località termale di Gaverina; qui ne approfitto per provare la gamba. Infatti affronto la corsa di oggi anche per capire a che punto sono del recupero ed in vista della Nove Colli di domenica prossima.

Per fortuna sento che il braccio non mi dà fastidio e riesco a tenere una posizione corretta, senza innescare il mal di schiena patito a Novara una settimana fa. E così spingo, alla fine faccio la salita in circa 19’ con una VAM di 1250 m/h, sono contento ma non del tutto rilassato. La strada è ancora bagnata e io esito a piegare la bici come dovrei. Pur lasciandomi sorpassare da alcuni riesco a restare nella loro scia. Si forma un bel gruppo che arriva all’attacco della salita di Selvino concedendo anche la possibilità di alimentarsi.

Selvino è una salita di riferimento per il ciclismo orobico e infatti gli spettatori sono numerosi. Il gruppo procede regolare, intorno ai 1080 di VAM. So che questo è un dato di per se impreciso, sensibile alla pendenza delle diverse salite, ma non essendo dotato di un power meter e affrontando i percorsi letteralmente col cuore, è l’unico riferimento che posso offrire. In ogni caso non ha senso forzare di più; la gara è lunga e chi è davanti, oramai lo è perché evidentemente più forte.

Di nuovo è la discesa a darmi i maggiori problemi. Nonostante mi reputi un buon discesista, oggi mi sembra che il livello medio del gruppo sia veramente alto, più alto del solito. Tanto che il gruppo in discesa si rompe e ci troviamo in tre a menare tra un tornante e l’altro per provare a rientrare.

E’ probabile che un ruolo determinante in questo lo giochi il fatto, che molti ciclisti sono di casa e sanno benissimo quali tra le innumerevoli curve cieche si chiudono davvero (poche) e quali invece possono essere prese a tutta (moltissime). Inoltre, da diversi chilometro, ci fanno strada una o due moto dell’organizzazione. Purtroppo c’è anche uno scooter di un “tifoso” di alcuni membri di una squadra locale che va e viene affiancandoci, nonostante venga più volte ripreso dagli staffettisti.

Finalmente sul fondo della Val Brembana, nei pressi di Zogno (ataviche assonanze) avviene la prima divisione e resto con quelli che affrontano il medio ed il lungo. Patisco un principio di crampo, come mi capita ultimamente in maniera puntuale al termine di una discesa lunga affrontata con clima fresco, nonostante in questo caso abbia anche decisamente pedalato.

Ormai ci ho fatto il callo e riesco a gestirlo, cosicché dopo poco mi passa. Attraversiamo la storica località turistica e termale di San Pellegrino e giungiamo quindi a San Giovanni Bianco, dal quale possiamo apprezzare l'imbocco della Val Taleggio.

La strada risale il fondo valle in una stretta forra, saltando da una sponda all’altra. La selezione avviene da dietro, fino a quando rimaniamo prima in una quindicina, per poi spezzarici in due gruppetti. Io sono nel secondo, ma finalmente ritrovo un po’ di smalto e grazie all’aiuto di Michele Azzola del team Morotti riusciamo a rientrare nel tratto in discesa tra Costa d’Olda e l’inizio della salita per Forcella di Bura.

Su questi pedalabili chilometri ci sono giustamente un po’ di allunghi da parte di un paio di atleti del team Trapletti, che con altri proseguiranno per il medio. Segue la solita discesa presa forte, ma ormai le strade sono asciutte ed io mi sento più sicuro, nonostante il traffico aperto inviti sempre ad una doverosa prudenza.

A Brembilla c’è la divisione per il lungo, rimaniamo in sette, diventando così una corsa ad eliminazione. Ognuno sale verso Berbenno del suo passo. Ancora tengo botta intorno ai 1050 di VAM. Un paio salgono più forte, gli altri più piano ma non c’è grossa differenza. Imbocchiamo la discesa alla spicciolata e finalmente ho rotto il freno mentale tanto che, riesco anche a rialzarmi per  qualche secondo e mangiare mentre il gruppetto si ricompatta.

Poi inaspettatamente si fa buio, proprio all’inizio della Valsecca, l’ultima salita di giornata. Non riesco a far girare le gambe agili come al solito, scalo i rapporti fino al 34x29, ma ancora salgo duro e lento sui 900m di VAM.

“Pazienza, mi ripeto per stare tranquillo”, in fin dei conti non mi sto mica giocando niente e fin qui è andata anche troppo bene. Inoltre vedo che dei sei che hanno girato con me per il lungo a Berbenno non sono l’unico in difficoltà. Ognuno sale del suo passo, mentre vengo passato da alcuni corridori partiti con pettorali altissimi, ma evidentemente ben più prestanti di me.

A circa metà salita mi passa un atleta del team De Rosa con un passo appena superiore al mio e mi ci incollo letteralmente, arrivando addirittura a toccarlo, quando rallenta bruscamente alzandosi sui pedali per rilanciare l’azione, per fortuna senza conseguenze. Lo affianco scusandomi, ma poi mi rimetto alla sua ruota con più attenzione. Manca poco allo scollinamento, quando ecco che rinviene il già citato Michele con altri due del gruppetto originario. Uno scatto d’orgoglio, la crisi che pian piano è rientrata, e mi unisco a loro.

Segue una discesa pazzesca, ancora più veloce di tutte quelle che l’hanno preceduta. Ho la sensazione di essere il frenatore di un bob a quattro in un toboga. Arriviamo ad Almenno così forte che abbiamo ripreso i due o tre che si erano avvantaggiati, dei sette originari, e tutti quelli che mi avevano superato nel frattempo. Siamo infatti in una quindicina e mancano altrettanti chilometri da percorrere, quasi tutti in leggera discesa. Ovviamente non mi faccio mancare qualche crampo, anche se non sono certo Jean Voigt mi impongo di non ascoltare le gambe: “shut up legs".

A otto chilometri dall’arrivo, una deviazione e uno strappo di cui ignoravo l’esistenza, mi coglie, insieme ad una manciata di atleti impreparato, a differenza di altri concorrenti che lo imboccano subito con decisione. Ne segue un piccolo parapiglia e qualche contatto senza conseguenze e siamo di nuovo tutti insieme su questo strappo che ci porta a ricongiungerci con i percorsi medio e corto.

Superiamo infatti un gruppo di corridori attardati, mentre ci avviciniamo rapidamente all’arrivo. Ecco il triangolo rosso dell’ultimo chilometro e ancora Michele che parte all’ultima curva anticipando tutti con una bella azione da finisseur, mentre io chiudo con soddisfazione al 91° posto assoluto in 5h.18 minuti di real time.

Ci infiliamo nel passaggio riservato a chi ha completato il lungo per ricevere la medaglia ricordo con filo di colore blu, come le frecce che indicano il percorso. Faccio i complimenti a Michele per lo splendido finale e per avermi fornito inconsapevolmente un valido riferimento da metà corsa in poi.

Come sempre avviso casa e amici per rassicurarli che tutto si sia concluso felicemente, quando vengo raggiunto da Mirko del team Azimut, il quale ha appena concluso il lungo. Mi reco con lui al pasta party ospitato efficacemente nella struttura del Lazzaretto. Unico rimpianto: non avere con me spicci per prendermi una salamella!

Mentre mangiamo, ci raggiunge anche il forte Corrado Dossi, 1° di categoria M4 e compagno di squadra di Mirko, con cui iniziamo a parlare di Watt e di come era la corsa davanti, visto che è arrivato nei 30. Mi racconta che la selezione è avvenuta già sulla salita del Colle Gallo e mi conferma l’impressione avuta circa il livello alto delle discese.

Mi sto avviando per recuperare la bici al comodo deposito, quando mi saluta Isidoro Panarese del team Breviario, mio “rivale” in Coppa Lombardia. Oggi non è riuscito ad andare a premi ma è comunque arrivato nei 25 del lungo e visto il livello generale non è poca cosa.

Percorro i dieci chilometri che mi separano da casa di Andrea, che ha positivamente concluso il medio, con la medaglia da finisher al collo, ripensando allo splendido percorso di questa importante manifestazione.

Doccia, un saluto ad Andrea e via di corsa a casa, da quella santa donna di mia moglie che ha capito il mio desiderio di partecipare a questa granfondo, nonostante fosse concomitante con il nostro 6° anniversario di nozze. E’ a lei e alle mie due figlie che dedico la fatica odierna e la medaglia di finisher… almeno alla domanda ricorrente della più grande “hai vinto?”, ho qualcosa di tangibile con cui rispondere oltre al solito “l’importante è arrivare al traguardo”.



( 18 Maggio 2016 )

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