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Appunti di viaggio Granfondo   
Inserito il 03 settembre 2015 alle 09:45:31 da Michele Bazzani. - Letto: (4658)

Ötztaler Radmarathon. Non dovevo venirci. Ci tornerò.

La prima volta alla Ötzy è un'esperienza indimenticabile. Non è una gara, ma un'avventura e una sfida. O vince lei o vinci tu, ma la voglia di tornare per la rivincita è sempre forte. Se la provi ti innamori e poi non riesci più farne a meno.

(Testo di Michele Bazzani, foto di Michele Bazzani, Ernst Lorenzi e Oetztal Tourismus)

È appena passato il mezzogiorno del sabato, quando valico il Passo del Rombo diretto verso Sölden. Conoscevo quella salita per averla già fatta, anche se non in gara, ma quelle rampe sono sempre lì e fanno sempre paura. Con l’amico Matteo, con cui ho condiviso la trasferta, i pensieri volano al giorno dopo, a come arriveremo in quel punto, come sapremo reagire alle difficoltà che certamente si presenteranno sulla salita finale.

L’Oetztaler è una sfida complicata e bellissima. Non l’ho mai affrontata, ma ne ho sempre sentito parlare dagli amici ciclisti che l’avevano già vissuta negli anni scorsi. I loro racconti trasudavano di fatica portata fino al limite estremo, ma anche di emozioni e di gioia per averla portata a termine. E di voglia di esserci anche l’anno successivo. La curiosità di affrontare questa gara era sempre presente, ma mai avevo trovato il coraggio. Anche quest’anno non sarebbe stata nei miei programmi, ma ho colto al volo l’occasione che mi si è posta a soli venti giorni dall’evento. Sapevo di non essere preparato come questa prova richiede, ma la voglia di esserci e di partecipare era cresciuto con l’avvicinarsi del momento clou, seppure con il timore e il rispetto che ogni grande sfida comporta.

A Sölden l’aria è già elettrica. Arrivare il primo pomeriggio del sabato va bene per una granfondo “normale” ma non per questo evento, di cui ci rendiamo conto di aver già perso qualcosa. Le ore passano rapidissime tra una sgambata nella bellissima vallata di Vent, un pranzo ristoratore con il necessario carico di carboidrati e il ritiro del pacco gara nell’animatissima Freizeit Arena, vero cuore pulsante della manifestazione. Lì incontro già alcuni amici, tra cui gli ex-compagni dell’AS Roma, Nazzareno, Paolo e Vittorio che, tra una risata e l’altra, mostrano una grande determinazione nel voler portare a termine questa gara. Sono anche questi momenti di spensieratezza a infondere quella fiducia nei propri mezzi, che si rivelerà fondamentale il giorno seguente.

Mi sveglio un istante prima del suono della sveglia, fissato per le 5.00. Fuori è ancora buio pesto e c’è un silenzio irreale che sarà spezzato di lì a poco dalla voce degli speaker e dal piacevole frastuono dei preparativi di partenza. Mi sento ancora un po’ appesantito dall’abbondante cena del giorno prima, ma col passare del tempo le sensazioni migliorano. Respiro a pieni polmoni l’aria fresca del mattino e mi indirizzo verso le griglie, quando manca mezz’ora alla partenza. La maggior parte dei ciclisti sono già lì, appostati da tempo per prendere le posizioni migliori nella griglia di appartenenza. Tra questi saluto Gabriele, un esempio di volontà e impegno che punta deciso al suo obiettivo di stare sotto le otto ore, e Luca, alla sua dodicesima partecipazione consecutiva che mi preannuncia una giornata memorabile. In effetti i presupposti ci sono tutti. Il cielo è terso come non mai e le prime luci dell’alba cominciano a illuminare le cime dei monti, che promettono di mostrare il loro aspetto più bello per tutta la giornata. “Ich habe einen traum” si legge sullo striscione di partenza, “Io ho un sogno” … E il sogno di tutti è quello di vivere al meglio questa sfida e di portarla a termine.

Si parte ed è subito corsa vera. Nelle mie aspettative c’era quella di una partenza tranquilla nei primi trenta chilometri, nei quali percorriamo in lieve discesa la valle dell’Oetz. In realtà i ritmi sono subito folli. Davanti cominciano gli scatti e va già in fuga un gruppetto di temerari. Per un po’ cerco di tenere le posizioni, poi mi lascio sfilare nella pancia del gruppo per evitare di correre rischi inutili. All’attacco della prima salita di giornata, il mio contachilometri segna una media di 51 Km/h, ma adesso la musica cambia e cominciano le prime difficili rampe verso il Kuthai. Il primo dei diciotto chilometri di salita è subito molto ripido e nella mente di tutti c’è l’idea di gestirsi per evitare di sprecare troppe energie già sulla prima difficoltà di giornata. In realtà all’inizio non c’è molto da scegliere, perché il gruppo sale compatto nell’ombreggiato costone boscoso.

I primi raggi di sole cominciano a spuntare verso metà salita quando le pendenze concedono una tregua, in un pianoro di pascoli che in queste prime ore del mattino assomiglia a una specie di paradiso terrestre. La temperatura è gradevole e non sembra neppure di fare fatica. Il sogno è interrotto bruscamente da una ripida rampa che mette a dura prova i ciclisti, ma la gamba è ancora fresca e la superiamo senza problemi. Con altri strappi irregolari raggiungiamo prima una diga e poi il passo, dove ci accoglie un’incredibile folla di gente che incita e agita campanacci. “Ma questi sono qui per noi?” mi domando mentre un brivido mi attraversa la schiena. Una breve sosta al ristoro (ho programmato di farli tutti) per riempire le borracce e prendere qualcosa da mangiare, e ci gettiamo in una vertiginosa discesa. Qui l’ebbrezza di velocità che arrivano a sfiorare le tre cifre viene spezzata dalla caduta rovinosa di un ciclista in una curva in galleria, la cui bici rischia di travolgermi. Dopo lo spavento procedo più rigido e impaurito. Per fortuna Kematen e il fondovalle dell’Inn giungono presto e formiamo un bel gruppo con cui raggiungiamo e attraversiamo Innsbruck.

La salita del Passo del Brennero è in realtà un lunghissimo falsopiano interrotto da qualche tratto più impegnativo: qui il rischio è quello di cuocersi, ma l’andatura del mio gruppo non è così proibitiva, anche per una lieve brezza che spira in senso contrario alla nostra marcia. Attraversiamo i graziosi villaggi di Matrei e Steinach, dove siamo accolti da altre grida di incitamento: oramai sta diventando una piacevole abitudine. I bambini offrono le loro manine per ricevere un “cinque” dai ciclisti. Lo diamo volentieri e riceviamo in cambio sorrisi e allegria. Raggiunto il passo con un’ultima ripida rampa, entriamo in Italia per dirigerci in una veloce e facile discesa verso Vipiteno, dove ci aspetta la terza asperità di giornata: il Passo del Giovo. Abbiamo percorso quasi 140 chilometri e scopro di stare ancora incredibilmente bene. Il contesto è bellissimo, mentre attraversiamo in salita una stupenda foresta di conifere. Come il cristallo di roccia (simbolo di questa edizione dell’Oetztaler) genera l’energia più pura e la elargisce a chi si pone sintonia con esso, così la natura di questo angolo di Alpi trasmette forza e vigore ai ciclisti che la attraversano, nonostante l’accumularsi delle fatiche cominci a segnare i muscoli. La discesa dai 2100 metri del passo è lunga, difficile e tortuosa. Dobbiamo evitare di prendere rischi e cercare di recuperare il più possibile in vista del “mostro” che ci aspetta, il temutissimo Passo del Rombo.

A S.Leonardo in Passiria il caldo comincia a farsi sentire, già nel primo tratto più facile che porta verso Moso. Dopo pochi chilometri le mie borracce si svuotano e comincio a preoccuparmi, anche perché la salita si fa veramente dura e il caldo opprimente, mentre realizzo che il prossimo ristoro è ancora lontano. Questo è per me il momento peggiore. Ai lati della strada scorgo ciclisti fermi per crampi o perché sfiniti dal susseguirsi di fatiche e da una prima parte di gara troppo veloce. Comincia la lotta per la sopravvivenza. Faccio affidamento alle mie doti di fondo e ringrazio i ritmi blandi che ho tenuto sulle prime due salite. Quindi mi salvo, almeno per ora. La lunga salita è interrotta da un falsopiano dove troviamo il tanto atteso ristoro di Shönau. L’acqua fresca diventa un’elisir di rinascita e mi tutela dal primo incedere dei crampi, che fanno capolino quando la salita torna a farsi dura.

Gli otto chilometri che ancora ci separano dalla vetta sono micidiali, interminabili e tutti esposti al sole, che adesso non è più amico. Mi sforzo di ammirare la bellezza selvaggia dei panorami che si allargano ai nostri occhi via via che si sale. Il tempo scorre lento e anche i chilometri: la sensazione è quella di andare piano, ma supero molti ciclisti evidentemente in crisi. Finalmente dopo un tornante verso destra appare l’ingresso della galleria: tutti sappiamo che quella è la liberazione, la fine delle sofferenze, anche perché gli ultimi due chilometri verso il Passo del Rombo saranno poco più che un falsopiano. Adesso è quasi fatta. Quasi. La discesa è subito ripida e, dopo qualche stretto tornante dove sono costretto a rallentare per le mucche che stazionano sulla strada (d’altronde la natura è loro e noi siamo ospiti per quanto rispettosi), lasciamo andare la bici in un velocissimo rettilineo.

La vertiginosa picchiata è interrotta bruscamente dalla salita che porta alla Mautstelle che, seppur breve, risulta come una tremenda coltellata per i nostri muscoli già provati dalle fatiche. Ma è veramente l’ultima difficoltà. Nell’ultimo tratto di discesa verso Sölden comincio a respirare l’aria dell’arrivo, lasciandomi trasportare dalla pendenza e dal vento favorevole. Giunto in città rallento vistosamente per godermi l’ultimo chilometro, pieno ancora di gente a fare il tifo per i prossimi finisher. Svolta a destra, ponticello, striscione e anch’io sono uno di loro. Un brivido, l’ennesimo, mi scuote tutto il corpo e mi accorgo che sto ridendo come un bambino. Mi saluta Saimon, simpatico ciclista romagnolo con cui ho condiviso parte del percorso, e torno in albergo.

Faccio la doccia in fretta perché sono voglioso di tornare sul traguardo ad assistere agli arrivi degli altri ciclisti. Ci sono incitamenti per tutti e incredibilmente dopo ore dall’arrivo del vincitore le tribune sono ancore piene di spettatori. In quel momento mi rendo conto che è questa la vera essenza dell’Oetztaler, dove ognuno che arriva al traguardo è considerato vincitore. Scopro che questa non è una gara ma un’avventura, un viaggio che trasforma il ciclista rendendolo all’arrivo diverso da quello che era in partenza. Il premio di questa vittoria è per tutti la maglia di “finisher” che andiamo a ritirare dopo il nostro arrivo e che indosseremo con orgoglio una volta tornati a casa.

La festa però ancora non può cominciare, occorre attendere l’ultimo arrivato, che si presenta puntuale, alle prime luci della sera scortato dai fari delle auto, e a cui sono riservate le stesse cerimonie del vincitore. Altre emozioni. Poi via alle premiazioni all’interno della Freizeit Arena e, mentre vincitori assoluti e di categoria sfilano sul palco intervistati da leggendari campioni dello sport austriaco, ripercorro con la mente tutti i momenti più belli vissuti in questa intensa giornata e ai tanti racconti degli altri ciclisti: ognuno ha una storia da raccontare, tante emozioni da condividere, molti sono delusi per la loro prestazione, forse un po’ troppo vista la meraviglia che si è aperta davanti ai nostri occhi per tante ore. Oggi il tempo impiegato era davvero l’ultimo dei pensieri e la giornata resterà comunque indimenticabile. Anche Matteo non ha raggiunto l’obiettivo agonistico che si era prefissato, eppure conserverà un bellissimo ricordo di questa manifestazione dalla quale, come me, da questo momento non riuscirà più a staccarsi. La Oetztaler Radmarathon ci ha rapiti come lo sguardo di una bella donna.

Non dovevo venirci. Ci tornerò.

(3 settembre 2015)

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