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giovedì 14 novembre 2019
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Appunti di viaggio Randonnée   
Inserito il 30 maggio 2015 alle 13:10:00 da Giancarlo Bertocci. - Letto: (2901)

Rando Imperator: 600 km per ritrovare il sole!

Da Monaco di Baviera, sotto le insegne della Witoor Sport, una legione di ciclisti valica le Alpi, percorrendo la Via Claudia Augusta alla conquista di Ferrara.

 

 

 

 

(Testo di Giancarlo Berocci,  foto di Giacomo Brini e Giancarlo Bertocci)

E’ giovedì 30 aprile 2015 e sono nuovamente in viaggio, questa volta però senza dovermi alzare in piena notte per raggiungere mete poste a media distanza. Nell’occasione, di comune accordo con l’amico Savino, ci siamo dati appuntamento sotto casa sua, alle 12:40, per caricare sull’auto bici e bagagli e procedere in direzione di Bolzano. Il breve viaggio di trasferimento, con mia moglie Cristina alla guida dell’auto, serve ad arrivare alla stazione delle autocorriere, da cui partiremo con il pullman, destinazione Monaco di Baviera.

Il viaggio è parte integrante di questa avvincente randonnée, organizzata alla perfezione dalla Witoor Sport, come si può peraltro evincere consultando il bellissimo sito internet: http://witoor.com/rando-imperator/monaco-ferrara/. A disposizione degli atleti il pacchetto “all inclusive”, che prevede il trasferimento in pullman verso Monaco di Baviera da Ferrara e Bolzano e, alla conclusione della manifestazione, il rientro da Ferrara a Bolzano. Compresa nel pacchetto, viene data la possibilità di pernottamento, il giorno prima e quello dopo la randonnée, presso varie strutture alberghiere site nei pressi della partenza e di arrivo della stessa.

Quando arriviamo alla stazione delle autocorriere il nostro pullman è già lì parcheggiato, c’è parecchia attività intorno, ciclisti che fanno caricare le bici da corsa all’autista che è in piedi sul rimorchio, per poi sistemare, essi stessi, sacche sportive e borse da viaggio per le biciclette nel vano portabagagli della corriera. Ci fermiamo dietro al rimorchio, per scaricare velocemente l’auto e trasferire così i nostri mezzi ed i bagagli dall’auto alla corriera. Conclusa questa operazione, bacio e saluto mia moglie, che risale in macchina e parte per tornare a casa. Vediamo venirci incontro Bruno, Loris e Luca, ci salutiamo e saliamo a prendere posto sul pullman. Luca va a sedersi in fondo alla corriera con altri due suoi amici, io, Bruno, Loris e Savino ci sediamo nei posti centrali perché viaggiare con questo mezzo di trasporto non mi ha mai entusiasmato e soffro meno stando seduto in quelli. Trascorrono ancora una decina di minuti dopodiché sale anche il conducente che siede alla guida, chiude le porte, avvia il motore e parte. Siamo in viaggio, tiro un lungo sospiro di sollievo, pensando che ormai l’avventura è iniziata e non resta che rilassarmi in attesa di arrivare in quel di Monaco di Baviera.

Mentre il pullman imbocca l’autostrada del Brennero, osservo il cielo dagli ampi vetri: è una bella giornata soleggiata, ma tenui nubi velate all’orizzonte preannunciano il guastarsi del meteo a voler confermare le previsioni che per domani danno pioggia tutto il giorno con temperature in ribasso. Parlando con Bruno, dico che sicuramente già in partenza dovremo vestire il set antipioggia. Poi parliamo d’altro fino a che il rollio del pullman ed il relax dato dalla comoda seduta mi fanno addormentare. La mia è un alternanza di dormi-veglia per tutto l’arco del viaggio, interrotta da una sola sosta in autostrada della durata di quaranta minuti. Mentre scendiamo dal mezzo, l’autista ci raccomanda di essere puntuali e farvi ritorno entro l’orario fissato per la ripartenza. Entriamo nell’autogrill, alcuni per recarsi ai servizi, altri per prendere da bere, io compro un gelato ed esco all’esterno per gustarmelo all’aperto, dove l’aria è fresca, ma il sole, con i suoi potenti raggi, riscalda comunque la pelle. Trascorso il tempo di sosta, risaliamo sul pullman ripartendo; non faremo più soste fino a Monaco di Baviera. La corriera percorre l’autostrada circondata da magnifici panorami, in cui spiccano vette rocciose innevate e paesini caratteristici, al di sopra dei quali, i verdi prati delle malghe chiazzano un paesaggio fatto di fitti e rigogliosi boschi; è un bel vedere per parecchi chilometri, fino a quando non si entra a Monaco, adesso alte palazzine nascondono tutto quello che ci circonda ed il traffico caotico ci ingoia in un susseguirsi di incroci, semafori e rotonde.

Giungiamo a destinazione ed il pullman si arresta proprio davanti al nostro albergo, scendiamo e, aperti i portelloni dell’ampio vano bagagli, velocemente scarichiamo le borse per poi andare ad afferrare le biciclette che ci vengono passate a mano dall’autista giù dal rimorchio. Appoggiamo il tutto lungo il muro del caseggiato e subito entriamo in una sorta di abbozzata fila indiana, formatasi all’esterno, nei pressi dell’albergo, dove c’è la postazione della Witoor Sport. Lo staff è lì seduto ad un tavolino per il disbrigo delle operazioni di censimento dei presenti e la consegna dei documenti di viaggio. Firmiamo le liberatorie e ci vengono date le buste contenenti il set di numeri da attaccare alla bici, al bagaglio che il pullman porterà a Ferrara, il talloncino per ritirarlo all’arrivo, il buono da consegnare al bar Daniel al passo Resia per accedere al ristoro del secondo punto di controllo, oltre alla carta di viaggio che dovrà essere esibita e fatta timbrare ad ogni punto di controllo lungo il percorso. Mentre sono in fila, in attesa del mio turno, mi si fa incontro un amico conosciuto alla Sicilia non Stop 2014: è Rinaldo Toson. Ci salutiamo abbracciandoci, ripromettendoci quindi per quanto possibile, di vivere questa esperienza insieme ad iniziare già dalla sera stessa a cena. Arriva il mio turno ed espletato l’iter burocratico, non mi resta che prendere bici e borse, entrare in albergo e prendere possesso della stanza.

Alla reception ritiro il tesserino magnetico che funge da chiave per la stanza 210, una singola che sarà l’ultimo comodo riposo, da sfruttare al meglio in nottata, prima della rando. Salgo in stanza usando l’ascensore nel quale entriamo in tre con bici e borse. Lascio immaginare le difficoltà per farci entrare tutto, noi compresi e poi uscirne, una volta giunti al piano. Ce la caviamo bene, nonostante tutto, riuscendo a non farci del male. Apro la porta, entro in stanza, appoggio la bici ad una sedia e sul tavolino poso le borse da viaggio, quindi ridiscendo nella hall dell’albergo. Gli amici sono già lì ad aspettare e, di comune accordo, decidiamo di andare a cena in una pizzeria, quella della struttura dove alcuni di loro alloggiano, che è poco distante.

La serata trascorre in modo gioioso e conviviale, rammentando e raccontandoci aneddoti su rando pedalate insieme in passato, poi, dopo alcuni scatti fotografici ad immortalare l’evento, paghiamo il conto e ci salutiamo, fissando di ritrovarci il giorno seguente alle cinque del mattino. Siamo rimasti in tre a fare ritorno in albergo, io, Bruno e Savino. Mentre parliamo camminando, inizia a piovigginare. Acceleriamo il passo, cercando, per quanto possibile, di evitare di infradiciarci nel caso la pioggia aumenti d’intensità. Appena salito in stanza, estraggo dalla borsa da viaggio a manubrio della bicicletta, il set antipioggia completo, nell’evidenza che domani dovrò vestirlo. Tiro le tende davanti alle finestre, punto la sveglia alle quattro, poi vado in bagno a fare una lunga doccia calda e rilassante prima di mettermi a letto. L’ultimo pensiero è quello di augurare, con un messaggio, la buona notte a mia moglie e spegnere le luci per addormentarmi.

Disteso al buio nel letto, osservo il bagliore di luce dei lampi che, filtrando attraverso la trama delle tende, illumina ripetutamente per brevi istanti la stanza, mentre in lontananza, si odono cupi rombi di tuono e un forte vento scuotere le cime degli alberi del piccolo giardino nel retro dell’albergo e nei viali intorno. Mi giro col viso alla parete cui è accostato il letto e guardo l’ora sul display del telefono cellulare: sono passate da poco le 23, è tardi! Appoggio il telefono sul comodino e la testa sul soffice cuscino e chiudo gli occhi; trascorrono alcuni minuti e Morfeo mi rapisce in un sonno profondo.

Quando mi sveglio, è di soprassalto, mi sembra di non aver sentito la suoneria del telefono e la paura di essermi riaddormentato, dopo averla spenta, mi assale. Controllo, mancano due minuti alle quattro, non ho udito la suoneria perché svegliandomi l’ho anticipata, mi tranquillizzo e la disattivo, poi vado in bagno a sciacquarmi il viso e ritorno in camera da letto per vestirmi. Verso le quattro e trenta sento bussare alla porta della stanza; apro e mi si presentano davanti Bruno e Savino, sono venuti per rassicurarsi che io sia già pronto. Li mando di sotto a ritirare la loro e la mia colazione al sacco, dicendogli che la consumeremo in stanza da me. Nel frattempo decido di fare una rivista alle borse da viaggio. Le apro, alleggerendole della tenuta invernale che mi sembra eccessiva per la temperatura all’esterno anche se sui passi di montagna sarà sicuramente più freddo. Trasferisco la tenuta nella borsa che andrà a Ferrara e richiudo le borse da viaggio agganciandole, una al manubrio e l’altra nel sottosella, poi le copro con dei sacchetti di plastica affinché, durante il viaggio, la pioggia non le infradici bagnandone il contenuto. Bussano ancora alla porta, apro; Bruno e Savino di ritorno con la colazione, si accomodano. Così faccio anche io e ci mettiamo a mangiare. All’interno del sacchetto troviamo del succo d’arancia, una mela, dei piccoli panini imbottiti con vari insaccati e dei tramezzini. Mangiamo il tutto, poi loro fanno ritorno alla propria stanza per prendere le biciclette, le borse e scendere nella hall dell’albergo. Vesto il completo antipioggia ed afferrato bici e bagagli, esco dalla stanza, richiudendo la porta alle spalle, entro in ascensore e scendo a mia volta nella hall dell’albergo a consegnare la chiave magnetica.

Il piccolo ingresso è affollato, ci sono già diversi ciclisti anche all’esterno che osservano il cielo preoccupati: piove, ma non forte come la sera precedente. Mi raggiungono Bruno e Savino, all’appello manca ancora Loris. Gli amici che erano alloggiati nell’altro albergo non si vedono, probabilmente sono andati direttamente alla patenza, distante un paio di chilometri. Spero di ritrovarli là quando vi arriveremo anche noi. Vedo e saluto Luca ed i suoi amici, lui seduto su una poltroncina della hall. E’ vestito leggero, con la tenuta estiva, manicotti, mantellina antipioggia ed i sovra scarpe, gli auguro di sopportare bene il freddo, perché prevedo che in quelle condizioni possa avere parecchie difficoltà ad arrivare in fondo. Bruno nel frattempo si spazientisce perché sono ormai le cinque e venti e di Loris non si vede nemmeno l’ombra, decide di salire in stanza da lui, per mettergli fretta e dopo alcuni minuti li vedo uscire insieme dall’ascensore. Bene, è ora di partire. Mentre ci accingiamo a farlo, ci viene comunicata la notizia che dovremo portare allo start anche la borsa, che poi verrà trasferita a Ferrara col pullman. Così bardati non è cosa semplice: la mia borsa a manubrio è abbastanza pesante come quella attaccata nel sotto sella, mettere a tracolla il pesante borsone che, dalla schiena, tende a scivolare in avanti, e pedalare per quasi due chilometri sotto la pioggia, con gli attraversamenti agli incroci e le eventuali soste ai semafori già in funzione, diviene per me un vero numero di equilibrismo, ma alla fine ce la faccio e giungo illeso al via, situato dopo il ponte sul fiume Isar, nel parco Hellabrunn.

Mancano pochi minuti alle sei, consegniamo all’autista del pullman i bagagli per Ferrara che li ammassa nel carrello a rimorchio dello stesso, poi andiamo a far timbrare la carta di viaggio e ci mettiamo in attesa degli altri con cui far gruppo. Intorno, sotto la pioggia, è ressa di ciclisti che arrivano, scaricano i bagagli, timbrano e partono, noi abbiamo nuovamente perso Loris e di Rinaldo, Hugo e Patrick non vi è traccia. E’ ancora buio pesto, non si riesce a vedere niente con la pioggia, che nel frattempo aumenta di intensità, divenendo battente. Decidiamo di non perdere ulteriore tempo così, io, Bruno, Savino, Luca ed i suoi due amici partiamo, pensando che Loris, non vedendoci, probabilmente si sia avviato prima di noi. Da subito, prendiamo in direzione sud su una ciclabile sterrata e fangosa, dobbiamo allungarci perché non è possibile pedalare compatti per il gruppo che siamo. Percorso nemmeno un centinaio di metri, a fianco di una staccionata c’è già chi è intento nella riparazione di una foratura: la prima “vittima” di questa rando che, se inizia così, si preannuncia davvero molto dura. Lo sfortunato ciclista ha messo la bici sottosopra, su una chiazza d’erba in mezzo al fango, sfilando la ruota posteriore dal carro per sostituire la camera d’aria. Proseguiamo tra passaggi su piccole frane, scavalcamento di transenne con bici alla mano e corte ma ripide impennate della strada sterrata, sulle quali molti mettono piede a terra, imprecando poi per la difficoltà nel ripartire, a causa del fondo viscido e sconnesso, finché usciamo fuori dal primo tratto sterrato nei pressi di un bivio.

Abbiamo percorso appena otto chilometri, siamo tutti coperti di fango ed i freni, già dal primo utilizzo, stridono sui cerchioni, consumandosi a vista d’occhio per il mix di sabbia e melma che il rotolamento delle ruote porta sugli stessi. Luca ed i suoi due amici ci hanno staccato, proseguendo per conto loro, rallento ad attendere Bruno e Savino che vedo sopraggiungere. Svolto a sinistra su strada asfaltata, seguendo gli altri davanti a me, mentre alcuni di quelli che sono dietro prendono a destra così come i miei compagni di avventura, i quali mi urlano che ho sbagliato percorso, contrariamente a quanto suggerisce la traccia GPS del mio Garmin. Torno comunque indietro e quando li raggiungo glielo faccio notare. Dopo breve ragionamento, decidiamo di seguire la traccia del GPS, come poi si rivelerà corretto aver fatto; decidendo nel contempo che eviteremo il più possibile i tratti sterrati, perché tutti e tre rischiamo il ritiro causa l’usura pattini dei freni e del fatto che non ne abbiamo di ricambio. Teniamo la direzione Wolfratshausen, la strada sale a scavalcare un dentello posto a 672 m.s.l.m. e dopo l’attraversamento del paese puntiamo su Buerberg superando Eurasburg, proseguiamo quindi in direzione di Penzberg.

Inizia a farsi giorno, la spessa coltre di nubi che nasconde il sole, lascia passare una luce spettrale ed i colori appaiono innaturali, dando al paesaggio una tonalità che unita alla fastidiosa pioggia è deprimente. Rimango perplesso quando, in un tratto in salita a Grossweil incrocio Luca che invece sta scendendo, gli chiedo dove stia andando e mi risponde che lui ed i suoi amici hanno deciso di ritirarsi perché sono zuppi d’acqua. Hanno iniziato a soffrire il freddo ed uno di loro si è stirato leggermente nella zona inguinale. La loro avventura si conclude così, dopo nemmeno settanta chilometri. Torno ad aumentare la velocità per recuperare su Bruno e Savino, che nel frattempo hanno proseguito senza rallentare e tutti e tre insieme pedaliamo in direzione di Ohlstadt. In un tratto di ciclabile sterrata, nei pressi di un cancello di confine tra poderi, un ciclista, appiedato da uno squarcio al copertone posteriore, ci chiede aiuto, non possiamo fare niente per lui, se non offrirgli un pezzo di copertone che ci dice non essere sufficiente per riparare il danno. Lo lasciamo ad attendere, forse invano, che qualcun altro possa aiutarlo, altrimenti dovrà anche lui ritirarsi! Superata Ohlstadt, puntiamo su Eschenlohe e, dopo aver raggiunto il paese, proseguiamo per Oberau tornando per un tratto di nuovo su sterrato fino a Farchant. Siamo costantemente sotto la pioggia che aumenta e diminuisce di intensità senza mai smettere. Il percorso è in graduale salita ad eccezione di brevi tratti, la strada si snoda tra boschi di pino e distese di prati in cui pascolano, incuranti delle condizioni meteo, mandrie di mucche oppure branchi di pecore. Nubi basse nascondono qua e là il paesaggio, rendendo uggioso anche l’animo, per la sopportazione di tutto il disagio portato dalla situazione meteo.

Questo stato d’animo, mi porta a pedalare distrattamente, assorto nei miei pensieri, così finisco con la ruota anteriore fuori dal lastricato della ciclabile e sento la stessa scivolare nel fango al margine della stessa. Non riuscendo a sganciare in tempo il piede sinistro dal pedale, finisco col cadere in terra. Fortunatamente il tutto avviene in un tratto con notevole pendenza, dopo l’attraversamento di un ponticello di legno, nel quale tutto il gruppo davanti a me rallenta, e quindi quasi da fermo, così nell’impatto al suolo si piega solo la leva di comando del deragliatore anteriore. Una volta tornato in piedi, la raddrizzo con un paio di colpi ben assestati e rimonto in sella tornando a pedalare. Bruno e Savino allibiti mi chiedono se mi sono fatto male, gli rispondo che ho preso una piccola botta al gomito ma niente di ché, poteva andarmi peggio. Usciamo dal tratto sterrato, puntando su Garmisch in direzione del Fernpass, che raggiungiamo dopo una quindicina di chilometri. Siamo così al primo punto di controllo, dopo aver percorso esattamente 100 chilometri. Arresto la bici poggiandola ad uno dei pali dei gazebi affiancati che fanno da punto di ristoro e controllo, sfilo i guanti di neoprene, ormai rotti che avevo calzati, in partenza, su quelli da mezza stagione, li getto nell’immondizia ed estraggo la carta da viaggio per farla timbrare, poi la ripongo velocemente nella custodia impermeabile, affinché non si bagni. Mi metto a mangiare, nel mentre svuoto una borraccia d’acqua, spruzzandola sul telaio e sui ceppi dei freni per lavarne via l’abbondante fango, depositatosi lungo la percorrenza dei tratti in sterrato, poi la riempio, rabboccando anche l’altra. Sollecitato da Bruno, che è sempre il primo a sbrigarsi, rimonto in sella. Così fa anche Savino e torniamo a pedalare, seguendo altri randonneur, ripartiti un attimo prima di noi.

Cinque chilometri dopo aver passato il punto di controllo, attraversiamo il confine con l’Austria, lasciandoci il suolo germanico alle spalle. Proseguendo verso il Fernpass, passiamo per Biberwier e poco dopo iniziamo l’ascesa al passo, Savino lamenta un dolore al ginocchio sinistro, sofferto già qualche settimana prima a causa di un infiammazione, dal quale pensava di essere guarito. La salita al passo, lunga poco più di sette chilometri, anche se non è dura, certo non lo aiuta per lo sforzo che dovrà profondere. Rallentiamo un poco il ritmo per agevolarlo e non staccarlo, abbandonando il resto del gruppo, per poi uscire dalla ciclabile sulla strada principale, che è più scorrevole e confortevole, anche se molto trafficata. In poco più di mezz’ora giungiamo al passo a quota 1.266 metri di quota e la temperatura è di sette gradi centigradi. Savino può tirare un sospiro di sollievo, nella conseguente discesa verso Nassereith, pedalando in scia a Bruno con me alla retroguardia, ma tra Imst e Landeck sente nuovamente il dolore acuirsi. Giunti all’uscita di Ladis, in un tratto dove la strada inizia a salire, accosta in uno spiazzo a lato della stessa, comunicandoci che gli è impossibile continuare! Rimaniamo attoniti alla sua decisione, lui ci assicura che se la può cavare, perché chiamerà sua moglie, ospite per il fine settimana a casa dei genitori, i quali abitano a Prato allo Stelvio, che lo verrà a prendere in automobile, raggiungendolo nel giro di un’ora.  Ci consegna il talloncino per ritirare il suo bagaglio a Ferrara, quando e se vi arriveremo, provvedendo poi a telefonare agli organizzatori per comunicare il suo ritiro dalla randonnée. Lo lasciamo, salutandolo con grande rammarico, facendogli tanti auguri di pronta ripresa e ripartiamo. Percorriamo diversi chilometri pedalando sempre in leggera salita con le energie che iniziano e scarseggiare, chiedo a Bruno di fare una breve sosta. Siamo nei pressi di Stein, ci fermiamo per mangiare, Bruno una barretta ed io un panino con uvetta e miele e poi una bustina di Carbogel, perché mi sento proprio al lumicino con le energie. Bevo alcune sorsate di acqua dalla borraccia e ripartiamo, raggiungendo la frontiera svizzera, dopo aver percorso poco più di una decina di chilometri.

Scendiamo velocemente fino a Martina, da dove si rientra in Austria. Alla frontiera incontriamo due nostri compagni dell’Athletic Club Merano, Patrick e Hugo, che la sera prima erano con noi in pizzeria a Monaco. Hugo è intento a parlare con un gendarme, mentre Patrick pazientemente lo aspetta, li salutiamo e proseguiamo attaccando la salita verso Nauders. Questa salita è lunga 7,63 chilometri ed ha il suo punto più alto, dopo circa 6 chilometri; la pendenza media è del 6,2% con picchi all’11%, poi spiana e va in contropendenza per altri 2 chilometri, tornando a salire leggermente fino al Passo Resia. Ha quasi smesso di piovere, salgo a buona andatura, Bruno si stacca e decido comunque di proseguire senza aspettarlo, perché il culmine della salita è vicino ed una volta arrivati potremo riposarci e rifocillarci al punto di controllo e ristoro presso il bar Daniel. Mancano solo due chilometri alla frontiera, quando raggiungo un randonneur, che si guarda intorno con sguardo perplesso. Vedendomi arrivare accelera il ritmo per porsi al mio e mi chiede dove è il passo, gli dico che sta poco più avanti e resto alla sua ruota. Raggiungiamo Resia, il cartello del passo indica un altitudine di 1.455 metri, mi fermo per scattare alcune foto ricordo, Bruno mi raggiunge e tira dritto. Metto via lo smartphone con cui ho scattato le foto e torno in sella a pedalare per percorrere il breve tratto che mi separa dal punto di controllo e ristoro posto al bar Daniel.

Entro nel locale e faccio timbrare la carta di viaggio, trovo lì Rinaldo, che sta vestendo indumenti asciutti. Mi si fa incontro con un suo amico e me lo presenta; si chiama Alberto Clavello. A sua volta Alberto, mi presenta un amico, che, guarda caso, è il ciclista che avevo raggiunto in salita poco prima: si chiama Valerio Nicodemo. Bene, decidiamo che da quel momento in poi formeremo un nuovo gruppo e pedaleremo insieme fino a Ferrara. Mangio velocemente due belle fette di crostata, c’è anche pizza ma preferisco non esagerare. Opto per dell’ottima macedonia e ne mangio due bicchieri colmi, poi bevo del succo di lamponi. Faccio un salto ai servizi del locale e poi esco dal bar a tirare fuori degli indumenti asciutti dalla borsa a manubrio per cambiarmi. Non piove quasi più e decido di cambiarmi velocemente, stando all’aria aperta, nonostante ci sono 5 gradi.  Da lì a poco escono dal locale anche gli altri miei compagni e tutti insieme ci avviamo per affrontare la veloce discesa da Resia, lungo la Val Venosta, fino a Merano. Lasciatoci alle spalle anche il territorio austriaco, entriamo in patria, proprio quando ricomincia a piovigginare leggermente. Pedaliamo a tutta birra, fino a raggiungere il lago di Resia. Qui Rinaldo vuole fermarsi a fare alcuni scatti fotografici, con il caratteristico e rinomato campanile che si erge dalle acque del lago. Sostiamo brevemente e dopo aver fatto alcune fotografie, torniamo a fare velocità, passando anche il lago di San Valentino alla Muta. Da lì la discesa diviene ancor più ripida e tecnica. Mi spavento dal forte rumore che sento provenire alle spalle e intuisco che Alberto non ha più i pattini dei freni. Gli chiedo cosa sia successo e mi risponde che si sono totalmente consumati sui tratti sterrati e siccome non ne ha di ricambio e non vuole ritirarsi, preferisce frenare con le viti blocca pattini direttamente a vivo sui cerchioni. Tra me e me penso che è pazzo, perché rischia di ammazzarsi!

Percorriamo tutta la ciclabile della Val Venosta sotto una pioggia intermittente. Una breve sosta in località Tell, per avvisare mia moglie di scaldare la cena perché stiamo arrivando, mentre Bruno, che abita a Merano, va diretto verso casa salutandoci e poco dopo le 21 giungiamo a Sinigo, usciamo dalla ciclabile e ci dirigiamo verso casa mia, che dista meno di un chilometro. Entriamo in garage a parcheggiare le bici e svestiamo gli indumenti antipioggia, per poi salire in casa a cenare. Siamo ancora grondanti di acqua e sporchi di fango, bacio mia moglie e la presento ai miei amici. A turno ci laviamo, cerchiamo di toglierci di dosso quanto più fango possibile e ci accomodiamo a tavola a cenare. Minestra di asparagi per primo e straccetti di carne con patate di secondo, il tutto accompagnato da due buoni 7/10 di Valpolicella, poi ancora formaggi vari, caffè e per finire un bicchierino di mirto di Sardegna. La cena è un momento convivale per stringere ancor più amicizia sia con Alberto che con Valerio, il quale, sulla visiera del cappellino che porta in testa, ha uno spesso strato di fango, così come ne ha dietro le orecchie. Lo faccio notare ad Alberto che gli scatta alcune foto! Si fa tardi ed alle 23, consci del fatto che siamo molto stanchi ed è meglio cercare di riposare almeno qualche ora, prima di affrontare gli oltre trecento chilometri che mancano ad arrivare a Ferrara. Spegniamo le luci in salotto, Alberto, Rinaldo e Valerio si siedono sul comodo divano a riposare,  io vado in camera da letto. E’ l’una e trenta minuti quando mia moglie ci sveglia: abbiamo dormito solo due ore e mezza, ma dobbiamo andare, perché abbiamo appuntamento in ciclabile con Bruno alle due in punto! Così ci rimettiamo l’abbigliamento asciugato sui termosifoni, che erano stati accesi per l’occasione e, tornati in garage, vestiamo i set antipioggia per ripartire. Imbocchiamo la ciclabile e dopo qualche centinaio di metri ci uniamo a Bruno, che è in nostra attesa, essendo giunto qualche minuto prima di noi. Impieghiamo poco più che un’ora a raggiungere Bolzano, dove c’è il terzo punto di controllo e ristoro, timbriamo le carte di viaggio e dopo aver mangiato della frutta ed aver scattato qualche foto, ripartiamo rientrando in ciclabile.

Fino a Salorno si procede a buon ritmo, poi sostiamo brevemente presso una panchina per rifiatare e mangiare ancora. Il freddo e l’umidità ci fanno desistere dal fermarci oltre lo stretto necessario e così riprendiamo a pedalare. Smette finalmente di piovere e le prime luci dell’alba annunciano il sorgere di un nuovo giorno: tutto ciò che intorno a noi era immerso nel buio della notte, assume ora contorni ben definiti. Attraversiamo Trento. La ciclabile costeggia l’Adige e dai prati intorno al nastro d’asfalto numerose lepri corrono zigzagando a nascondersi disturbate dal nostro passaggio; è uno spettacolo inconsueto e divertente che ci lascia stupiti da quanto si siano riprodotte in questo ambiente evidentemente a loro favorevole. Usciti da Trento proseguiamo fino nei pressi di Nomi dove, a causa di un breve colpo di sonno, rischio di finire fuori strada. Mi rendo conto che così non posso continuare, ho bisogno di caffeina ed avviso i miei compagni di viaggio della mia esigenza.

Purtroppo il bici-grill di Nomi, a cui sostiamo poco dopo, è ancora chiuso, ma so che a Rovereto, nella piazza in cui confluisce la ciclabile, ci sono dei bar ed in genere la mattina presto, sono aperti. Siamo poco distanti ed in una ventina di minuti arriviamo sul luogo, fermandoci a fare colazione al bar che, come avevo previsto, è aperto. Ordino un cappuccino ed una brioches poi, un altro caffe doppio forte ed un'altra brioches, infine Rinaldo ordina tre birre da bere in ricordo di quelle bevute lungo il percorso della Sicilia No Stop dell’anno precedente, quando ci siamo conosciuti al controllo e ristoro di Patti. Valerio, seduto al banco accanto a noi, mangia un panino e ci osserva divertito, mentre Bruno, seduto in una seggiola all’esterno del bar, ci guarda perplesso, non oso pensare cosa stia passando per la testa della barista che ci ha servito, ma il suo sguardo è eloquente. Adesso siamo tutti ben svegli, rimontiamo in sella alle biciclette e partiamo a buon ritmo, abbiamo da affrontare un lungo tratto vallonato fino a Peschiera, ma Alberto corre troppi rischi a percorrerlo con la bici senza freni. Decidiamo quindi di fare una deviazione che forse ci allungherà il percorso ma gli darà modo di poter arrivare a destinazione, anche con la bicicletta in quelle condizioni. A Mori lasciamo il percorso indicato dal road book e puntiamo direttamente su Nago; Alberto percorrerà al limite a piedi, con bici alla mano, la successiva corta ma ripida discesa a Torbole. Facciamo ancora una breve sosta, là dove la strada inizia a salire, per toglierci di dosso il set antipioggia e riprendiamo nuovamente a pedalare.

Quando giungiamo a Nago, in vista della vasta distesa d’acqua del lago di Garda, il colpo d’occhio è fantastico, il cielo finalmente si squarcia aprendosi e le residue nubi lasciano il posto ad un azzurro intenso mai visto, dalla partenza in quel di Monaco di Baviera fin qui. Il panorama è così bello che non manchiamo di fotografarlo. Scendiamo poi a Torbole e aspettiamo che arrivi Alberto, quindi ci rimettiamo in marcia, costeggiando tutto il lago di Garda, per fortuna senza trovare troppo traffico sulla strada, fino a Peschiera. Il sole, che ormai batte già da diverse ore, inizia a farsi sentire, sono vestito ancora con la tenuta da mezza stagione ed il caldo diventa insopportabile. Dico a Bruno ed agli altri che bisogna fermarsi al più presto per cambiarci. Peschiera è l’unica città dove il traffico si intensifica, creandoci problemi, ma per fortuna nel giro di una mezz’oretta riusciamo a disimpegnarci, prendendo poi la ciclabile del Mincio e dopo qualche chilometro fare la tanto agognata sosta in località Casa Otello. Ci fermiamo in uno spiazzo, dove c’è un fruttivendolo ambulante con il suo camion ed una grande tenda da sole sotto la quale ha allestito il punto vendita. Cambio la tenuta intera, usando una fiancata del camion come separé per compiere l’operazione, scopro così di aver lasciato a casa la maglietta estiva, pazienza, da lì in poi proseguirò con il solo giacchetto smanicato di sicurezza a bande rifrangenti, tanto la temperatura è salita a trenta gradi centigradi!

Compriamo tutti della frutta e ne mangiamo in abbondanza, poi andiamo a riempire le borracce di acqua fresca e ripartiamo. La ciclabile è frequentatissima in quel tratto: cani, intere famiglie a passeggio con i bambini, roller e ciclisti indisciplinati, che fanno slalom tra questi, senza minimamente preoccuparsi se devono dare la precedenza. Procediamo così a rilento per evitare incidenti. Quando finalmente ci allontaniamo dal centro abitato il traffico scema e possiamo tornare ad aumentare la velocità. Adesso anche io inizio ad avere qualche problema, il ginocchio sinistro si è indolenzito e mi preoccupa alquanto. Man mano che ci avviciniamo al punto di controllo di Mantova il dolore aumenta, tanto che chiedo a Bruno, che è quasi sempre stato in testa fin dalla partenza, di rallentare sperando che il dolore non peggiori. Trascorse un paio di ore siamo a Mantova, al punto di controllo e ristoro dell’AVIS PARK, il dolore è così acuto che penso di mollare. Parcheggio la bici contro una transenna e vado subito a sedermi allentando le scarpette, poi cerco di massaggiare le gambe ed in particolar modo le ginocchia. Chiedo agli altri di prolungare la sosta in modo da vedere se riesco a fare in modo che il dolore scemi, nel frattempo il personale dello staff ci serve un ottimo risotto alla salsiccia e della carne fritta tipica del posto che assomiglia per aspetto alle patatine, solo di colore più scuro. Mangio il tutto bevendo un paio di bicchieri di Lambrusco ed anche del vino frizzante bianco fresco, poi continuo nell’operazione di sciogliere i muscoli delle gambe per dargli il maggior sollievo possibile. Timbriamo la carta di viaggio e ci rimettiamo a pedalare.

Mancano cento chilometri a Ferrara, ne percorriamo una cinquantina prima che il dolore torni a tormentarmi, ma ormai penso che è fatta, devo resistere solo un paio d’ore. Facciamo ancora un paio di soste per immortalare l’epica impresa e quando imbocchiamo la ciclabile del Burana, riduciamo ancora la velocità sia per il vento contrario, che per goderci gli ultimi chilometri che ci separano da Ferrara. Quando arriviamo in piazza Ariostea e vedo il gazebo della Witoor ed i componenti dello staff a presidiarlo, la gioia è davvero all’apice. Ancora pochi metri ed arrestiamo la marcia delle biciclette, poggiandole sui prati, per andare ad apporre l’ultimo timbro sul brevetto, ritirare la medaglia e l’attestato che ci vengono consegnati con i complimenti dello staff, il quale per voce di un componente, Simone, ci informa che abbiamo vinto anche il premio speciale come squadra più numerosa iscritta alla randonnée, un bel prosciutto di Parma, che non mancheremo di recapitare alla dirigenza della nostra società, l’Athletic Club Merano. Trovo, nei pressi del traguardo, mia cugina Angelica che subito mi sgrida perché mi sono dimenticato di avvisarla del mio arrivo e non sapeva quando partire da casa per venire a prendermi, visto che sarò suo ospite per il resto del giorno e per il pernottamento, prima a casa col pullman l’indomani. Abbraccio e stringo la mano ai miei compagni di viaggio ringraziandoli, uno ad uno, perché, facendo gruppo ed aiutandoci l’un l’altro abbiamo reso possibile tutto questo, poi decido che il compimento dell’impresa merita che io acquisti la maglia a ricordo ed in ultimo andiamo tutti al bar a festeggiare, brindando al successo, con una bella dissetante fresca birra media. Mentre brindiamo ripenso al viaggio in termine epico, oggi come allora, di una legione in marcia lungo la Via Claudia Augusta: evidentemente il bambino che è in me è ancora capace di sognare…… ma a volte i sogni diventano realtà ed un altro biglietto per la partecipazione alla Parigi-Brest-Parigi 2015 l’ho staccato!

Ringrazio tutto lo staff della Witoor per l’impeccabile organizzazione dell’evento e dei punti di ristoro, per la professionalità, la cordialità e la simpatia dimostrata e per avermi ospitato, così come ringrazio i miei compagni di società che non ce l’hanno fatta, Loris e Savino, ma che ci hanno provato, accompagnandomi per un tratto di viaggio. Un plauso agli altri miei compagni che ho solo incontrato lungo il viaggio ed hanno infine conseguito il brevettato, Hugo e Patrick, padre e figlio, che fanno coppia fissa in eventi del genere e Reinold che ha scelto il brevetto sulla mezza distanza portandolo egregiamente a termine. Un doveroso saluto al mio presidente, Giancarlo Concin, che so essere orgoglioso di avere un così nutrito gruppo di randonneur a dare prestigio alla società, per una filosofia che lui approva e promuove da tanti anni, in particolare con uno dei suoi gioielli, molto conosciuto ed apprezzato a livello internazionale, il Tour d’Ortles.

(30 maggio 2015)

 

 

 

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