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Appunti di viaggio Granfondo   
Inserito il 29 maggio 2015 alle 11:11:38 da Michele Bazzani. - Letto: (2444)

Nove Colli… e già viene voglia di ritornare!

La 45a edizione della granfondo italiana ha incrementato il numero di iscritti, che nella stragrande maggioranza ha voluto abbinare una breve vacanza al mare alla celebre gara. Purtroppo il meteo non è stato favorevole, con tanta pioggia e freddo, riducendo di quasi un terzo il numero dei partenti e riservando momenti di grande difficoltà a chi invece non ha voluto rinunciare alla sfida. Così il pensiero vola già al prossimo anno, con la speranza di trovare la giornata ideale per affrontare questa grande classica.

 

 

 

 

(Testo di Michele Bazzani, foto di Play Full)

 

La Nove Colli, giunta quest’anno alla sua 45a edizione, è ormai per molti granfondisti un appuntamento cui non si può mancare. Anche se la Romagna non ha le attrattive paesaggistiche di altre zone d’Italia e tantomeno le salite mitiche di Alpi e Dolomiti, qui va in scena la vera grande festa del ciclismo che, esaltata dallo spirito di accoglienza della gente romagnola, richiama regolarmente a Cesenatico migliaia di cicloamatori con le loro famiglie. E anche stavolta io sono tra questi.

È la mia ottava partecipazione e, come ormai mia abitudine, decido di arrivare in zona molto presto, abbinando alla granfondo una minivacanza di cinque giorni con mia moglie, con l’obiettivo anche di fare qualche giorno di mare. Purtroppo le previsioni meteo non si mettono al meglio per il fine settimana. La giornata di giovedì è comunque ancora godibile, riesco a fare una prima pedalata sui colli romagnoli e un aperitivo nel suggestivo scenario del Porto Canale.

I giorni successivi sono invece segnati dal maltempo. Pioggia battente tutto il giorno, soprattutto mentre mi reco a ritirare il pacco gara, dove mi rendo conto che la collaudata macchina organizzativa sembra non risentire delle difficili condizioni meteorologiche. Ne risente invece la fiera Ciclo&Vento, ancora tristemente vuota e con la maggior parte degli stand espositivi ancora da montare. Nel frattempo cominciano ad arrivare i tanti amici che partecipano alla gara: la cosa bella di questa manifestazione è che, ogni anno, qui ci siamo tutti o quasi. E tra una birra e un gelato in compagnia, le giornate corrono comunque via veloci e in allegria.

Nel pomeriggio del sabato la pioggia concede una tregua e così riusciamo a fare la tradizionale sgambata pre-gara. L’argomento di discussione del giorno, come al solito in questi casi, sono le previsioni per il giorno dopo, con un uso smodato delle applicazioni sui siti meteo che cambiano in continuazione, in un rito che ormai fa parte integrante delle tante ossessioni del ciclista amatoriale; per domenica è prevista ancora pioggia nelle prime ore del mattino, con un miglioramento atteso nel prosieguo della giornata.

E’ ancora buio pesto quando la sveglia suona, inesorabile, alle quattro del mattino. Il mio compagno Nico mi dà il buongiorno con un messaggio non tanto benaugurante: «Senti come viene giù!». A preoccuparci non è tanto la gara sotto la pioggia ma l’attesa in griglia, per cui optiamo per fare le cose con calma e di uscire più tardi. Giusto il tempo di mettersi in strada per recarsi alla partenza e subito riprende a piovere copiosamente. Trovo riparo sotto una tettoia insieme ad altri ciclisti e lì rimarrò fino a pochi minuti dal via. L’attesa in griglia è la più breve della mia carriera: l’umore non è dei migliori, non si ride e si scherza come di solito avviene, tutti sono concentrati e preoccupati e la frase che si sente più spesso è: «Speriamo di portare la pelle a casa». Non tutti siamo lì. Almeno un terzo dei partecipanti è rimasto a letto, non sentendosela di prendere il via in queste condizioni, conscio anche del fatto che le strade e soprattutto le discese sono già complicate con il fondo asciutto. Anche se personalmente mi sento preparato ad affrontare queste condizioni e non ho mai preso in considerazione l’ipotesi di non partire, a loro va tutta la mia stima: so quanto può costare prendere certe dolorose decisioni.

Anche la partenza è diversa dal solito. Non c’è quella foga agonistica che di solito caratterizza le partenze delle granfondo, nelle rotonde si fa attenzione e la velocità è meno sostenuta del solito. Uno dei pochi aspetti positivi delle condizioni meteorologiche difficili è che tira fuori l’istinto di autoconservazione del ciclista, per cui non assisto nemmeno a una caduta. All’attacco della prima salita ritrovo Dimitri, in compagnia del quale mi ero ripromesso di fare la gara, e cerchiamo di risalire il gruppo. Sto bene e mi scappa un sorriso. Pur mantenendo un margine di sicurezza, riusciamo a risalire posizioni; raggiungo così l’amico Marcello che saluto con piacere. Tutto sembra filare liscio. Purtroppo durerà poco…

La discesa è pericolosa. L’affronto con prudenza, ma siamo ancora tutti in gruppo e diventa difficile fare quello che si vuole. Nel vallonato che porta all’attacco della salita di Pieve di Rivoschio cominciano le prime cattive sensazioni. La preoccupazione si fa concreta quando, giunti alla seconda salita di Pieve di Rivoschio, mi trovo costretto a rallentare. Le gambe si rifiutano di rispondere alle sollecitazioni, il cuore non sale, gli occhi mi si chiudono dal sonno e ho anche un po’ di giramento di testa, una situazione che non mi era mai capitata in gara. Vedo che mi passano tutti. In quel momento non vorrei essere lì. Il problema non è la pioggia, ma di sicuro non aiuta a risollevare l’umore. Le cose non migliorano né nella discesa, né sulla difficile salita del Ciola, dove troviamo una fitta nebbia. Mi prende lo sconforto e comincio a meditare di non girare per il percorso lungo. Ricaccio indietro l’idea e decido di provare a fare il Barbotto a tutta, per vedere se riesco a sbloccarmi. Ci provo, ci riesco, per metà salita vado su bene e recupero quelli che mi avevano staccato in precedenza. Poi di nuovo il black-out. Sento la voce dello speaker Paolo Mutton che annuncia la fine della salita, ma nemmeno questo mi scuote. Percorro svogliatamente l’ultimo ripido chilometro e maturo l’idea che quello sarà l’ultimo colle della mia giornata.

Al bivio ho un’ultima esitazione, poi giro per il corto. Dopo cento metri mi scende una lacrima. Viste le mie condizioni, so che è la scelta giusta da fare, ma per me suona come una sconfitta. Nei chilometri finali spuntano beffardi alcuni raggi di sole, anche se la pioggia continua a farci compagnia fino al traguardo che taglierò senza il solito entusiasmo. È finita, troppo presto, ma era giusto così. Senza rimpianti. A volte bisogna anche avere l’umiltà di dire “non ce la faccio”.


Corro subito a fare la doccia e ad aspettare Nico, partito in ultima griglia, che aveva già programmato il corto. Arriva. Anche lui ha avuto una giornata difficile, ma se l’è cavata egregiamente, facendo registrare un discreto tempo che gli consentirà di partire in una griglia più avanti l’anno prossimo. Torniamo nella zona di arrivo, dove la festa continua, soprattutto per quelli che stanno concludendo il percorso lungo: non si tratta né di impresa né di atto di eroismo, ma sicuramente è per tutti loro una grande fonte di soddisfazione. Li ammiro, rammaricandomi di non essere tra loro. Ma oggi non era il mio giorno.

Ormai è pomeriggio inoltrato. Un sole tiepido e beffardo brilla in un cielo oramai quasi sgombro da nuvole. Molti ciclisti sono sulle strade, probabilmente quelli che la mattina non hanno preso il via e che non resistono al richiamo di una pedalata di consolazione. Altri invece hanno già imboccato la strada del ritorno. Io ho la fortuna di poter restare ancora un altro giorno e ho in mente solo idee positive: la sera ricca cena di pesce e domani tutto il giorno in spiaggia. Poi il pensiero corre alla prossima edizione. Tornerò, per il lungo.

(29 maggio 2015)

 

 

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