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Appunti di viaggio Randonnée   
Inserito il 21 luglio 2015 alle 07:27:39 da Giancarlo Bertocci. - Letto: (2959)

Tour d’Ortles: arduo scalare le cime con i picchi di caldo torrido!

Una lunga rando di 250 chilometri attorno il gruppo dell'Ortles-Cevedale per scalare 5500 metri di montagna con quattro passi alpini da leggenda: Stelvio, Gavia, Tonale e Palade. Ecco la storia di quattro amici e della loro avventura.

(testo e foto di Giancarlo Bertocci)

4 Luglio! Ritrovo le strade più familiari, quelle di casa, per cimentarmi nel percorrere per il quarto anno consecutivo l’anello del Tour d’Ortles, appuntamento divenuto per me ormai tradizionale. E’ ancora buio quando, ancora un po’ assonnato, inforco la mia specialissima. L’appuntamento, oltre che con la randonnée l’ho anche con l’amica Sabrina che, quasi un anno fa, mi ha chiesto di prepararla per questo evento.

Sarà la sua prima randonnée, per giunta facente parte dei brevetti così detti “extreme” visto il notevole dislivello che avremo da superare, ben 5500 metri, scalando quattro mitici passi: Stelvio, Gavia, Tonale e Palade, lungo un percorso di 250 chilometri prima di fare ritorno a Merano; tempo massimo a disposizione per compiere l’impresa fissato in 20 ore.

Sabrina abita a duecento metri da casa mia ed è lì che la raggiungo. Sono le 4:45 del mattino e ad attenderla trovo Marco a cui si unirà a breve anche Stefano, altri due amici che hanno deciso di fare la randonnée insieme a noi, senza però iscriversi ufficialmente perché non sicuri di portarla a termine; a loro dire perché non adeguatamente allenati! Formato il gruppetto, ci avviamo pedalando agilmente per percorrere quei pochi chilometri che ci separano dallo start, che verrà dato dal piazzale antistante il camping tennis, dove c’è la sede dell’Athletic Club Merano che è il sodalizio organizzatore dell’evento.

Arriviamo leggermente in ritardo per partire con il primo gruppo che è già schierato. Giancarlo Concin, il patron della manifestazione, sta facendo l’appello dei presenti in griglia chiamandoli per numero di registrazione. Dal gruppo in partenza mi sento chiamare da una voce femminile, mi giro e, in prima fila, vedo Alessandra Buccioli mitica compagna di altre randonnée, la quale mi saluta e le rispondo augurandomi di poterla ritrovare lungo il percorso.

Saluto altri amici tra i quali Bruno, fedele compagno per tante rando disputate nell’annata. Anche loro si stanno preparando o sono in attesa di essere chiamati in griglia per partire. Io e Sabrina passiamo al tavolo di giuria a timbrare la carta di viaggio per cercare di prendere il via col secondo gruppo, l’operazione dura solo qualche minuto poiché ho già provveduto il giorno precedente, passando in sede a consegnare le liberatorie firmate ritirando anche i pacchi gara ed i cartellini numerati, fissati poi sul telaio delle nostre bici.

Ci siamo, entriamo in griglia e fatto l’appello dei partenti Giancarlo Concin ci dà il via. Sono le 5:15 ormai è giorno fatto e dopo le prime pedalate alzo lo sguardo al cielo che è azzurro intenso, nemmeno una nuvola a violarne la continuità, la temperatura al momento è gradevole ed il gruppetto procede ad una velocità che oserei definire quasi cicloturistica. Do un'occhiata anche a Sabrina e la vedo alquanto tesa e molto concentrata, chissà che le passa per la testa; forse è così perché cerca di fugare le ultime residue paure prima di godersi la lunga giornata che abbiamo davanti.

Percorriamo via Palade e ci immettiamo sulla pista ciclabile per Lagundo quando, arrivati ad un breve tratto sterrato a causa dei lavori di rifacimento del manto stradale, riesco a malapena a rendermi conto che sta accadendo qualcosa di anomalo e pinzo sui freni. Con voce decisa avverto quanti sopraggiungono da dietro, che frenino a loro volta. In quell’istante davanti a me, dopo aver toccato le ruote posteriori di quelli che li precedono, cadono due ciclisti e devo repentinamente sterzare a destra per non cadere a mia volta, così facendo urto una rete di recinzione, ma resto in piedi per miracolo rimediando però un colpo al ginocchio interno destro. Con l’adrenalina che si scarica nel sangue al momento, ora sono ben sveglio e penso che è andata ancora bene, un po’ meno a chi è caduto, entrambi hanno diverse escoriazioni all’avambraccio sinistro e accusano le botte rimediate nell’impatto al suolo, si rialzano comunque prontamente verificando che tutto sia a posto e quindi ripartiamo.

Il gruppo si è frazionato in due tronconi, si prosegue così perché sono ancora tutti provati dalla repentina disavventura, specie Sabrina a cui do il consiglio di aumentare la distanza di sicurezza perché così ha più margine per frenare senza urtare chi è caduto a terra, come le è appena accaduto, rischiando per poco di finirci anche lei. Poco più avanti la ciclabile torna ad essere asfaltata e scorrevole e la percorriamo affrontando ora un tratto soprannominato “il piccolo Stelvio” per la dura pendenza che lo contraddistingue ed i caratteristici tornanti che ripiegano uno sull’altro come quelli del rinomato passo da cui prende il nomignolo. È breve ma porta ad un salto di dislivello notevole dal paese di Lagundo fino al soprastante paese di Tel, raggiunto il quale, attraversiamo la strada statale riprendendo poi la ciclabile che continua a fiancheggiare il corso destro del fiume Adige.

Alzo un poco il ritmo perché la strada adesso è praticamente pianeggiante e tutti si mettono in fila indiana appresso a me che li guido, avvisandoli a voce là dove ci sono situazioni di pericolo come incroci o svolte secche. La ciclabile segue fedelmente il corso dell’Adige ai lati del quale vasti campi coltivati a mele si alternano ai caratteristici paesini di case in stile tirolese nei quali, ormai sempre più spesso si innestano costruzioni in stile moderno e meno legate alle tradizioni, alcuni dei quali sfioriamo, mentre altri li attraversiamo perché costruiti a ridosso di ambedue le sponde del fiume.

Percorriamo alcuni facili tratti sterrati nei pressi di Silandro e proseguendo arriviamo a Prato allo Stelvio che attraversiamo prima di fermarci e sostare nei pressi di un parco giochi per mangiare un panino. Siamo ai piedi della prima salita, sua maestà re Stelvio, che è anche cima Coppi di giornata. Il resto del gruppo prosegue e così ci ritroviamo soli, noi quattro, come lo eravamo all’appuntamento ad inizio giornata. Mentre finiamo di mangiare, vediamo arrivare il gruppo partito per ultimo allo start, sono i grimpeur, quelli che cercano di coprire l’intero percorso nel minor tempo possibile, tra questi diversi appartengono all’ Athletic Club Merano, ma con loro c’è anche un gruppetto di ciclisti toscani tra i quali mio cugino Tiziano che riesco a malapena a salutare; non avrò più modo di incontrarlo, nemmeno all’arrivo per quanto veloce è la loro comparsa nel contesto, pazienza, lo sentirò poi per telefono in tarda serata a “muscoli freddi”.

La sosta dura circa un quarto d’ora, poi rimontiamo in sella per iniziare l’ascesa al passo Stelvio. Saliamo a ritmo discreto fino a che la pendenza della strada è leggera ma quando inizia ad aumentare, là dove i famosi quarantotto tornanti si inerpicano a risalire il fianco destro della vallata, il ritmo cala e ad aumentare è solo la fatica. Per fortuna la stretta vallata è ancora in ombra ed il sole ancora non arriva ad inondarla di luce con i suoi potenti raggi estivi.

Durante la risalita incontro Aniceto Bulgarelli soprannominato il “Bulgaro”, che mi piace definire un Signore del pedale. Appena lo raggiungo è il primo a riconoscermi e a salutarmi, quindi adeguo il mio ritmo al suo ed iniziamo a raccontarcela, intanto i tornanti scorrono via uno dopo l’altro, ma i più micidiali devono ancora da arrivare!

Mentre parliamo lo sguardo si appaga della maestosa presenza del Gran Zebrù e dell’Ortles che osservo svettare oltre i 3800 m.s.l.m. alla mia sinistra, mentre risaliamo la vallata di origine glaciale scavata per millenni da un immenso ghiacciaio. Di questo, ai giorni nostri, resta solo la parte alta, quella che resiste a fatica al progressivo innalzarsi della temperatura generato dallo scellerato inquinamento del pianeta da parte dell’uomo! Intanto alla nostra destra, al di sopra dei muri di contenimento in pietra, incantevoli prati fioriti inebriano lo sguardo con una miriade di vivissimi e sgargianti colori. Mancano ancora sei chilometri al passo Stelvio, Aniceto mi confessa che una volta raggiunto il punto di controllo si ritirerà perché, detto da lui: oggi non è giornata!

Il sole adesso è riuscito ad invadere la vallata con i suoi luminosi e caldissimi raggi e la fatica è resa ancor più aspra in quello che è il tratto più duro della risalita al passo. I miei compagni ormai hanno un vantaggio ampio su di me che sono salito agile e senza forzare. Per ridurre il distacco decido di mettere alla prova i muscoli e, salutato il “Bulgaro” con un arrivederci al raduno della nazionale in quel di Bologna, aumento notevolmente il ritmo per raggiungere quanto prima il punto di controllo. Negli ultimi tre chilometri sorpasso diversi ciclisti fiaccati dalla fatica, dal caldo e forse anche da un'andatura eccessiva ad inizio salita e qualcuno spinge perfino la bici risalendo a piedi la strada!

Arrivo al punto di controllo e trovo Sabrina preoccupata per il mio ritardo, mi dice che è lì ad attendermi da circa un quarto d’ora. Mi scuso con lei dicendole che avevo trovato una compagnia troppo importante da trascurare e velocemente vado a far timbrare la carta di viaggio, mangio frettolosamente una banana e bevo della cola, poi mi apparto per vestire un cambio asciutto. Nel mentre, mi si fa incontro Paolo Dal Zot, un altro carissimo amico che, nonostante sia in pensione ormai da diversi anni, con la mountain bike è salito da Spondigna fino al passo per vedere passare i ciclisti del Tour d’Ortles e per salutare il presidente, Concin Giancarlo ed il sottoscritto. Tutto per onorare una promessa fattami qualche giorno prima quando ci incontrammo casualmente al bar di piazza Vittoria a Sinigo, il paese dove abitiamo, quella che ci saremmo rivisti in vetta.

In verità il primo punto di controllo non è stato allestito in vetta al passo Stelvio, ma circa un chilometro prima, perché in cima c’è un raduno di motociclisti così numerosi al punto da rendere difficoltoso il transito ad ogni tipo di mezzo! Ripartiamo dal punto di controllo per raggiungere il cartello di valico del passo e con gli altri due nostri compagni, che si sono fermati in cima per rifocillarsi presso un ristorante, scattiamo velocemente alcune foto ricordo e proseguiamo buttandoci in discesa per raggiungere Bormio. Scendere dal passo verso Bormio è una vera e propria impresa, tanti i motociclisti che lo risalgono per raggiungere gli altri già in cima, spesso incuranti di noi che scendiamo, azzardando sorpassi spericolati e invadendo la nostra corsia di marcia, costringendoci così ad accostare pericolosamente al margine destro di quest’ultima per evitarli! Qualcuno adirato manda i più incauti a quel paese, ma noi no perché siamo troppo concentrati a cercare di non farci male nella lunga e tecnica discesa.

Giungiamo a Bormio, il caldo d’improvviso ci attanaglia come in una morsa, tanto che il mio ciclo computer segna 36°C. Con Sabrina ci fermiamo presso una fontana a svestire gli smanicati antivento ed a riempire le borracce. I nostri compagni, che ci hanno preceduto scendendo a velocità maggiore, hanno percorso tutta la discesa entrando in centro paese, noi invece, svoltando a sinistra ad un bivio un paio di chilometri prima della fine di quest’ultima abbiamo tagliato via il centro di Bormio e mentre loro sono lì ad attenderci, ripartiamo pensando siano davanti a noi!

Questa situazione ci porta ad essere in vantaggio su Marco e Stefano, però inconsapevoli di questo fatto e non vedendoli innanzi a noi, nemmeno in lontananza, effettuiamo una veloce sosta per cercare di raggiungerli almeno per telefono, ma non riceviamo risposta e decidiamo quindi di proseguire sperando di ricongiungerci a Santa Caterina Valfurva dove inizierà la seconda ascesa di giornata, quella al passo Gavia.

Santa Caterina Valfurva dista da Bormio circa diciassette chilometri e la strada è quasi tutta in salita con pendenze a volte ragguardevoli, come nel passaggio della frazione di Uzza ed anche in alcuni tratti più avanti. Il gran caldo ed il sole quasi a picco, adesso, si fanno sentire più che mai costringendoci a bere a più riprese per combattere l’arsura che ci secca la bocca facendo incollare la lingua al palato. Sabrina si stacca ed io calo il ritmo per attenderla; non voglio si scoraggi o al peggio che abbia a soffrire qualche colpo di calore. Passiamo diversi ciclisti in difficoltà e alcuni, addirittura, hanno parcheggiato le bici al margine della strada per scendere sulle rive del torrente Frigidolfo per cercare sollievo entrando a piedi scalzi nelle fredde acque color verde muschio!

Peniamo per poco più di un’ora ma alla fine raggiungiamo Santa Caterina Valfurva. La fontanella che c’è sulla sinistra, prima di entrare in paese, ci fa deviare d’obbligo per sostarvi perché abbiamo le borracce vuote. Scendo dalla bici e la appoggio al muro di sassi alle spalle della fontana poi mi soffermo ad ammirare con stupore le due bellissime piantine di stella alpina ai lati della colonna in granito dalla quale una cannella butta in continuazione acqua freschissima nella piccola vasca sottostante. Riempiamo le borracce, non prima di aver bevuto abbondantemente ed esserci bagnati quasi da infradiciarsi per combattere il gran caldo. Mentre sostiamo, provvediamo a reintegrare quanto bruciato per lo sforzo sostenuto mangiando dei panini di farina integrale con miele e frutta secca. Nel frattempo arrivano altri ciclisti che una volta scesi dalle bici ed averle appoggiate lungo il muro entrano nella fontana senza nemmeno togliersi le scarpe ed i calzini, al fine di sentire subito sollievo ai piedi doloranti! Poco dopo arriva anche Stefano e per ultimo Marco, arrancando per il gran caldo. Attendiamo che anche loro si alimentino e si rinfreschino poi ripartiamo. Passiamo il paese e lasciato alle spalle le ultime case di Santa Caterina Valfurva, attacchiamo a salire il Gavia.

Il primo tratto di strada è nel bosco che mitiga alquanto il gran caldo con l’ombra fresca degli alti pini al margine della stessa ma, finito il tratto boschivo, ci ritroviamo esposti nuovamente al sole, costretti a riprendere più volte in mano la borraccia per dissetarci. Preso dalla smania di coprire quanto più velocemente possibile i quattordici chilometri di salita aumento nuovamente il ritmo staccando gli altri poi, nel tratto più duro, calo la velocità per non soffrire di crampi. Raggiungo Reini, un ciclista che come me è affiliato all’Athletic Club Merano, e mi adeguo al suo ritmo iniziando a parlare con lui. Gli scatto anche delle foto e mentre stiamo per giungere nell’ultimo tratto, dove la strada spiana sensibilmente per poi arrivare al passo, veniamo sorpassati da Sabrina che tira dritto salutandoci sorridente. Aumentiamo anche noi la velocità ed in una decina di minuti raggiungiamo il secondo punto di controllo e ristoro, anche il Gavia è conquistato!

Mentre vado a rifocillarmi vedo che Sabrina ha tolto le scarpette ed i calzini per i piedi doloranti ed è andata a cercare sollievo entrando fino alle cosce nella fredda acqua del lago bianco, denominato così perché il colore delle sue acque ha una tonalità quasi lattea a causa della presenza del limo glaciale che costantemente viene riversato nel lago dal suo immissario che scende direttamente dai ghiacciai circostanti. Alcuni impagabili minuti ed è di ritorno alla panchina, dove ha lasciato scarpe e calzini, per rimetterli ai pedi con espressione di sollievo e appagamento in viso. Nel frattempo arrivano al passo anche Stefano e Marco, quest’ultimo provato dai crampi all’interno delle cosce che gli sono venuti per lo sforzo profuso nel tratto più duro della salita, dove le pendenze spesso erano ben oltre il 10%.

Entrambi proseguono verso il rifugio Bonnetta, dove si fermano a mangiare e a bere per integrare le energie profuse e per dissetarsi. Noi, timbrate le carte di viaggio, risaliamo in sella e li seguiamo. Mentre attendo che Marco e Stefano si sbrighino, seduto fuori dal rifugio, su una panca di legno ricavata da un tronco d’albero ad ammirare il panorama mozzafiato all’intorno, gusto un'ottima birra offertami da Marco. Si siede accanto a me una coppia di ciclisti, mentre parlo con Sabrina che mi sta in piedi di fronte; la ragazza, udendo la mia voce, si sporge a guardare verso me per poi chiamarmi per nome. E' Patty Venturi: con lei ho preso parte a due Tour d’Ortles, quello del 2012 ed il successivo, dove abbiamo avuto modo di conoscerci bene. La abbraccio affettuosamente baciandola sulle guance e ci ripromettiamo di vederci quanto prima, loro non stanno facendo il tour ma sono in vacanza per divertirsi e fare dei giri meno duri, quindi la saluto perché siamo in procinto di avviarci e proseguire.

Ripartiamo! Ci aspetta la discesa veloce e tecnica verso Ponte di Legno su una strada che ha l’asfalto martoriato dalle rigide condizioni meteo degli inverni passati, piena di insidie ed al contempo stretta, dove è bene non lasciare correre troppo la bici perché, nel caso si incontrino veicoli che la risalgono, il rischio di non avere margine per frenare è alto! Sono sedici chilometri di discesa, che mettono a dura prova le mani sulle leve dei freni e le stesse bici per le continue forti sollecitazioni date dall’asfalto corrugato e pieno di buche!

Arriviamo a Ponte di Legno e finalmente possiamo tirare il fiato e a far ricircolare il sangue nelle dita delle mani che hanno impresse la forma delle leve dei freni. Sabrina addirittura deve massaggiarsele perché le ha totalmente intorpidite! Togliamo gli smanicati antivento indossati prima di scendere e ripartiamo per affrontare la terza ascesa, quella al passo del Tonale. Il caldo del fondo valle adesso è divenuto afoso ed unito allo sforzo fisico, toglie il fiato rendendo pesante il respiro. Nel frattempo anche il cielo si è annuvolato ma non sono previsti fenomeni temporaleschi anche se in verità qualche goccia di acqua la sentiamo venire giù. Risaliamo la strada che porta al passo Tonale pedalando pesantemente, cosa che a me non piace.

Mi sento bene ed ho voglia di far frullare le gambe così approfitto di un ciclista che ci sorpassa per “saltargli sulla ruota" ed andare spedito con lui fino ad un paio di chilometri dalla vetta dove spingo a tutta e lo sorpasso, staccandolo nel tratto dove c’è la galleria che passa sotto al tracciato della funivia. E’ l’ultimo tratto duro di salita prima che la strada spiani in un lungo rettilineo, a metà del quale, alla destra c’è il punto di controllo e ristoro ed alla sinistra il monumentale ossario dedicato ai caduti della grande guerra: anche il Tonale è così conquistato!

Arrivo al passo vuoto di energie e decisamente provato dal prolungato sforzo. Celestino Maini, uno degli addetti al punto di controllo, mi si fa incontro preoccupato e subito mi porge un bicchiere di coca cola ed una banana e mi dice di mangiare anche delle ciliegie che hanno l’aspetto invitante. Ne assaggio qualcuna e poi scarto un mio panino energetico a base di miele e frutta secca divorandolo in pochi morsi! Trascorro diversi minuti in attesa di Sabrina, Marco e Stefano. Quando anche loro arrivano mi sono già ripreso ed inizio a sentire tornare le forze. Li attendo per quasi mezz’ora prima che anche loro si siano rifocillati e siano pronti per ripartire, nel frattempo ho scattato diverse foto, altre me ne sono fatte scattare ed a mia volta ne ho scattate a due simpatici motociclisti di passaggio.

Il cielo torna a coprirsi di nuvole minacciose ed io invito i miei compagni a riprendere a pedalare. Salutiamo gli addetti al punto di controllo e ci avviamo. Adesso ci aspetta una veloce discesa con dei tratti tecnici fino a Fucine e la affrontiamo rischiando alquanto per velocità e qualche raffica di vento che risale dalla Val di Sole a sgombrare il cielo dalle grigie e minacciose nubi. In una ventina di minuti sono giù in paese dove mi fermo ad attendere gli altri che sopraggiungono poco dopo tirando dritto. Ricompattato il gruppetto ed a velocità sostenuta, nonostante il controvento, percorriamo la valle verso Mostizzolo, all’altezza di Commezzadura. Sabrina si stacca; la velocità che sto tenendo è troppo alta, sono sopra i 40 Km/h e lei è provata dai chilometri e dal dislivello fin lì affrontato.

Rallento ad aspettarli dopodiché riprendo il ritmo a velocità moderata per darle modo di recuperare, proseguendo così fino a Malè dove Stefano si porta in testa rilanciando la velocità intorno ai 35 Km/h. Io mi accodo e proseguiamo così, con lui in testa a tirare fino a Mostizzolo. La lunghezza della vallata, il controvento e la velocità hanno svuotato le gambe di tanti ciclisti che raggiungiamo e sorpassiamo nel cominciare a risalire la valle di Non, mentre alla nostra destra cattura lo sguardo il grande bacino semivuoto del lago artificiale di Santa Giustina creato da quella, che una volta finita di costruire nel 1950, con i suoi 152,5 metri di altezza, era la diga più alta d’Europa ed una delle maggiori del mondo!

Anche le gambe dei miei amici sono alquanto provate, risalgono la valle a ritmo blando cercando di centellinare le residue energie mentre io ho ancora voglia di mettermi alla prova. Riparto di slancio su un tratto duro, spingendo a tutta il 50/24 per alcuni chilometri e giungo così a Cagnò, paese dove mi fermo ad una fontana per sciacquare via il sudore saturo di sale che mi irrita gli occhi che è anche fastidioso sentire sul viso. Riempio ancora una volta le borracce e nel frattempo vengo raggiunto e passato dai miei amici a cui si è aggiunto qualche ciclista che ha preferito salire al loro passo.

Rimonto in sella e li raggiungo sempre spingendo di 50, non sento la fatica perché praticamente lungo tutto il percorso fin qui abbiamo sostato diverse volte, anche al di fuori dei punti di controllo, e questo mi ha dato modo di risparmiare energia ed essere ancora fresco. Proseguo così fino a Brez poi la strada si fa più dura con pendenze notevoli e decido di non forzare troppo mettendo un rapporto molto più agile. Arriviamo a Fondo e ora i miei amici sono nuovamente a corto di energie. Ci fermiamo ma il punto di controllo è ancora lontano, in cima al passo Palade. 

Nella borsa a manubrio mi sono rimaste alcune barrette, un panino ed una banana, faccio la spartizione dando a Marco il panino con miele e frutta secca, a Stefano e Sabrina una barretta ed io mangio la banana, beviamo alcuni sorsi d’acqua dalle borracce e poi ripartiamo per affrontare l’ultima fatica di giornata, la salita al passo Palade. Sabrina alza da subito il ritmo e stacca Marco, Stefano rallenta per salire al suo passo, io accompagno Sabrina raccomandandole di non forzare perché anche se sembra fatta, il traguardo è ancora lontano! Nonostante le mie raccomandazioni Sabrina sembra voler dare fondo a tutte le energie residue e spinge sui pedali approfittando di quei pochi tratti che spianano per rilanciare la velocità. Io la guardo incredulo perché sembra non avere minimamente accusato le dure salite ed il dislivello fin qua affrontato. Purtroppo, quando siamo ormai a pochi chilometri dal passo, ne mancano circa cinque, avviene quanto temevo.

Siamo in località San Felice e Sabrina letteralmente si pianta! Il tutto accade in corrispondenza dell’ultimo tratto duro: uno strappetto di circa duecento metri che culmina ad una fontanella dismessa. Ci arriva praticamente andando a passo d’uomo e poi mi dice di proseguire che lei verrà su lentamente, attendendo che Marco e Stefano la raggiungano, mentre lei cerca di recuperare. La lascio da sola perché insiste e parto per un'altra delle mie sgroppate con l’obiettivo di spingere a tutta vedendo se riesco a tenere il ritmo spingendo ancora una volta il 50/24. Percorro circa due chilometri a velocità sostenuta poi sorpasso un ciclista che mi chiede di rallentare per dargli delle informazioni. Lascio ogni velleità di arrivare spedito al passo e procedo con lui facendone la conoscenza, è Carmine Pagano, attualmente in testa al campionato italiano randonnée. Sta completando il tour per aggiungere altri trecento preziosi punti al suo già nutrito carniere.

Pedaliamo parlando delle sue rando e tra aneddoti e impressioni su quella in corso, ci vediamo raggiungere da Sabrina che sembra avere superato la crisi, quando ormai manca poco al passo Palade.  Presento Carmine a Sabrina che si mette a parlare con lui, nel mentre arriviamo sul lungo rettilineo in vista del passo Palade e al controllo timbriamo la carta di viaggio. Mangiamo ancora qualcosa e beviamo della coca cola poi Sabrina mi chiede di non aspettare Marco e Stefano perché le gira la testa e vuole che le stia vicino in discesa accompagnandola al traguardo il più velocemente possibile.

Iniziamo la discesa lunga e veloce e le raccomando di non esagerare visto che le gira la testa. La strada non è trafficata e il rischio conseguentemente è minore; in circa mezz’ora arriviamo a Lana mentre il cielo torna ad annuvolarsi e si sentono anche dei tuoni. Ci rimangono da percorrere circa una decina di chilometri in pianura e vado davanti a tirare seguito da Sabrina e a chiudere Carmine. Attraversiamo gli ultimi paesi, Cermes e Marlengo e una volta entrati a Merano in via Palade inizia a piovere a goccioloni grossi.

«Incredibile - penso tra me e me - sono riuscito a prendere l’acqua perfino alla fine di questa rando». Praticamente da inizio anno solo in una rando non ho preso acqua ma ho avuto a che fare con un forte vento contrario dal primo all’ultimo chilometro! Il lungo rettilineo della via Palade lo percorriamo rilassati e giungendo al traguardo, possiamo così apporre l’ultimo timbro a conseguimento del brevetto di questo bellissimo Tour d’Ortles 2015! Sabrina è felice ma così provata che non ritira nemmeno il brevetto chiedendomi di farlo per lei, poi monta in sella stanchissima e con la testa che le gira ancora si avvia al rientro verso casa.

Io mi fermo a festeggiare con Carmine mangiando tre piatti di penne al sugo e bevendo una birra e mezza……. Evidentemente ho speso troppo! Saluto infine Carmine che deve fare rientro a casa, in quel di Como e tutti gli amici presenti, poi inforco nuovamente la mia fedele Pina e pedalo verso casa, soddisfatto per essere riuscito a far compiere a Sabrina una vera impresa, nel tempo di 15 ore ed un minuto!

 

(21 luglio 2015)

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