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Appunti di viaggio Granfondo   
Inserito il 02 luglio 2015 alle 09:49:02 da Davide Sanzogni. - Letto: (2862)

Pedalando con Indurain in cima al Mortirolo

La granfondo La Campionissimo, con le sue mitiche scalate di Gavia, Mortirolo e Santa Cristina, diventa un'occasione, con l'aiuto di un po' di fortuna, di pedalare per 30 chilometri con il grande Indurain. Un'esperienza che fa sparire ogni minima ombra di fatica. Viviamola insieme.

(Testo di Davide Sanzogni, foto Play Full)

Eccoci finalmente al gran giorno, quello in cui l’appuntamento è con il percorso lungo della granfondo La Campionissimo. Il percorso non ha bisogno di molte presentazioni. Sono 175 chilometri tra Val Camonica e Valtellina, che ripercorrono alcune delle salite che sono entrate nella leggenda del Giro. Si inizia toccando il cielo transitando al Passo Gavia, poi si affrontano le infernali pendenze del Mortirolo per raggiungere una prima volta Aprica dopo il purgatorio dei saliscendi nel tratto di Trivigno. Lì, con uno scatto d’orgoglio, o lucida follia se preferite, e quel che resta delle gambe resta da superare l’impegnativa salita del Santa Cristina per poi tornare in Aprica.

Avevo già tentato nel 2010 di portare a termine questo percorso, ma non ero pronto e mestamente al primo passaggio per Aprica mi ero fermato e successivamente non avevo più avuto tempo di allenarmi e partecipare ad alcuna granfondo.

Con il 2014 ho ripreso a macinare chilometri e quando per caso in Novembre mi è capitata tra le mani la pubblicità di questa granfondo, nel frattempo rinominata La Campionissimo, mi son detto che era la volta buona di chiudere il conto. Mi iscrivo quindi alla Coppa Lombardia, per evitare di arrivare completamente digiuno del ritmo di gara, ma chiudere “bene” questo percorso resta il mio principale proposito.

Questa granfondo è un’occasione per tornare in Val Camonica, di cui sono originario e questo spiega perché sono molto legato a questa manifestazione, e alla salita del Gavia in particolare. Dormo così a una cinquantina di chilometri da Aprica e devo tenerne conto nel puntare la sveglia, ma quando questa suona, mi trova già in pratica sveglio. Chiaramente non è una granfondo come le altre. La solita abbondante colazione e via lungo le statali della Val Camonica e di Aprica (recentemente rese più scorrevoli), che mi portano rapidamente a destinazione. Parcheggio vicino al palazzetto dello sport dove da poco è iniziata la distribuzione dei pacchi gara. Entro e sono accolto con molta cortesia da una signora del personale che, consegnatomi quanto dovuto, mi invita a verificare la correttezza della taglia della maglia commemorativa, da indossare obbligatoriamente in corsa.

La maglia della Assos mi calza molto bene ed apprezzo la presenza della tasca addizionale con cerniera in cui andrò a riporre il cellulare. Inoltre pur avendo dei colori abbastanza diversi da quelli della mia squadra, la presenza in entrambe del giallo almeno la lega in qualche modo con i pantaloncini della RAT Ride All Terrain che andrò a indossare.

Completo quindi la preparazione e mi dirigo alle griglie dove mi schiero al principio di quella assegnatami e scambio qualche parola con chi attende vicino a me. Un’importante, e molto positiva novità di quest’anno, è la partenza suddivisa per percorso. Prima il lungo, poi il corto e infine il medio a intervalli di 10 minuti. Questo garantisce una maggiore sicurezza nella lunga discesa verso Edolo e un avvio di corsa più regolare dato che tutti si deve affrontare il medesimo percorso.

La giornata è splendida, il cielo completamente terso e nonostante l’aria sia freschina e siano da poco passate le 7 il sole fa già sentire il suo effetto. Decido così, confidando nella velocità ridotta durante la discesa verso Edolo, di riporre la mantellina che mi ha protetto durante l’attesa per affrontare le prime delicate fasi di corsa senza la necessità di togliere le mani dal manubrio.

Oramai ci siamo, il conto alla rovescia, un lancio di coriandoli gialli, e via… si parte!

La discesa scivola via, senza troppi fenomeni a seminar spavento, solo alcune auto malamente accostate sul ciglio della strada creano degli improvvisi rallentamenti. A Edolo finalmente parte la gara vera, subito in leggera salita, ma visto il percorso che ci aspetta l’andatura non è folle come in altre circostanze. Cerco di recuperare posizioni in progressione senza strafare mentre nello stesso momento il plotone assume una sua fisionomia frazionandosi. Dopo poco, in occasione di due tornanti ravvicinati, mi rendo conto che mi trovo sulla coda del gruppo di testa che si sta consolidando forte di poco più di centinaio di persone. Con un certo sforzo mi ci installo saldamente in corrispondenza del bivio per il Mortirolo dal lato camuno, salita che sarà affrontata di lì a dieci minuti da coloro che opteranno per il percorso corto.  Fino a Ponte di Legno cerco di non prendere aria, alimentarmi e rifiatare guardando anche sfilare le montagne di casa, in primis l’Adamello, brevemente visibile all’ingresso di Temù. Ci fa compagnia in questa fase, muovendosi senza sforzo su e giù per il gruppo, il professionista Luca Paolini.

Sulla circonvallazione di Ponte di Legno lasciamo a destra la strada del Tonale e imbocchiamo, alquanto infastiditi da alcune moto estranee alla corsa che stanno risalendo il plotone, la strada che porta al Gavia dove il gruppone si fraziona ed emergono i livelli dei singoli.

Il Gavia dalla Valle Camonica è una salita che conosco molto bene; certamente la mia preferita tanto che quando finisce ne sono sempre un poco dispiaciuto. Un angolo di montagna rifugio per stambecchi e camosci (sia a due che a quattro zampe). Cerco di non salire troppo forte visto l’impegno complessivo richiesto oggi e per questo mi lascio sfilare da un gruppettino di una decina di corridori che mi precede, che comunque rimane a vista.

Nel duro rettilineo che precede Santa Apollonia vedo e passo il pluri-campione Miguel Indurain, che sta salendo chiacchierando. Tutti quelli che lo riconoscono lo salutano e lui abbozza un sorriso. Scoprirò in seguito che ha fatto tutto il tratto fino a Ponte di Legno nelle prime posizioni del gruppo per poi, giustamente, mettersi da parte quando la corsa è esplosa.

Il Gavia procede regolare, mai estremo, e nei tornati a sinistra è possibile godere della vista sui ghiacciai dell’Adamello e del Pisgana. In uno di questi tornanti prendo al volo un gradito bicchiere di cola ad un ristoro e proseguo tranquillo.

Quando si oltrepassa il limite della vegetazione inizia a farsi sentire un vento freddo e contrario, ragion per cui mi riporto a ruota del gruppetto che mi precede e con loro raggiungo l’imbocco della temuta galleria del Gavia. Temuta non solo perché fino a poco tempo fa era priva d’illuminazione, ma anche per le pendenze intorno al 10% che aumentano ancora una volta usciti, mentre la temperatura spesso scende sensibilmente. Oggi per fortuna, oltre alle luci a LED alimentate da pannelli fotovoltaici di recente installazione, c’è anche una bella fotoelettrica predisposta dai Vigili del Fuoco e in realtà, all’uscita siamo riparati dal vento.

In compenso, lo spostamento d’aria lo provocano i primi cinque della mediofondo che ci superano con un’andatura che non ammette repliche. A questo punto mi aspetto che molti altri corridori del medio si facciano sotto ma in realtà, fino a Mazzo saranno in pochi a superarci.

Ancora pochi chilometri, costeggiando lo splendido lago Nero, e si arriva al rifugio Bonetta posto nei pressi dello scollinamento e del lago Bianco sotto le cime incombenti del monte Gavia e del Corno dei Tre Signori. Non mi fermo al ristoro: ho ancora cibo e acqua in abbondanza, approfitto piuttosto del tratto in leggera discesa fino al rifugio Berni per coprirmi e mangiare. Un rapido sguardo ai ghiacciai del Tresero e del San Matteo, terreno ideale per lo scialpinismo, e al pandoro del Gran Zebrù dritto di fronte e poi giù in discesa verso Santa Caterina in Valfurva.

Scendo abbastanza tranquillo, inutile prendere rischi in questa discesa, di fronte a me non vedo gruppetti da prendere ma solo singoli atleti, mentre so che il gruppo in cui ero si ricostituirà a breve dopo la sosta al ristoro in cima al Gavia. Forse per il freddo, o forse perché comunque non ho fatto il Gavia piano come avrei dovuto, a Santa Caterina ho un accenno di crampo, ma la strada che continua a scendere mi consente di gestirlo e di accodarmi al gruppo di una dozzina di elementi che nel frattempo è rinvenuto. La discesa verso Bormio è velocissima, oltre gli 80km/h in alcuni punti, e ben asfaltata a parte l’attraversamento del pavé a Sant’Antonio.

Dopo Bormio c’è spazio per alimentarsi ed organizzare i cambi, ma al solito non c’è verso di girare tutti e siamo in cinque ad alternarci cercando di non esagerare. Per fortuna, la fastidiosa risalita che c’era fino a pochi anni fa in corrispondenza della tragica frana avvenuta nell’87 è stata molto addolcita.

In breve arriviamo a Mazzo e ora si che il gioco si fa duro. Lo confesso, il Mortirolo non l'ho mai gradito. In gita, fatto da fresco è una cosa, ma fatto in gara risulta per me troppo duro anche con il 34x29 di cui dispongo. Per fortuna, l’aria frizzante del Gavia non ci ha abbandonato, quindi nonostante l’orario e la velocità bassa non patisco caldo come avevo preventivato. Quello che patisco sono le rampe terribili nei sei chilometri centrali del Mortirolo. Dopo i primi tre chilometri accessibili, le pendenze aumentano, la mia cadenza cala e abituato a salire in agilità inizio a subire la salita. Non riesco a far salire il cuore e a far girare le gambe, così perdo posizioni inesorabilmente.

Stringo i denti e a metà Mortirolo agguanto una borraccia al volo, fornita dal ristoro appositamente predisposto dall’organizzazione e su cui contavo perché avevo oramai esaurito le due borracce con cui ero partito.

Non c’è molto da dire, transito vicino al monumento a Pantani e poi finalmente arrivo al bivio dove la strada si ricongiunge con quella, più ragionevole, che sale da Grosio. Da qui mancano solo tre chilometri alla vetta e le pendenze pur dure tendono a calare. Completo la salita in poco meno di 1h27’, ho pagato una decina di minuti di troppo e altri ne pagherò ancora, ma lo scopo resta chiudere il lungo.

Mi fermo al ristoro in vetta per riempire anche la seconda borraccia e mangiare qualcosa e poi riparto per il tratto di mangia e bevi che porta a Trivigno. Mi inserisco in un gruppettino quando di nuovo sento i crampi arrivare, stavolta ad entrambe le gambe, e non c’è discesa che mi possa salvare. Faccio cenno a quello dietro di me di chiudere il buco che sto per creare e mi scanso, per poi fermarmi mettendo entrambi i piedi a terra. Lascio passare ancora alcuni gruppetti quando finalmente riesco a ripartire e accodarmi a un paio di altri concorrenti.

A questo punto accade una cosa che mi cambia completamente la giornata. Veniamo superati da Indurain e da un ciclista che lo accompagna. Sottolineo che lo accompagna: è Indurain che tira in prima persona.

Ci penso una frazione di secondo e decido di giocarmi tutte le energie residue per un’occasione unica. Un piccolo scatto e mi accodo a questa vero Campionissimo. Per fortuna segue un breve tratto in discesa e anche gli strappi successivi sono affrontati con regolarità, così non ho problemi a tenere il passo addirittura affiancandomi e scambiando mezze frasi sulla bellezza dei luoghi attraversati. Infatti noto che Indurain, ben lontano dall’essere sotto sforzo, continua a guardarsi intorno ogni qual volta il panorama cambia.

Nei tratti in falso piano il Navarro procede potente recuperando una decina di altri corridori, ma vista la statura offre anche una bella scia che tutti sfruttano. Nelle discese mi concedo il lusso insolito di prendere come riferimento il suo sellino… come non fidarsi in discesa di chi ha vinto cinque edizioni in fila del Tour de France e due del Giro d’Italia?

Non sono facile all’emozione, ma scendere verso l’Aprica è tutto un brivido e non certo per il freddo (ormai un ricordo del Gavia) che culmina con un groppo in gola in vista del traguardo. Qui Indurain allunga ma tira dritto verso lo striscione, gli spettatori urlano “Miguel per di qua” indicando il bivio per il lungo, lui si accorge dell’errore, fa marcia indietro e così proseguiamo per il lungo, mentre il suo accompagnatore chiude il medio.

Nella facile discesa verso il bivio di Santa Cristina oso mettermi davanti, peccato che alcune auto (questo pezzo di strada ovviamente non può essere chiuso al traffico) frammentino il gruppetto ma ormai ci siamo, si riprende a salire verso l’ultimo valico di giornata.

Indurain si ferma al ristoro mentre io procedo regolare con altri due con cui ci confidiamo la reciproca emozione di aver percorso più di trenta chilometri insieme ad una vera leggenda vivente. E non durante una cicloturistica, ma in corsa lungo alcune delle strade che hanno fatto la storia del Giro.

Siamo a metà salita quando Indurain ricompare; giusto il fiato per dirgli che è stato bellissimo vederlo in azione. Lui ringrazia e prosegue inesorabile, come inesorabile è il Santa Cristina. I chilometri calano lentamente, ma ormai è fatta. Quando vedo il valico mi dico che è finita davvero e mi butto nuovamente in discesa verso l’Aprica. C’è un bel traffico di ciclisti, faccio girare le gambe e l’ultimo chilometro lo affronto sui pedali spingendo contro vento.

E’ fatta, chiudo in poco meno di sette ore e un quarto. Un quarto d’ora più di quello che avevo preventivato, ma comunque molto contento, anche perché senza questo ritardo non avrei quegli incredibili trenta chilometri alla ruota del Navarro.

Giusto per non farsi mancare nulla la strada che conduce alla macchina, al palazzetto e in definitiva al pasta party è in salita, ma dopo il Mortirolo questi pochi metri non possono fare paura. Mi siedo a mangiare con degli amici che hanno completato il medio ed il corto (arrivando a premi nelle rispettive categorie) e sento telefonicamente un compagno di squadra che alla sua seconda granfondo ha portato a termine il medio in poco più di 7 ore.

Una splendida, emozionante giornata, una granfondo spettacolare… però la prossima volta che scalerò il Mortirolo lo farò montando la tripla!!

 

Leggi qui il comunicato stampa ufficiale della manifestazione

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(2 luglio 2015)

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