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Appunti di viaggio Granfondo   
Inserito il 12 maggio 2015 alle 18:41:21 da gazario. - Letto: (3448)

GF Felice Gimondi: il ritorno di una grande classica!

La manifestazione bergamasca ritorna al classico duro tracciato e sfiora i 4.000 iscritti, ritornando ai fasti di qualche anno fa, quando era prova inamovibile del Prestigio. Una giornata climaticamente perfetta per disputare una granfondo ha accolto i partecipanti. L’organizzazione ha confermato degli standard qualitativi davvero elevati, con grande attenzione alla sicurezza dei partecipanti, se non per un sistema di cronometraggio un po’ pericoloso e una gestione delle griglie di partenza con qualche errore, soprattutto per quanto concerne gli abbonati della Coppa Piemonte.

 

 

 

 

(Testo di Gianandrea Azario, foto di Play Full)

 

La Granfondo Internazionale Felice Gimondi ha la capacità di riportarmi indietro negli anni, quando ho iniziato a fare le prime granfondo. Era la seconda metà degli anni ’90 e in Italia di manifestazioni di questo tipo ne esistevano ancora poche, in pratica quelle che oggi sono considerate le grandi classiche, con la caratteristica di essere lunghe e dure. La Gimondi era ancora una delle meno impegnative, perché allora, se il percorso non prevedeva almeno 200 chilometri non si parlava di granfondo. Proprio per questo è una manifestazione cui sono particolarmente affezionato. Ciò nonostante la mia ultima partecipazione a Bergamo risale al 2009. Da allora, causa sovrapposizioni con gare appartenenti a circuiti cui ero abbonato, infortuni ed avverse condizioni climatiche, non mi sono più presentato al via. Eccomi quindi particolarmente curioso e contento di ritornare.

Dal punto di vista tecnico quello della Gimondi è un percorso che presenta salite medio lunghe, senza mai pendenze estreme, ma continue (con la caratteristica per chi fa il percorso lungo, di riservare le difficoltà maggiori nelle ultime due ascese), discese abbastanza difficili e falsopiani nei raccordi tra una salita e l’altra, ma senza strappi impegnativi. Insomma una gara da passisiti scalatori.

Per la Gimondi, questo 2015 rappresenta poi il ritorno ai fasti del passato. Dopo alcuni problemi con il maltempo nel 2011 e nel 2012, lo stop del 2013 per via dell’impraticabilità di molti tratti del percorso e l’edizione un po’ in sordina del 2014, con “soli” 2.000 iscritti ed un “lungo” differente nella parte finale da quello storico, quest’anno si corre nuovamente sul classico tracciato e tutti i dorsali disponibili (circa 4.000) sono esauriti già una settimana prima della partenza. A quest’ultimo risultato ha sicuramente contribuito anche il fatto di essere stata introdotta nel calendario della Coppa Piemonte, con i suoi numerosi abbonati.

La partenza della Felice Gimondi è fissata alle 7 del mattino ed unitamente al fatto che la distribuzione dei pacchi gara viene conclusa nella giornata del sabato costringe chi non abita proprio vicino a Bergamo a pernottare in zona. In realtà gli organizzatori di Coppa Piemonte offrirebbero il servizio del ritiro del pacco gara per gli abbonati che vogliono arrivare la domenica mattina, ma con alcuni compagni di squadra decidiamo di recarci comunque a Bergamo il sabato pomeriggio, sfruttando la gara per passare una giornata insieme. Arriviamo verso le 17 al Lazzaretto, uno dei posti sicuramente più caratteristici come base logistica di una granfondo, con i suoi chiostri seicenteschi ed il suo bellissimo prato interno, dove è facile trovare bambini che giocano in compagnia dei propri genitori, e gli ampi parcheggi del vicino Stadio Azzurri d’Italia ci permettono di posteggiare l’auto senza alcun problema.

L’argomento più dibattuto della vigilia è la suddivisione delle griglie. Ci sono delle stranezze che non tornano con il regolamento della gara e della Coppa Piemonte. In particolare non tutti gli abbonati che hanno diritto alla prima griglia hanno un numero corrispondente e alcuni leader di categoria sono stati relegati nella seconda griglia. Mentre sono al Lazzaretto per il ritiro del mio dorsale, vengo a sapere che, poco prima, proprio per questo motivo, l’organizzatore di Coppa Piemonte ha avuto una forte discussione con il comitato organizzatore della Gimondi. Avrò successivamente una telefonata di chiarimento con Renato Angioi, che mi confermerà come gli accordi che erano stati presi in questo senso siano stati disattesi e non sia stata data alcuna possibilità di porre un rimedio, dichiarandosi pertanto molto dispiaciuto di non essere riuscito ad ottenere per i suoi abbonati quanto era invece un loro diritto.

Al mattino della domenica la sveglia suona molto presto, alle 4:30. Anche la prima griglia, cui buona parte della nostra squadra ha diritto di entrare, è piuttosto ampia e contiene 600 persone, conseguentemente bisogna essere al via il prima possibile. La colazione è quindi leggera, per non aver problemi di digestione, dato che la temperatura esterna è ancora fresca a quell’ora del mattino ed è meglio non essere imballati in partenza. Raggiungiamo l’ingresso delle griglie intorno alle 6, dieci minuti prima della loro apertura ufficiale e sono già tanti lì in attesa, a testimonianza che la gara è molto sentita. Mi guardo intorno e vedo che ci sono quasi tutti i più forti, sia in campo maschile che in campo femminile, insomma siamo a quella che si può davvero definire una grande classica del ciclofondismo nazionale. Quando mancano circa 30 minuti al via, Paolo Mutton, con la sua inconfondibile voce, inizia ad intrattenerci e a trasmetterci, se mai ce mai ne fosse bisogno, un grande entusiasmo e motivazione. Arrivano così le fatidiche ore 7:00 e puntualissimi è ora di prendere il via.

La partenza di questa gara è piuttosto complicata: subito due curve secche a sinistra, poi un piccolo strappetto che tutti fanno come se fosse la volata per la vittoria, perché subito dopo c’è un restringimento. Qui rischio subito di finire la mia gara, perché un altro concorrente si sbilancia probabilmente per un tombino, e finisce sulla mia ruota posteriore, per fortuna senza trascinarmi a terra. La velocità è sostenutissima ed il sole basso, proprio in direzione opposta alla marcia della gara, rende difficile vedere bene cosa sta accadendo davanti alle nostre ruote.  Arrivare ai piedi del Colle dei Pasta è davvero un attimo, ma è una scarica di adrenalina continua. Ci vogliono 6-7 minuti ad arrivare in cima a questa prima breve ascesa di giornata, con continui rilanci per riuscire a tenere o a guadagnare posizioni. Le gambe sono già in sofferenza e abbiamo percorso poco più di una decina di chilometri. Una velocissima discesa ci riporta in pianura, dove tradizionalmente, dopo questa partenza al fulmicotone, si riprende un attimo fiato. A parte il fuggitivo della prima ora, Hubert Krys, che ha preso il largo appena partiti e che concluderà vincitore la sua gara solitaria, siamo tutti in un enorme gruppone di oltre 500 unità.

Arrivati a Casazza, una rotonda con svolta a sinistra annuncia l’abbrivio del Colle del Gallo, l’ascesa dove normalmente avviene la prima importante scrematura. L’inizio è un po’ difficoltoso per via di qualche strettoia, ma successivamente quasi tutti possono impostare il proprio passo. Si prova a tenere duro, per cui il ritmo con cui si sale è comunque piuttosto elevato. L’Albergo del Gallo annuncia la fine del tratto ascendente e introduce una velocissima e tecnica discesa, apprezzabile per il fatto che il fondo stradale è in ottime condizioni.

Un breve tratto di pianura ci porta a Nembro, dove attacca la leggendaria salita del Selvino. Caratteristica di questa salita è la sua estrema regolarità. Le pendenze sono sempre intorno al 5-6%, con un continuo alternarsi di lunghi pezzi rettilinei e tornanti (sono ben 19 complessivamente). Questa ascesa è cronometrata e chi impiegherà il minor tempo a scalarla avrà un premio. Resto piuttosto sorpreso dal fatto che il controllo di start sia effettuato salendo su due dossi in successione, anziché sui classici tappetini, cosa a mio avviso piuttosto pericolosa. Ci vogliono meno di 30 minuti, spingendo di buon passo, ma cercando comunque di salvare la gamba, perché la gara in fondo è appena iniziata, e siamo in cima. Altro passaggio sui dossi per prendere il tempo di cronoscalata (ma sono veramente pericolosi, mi dico) e giù in discesa. Questo, per chi ha tempo di guardarsi intorno, è uno dei passaggi più belli dell’intera granfondo. Si passa lungo l’orrido di Bracca, con le sue caratteristiche rocce scure che sovrastano la strada che stiamo percorrendo: uno spettacolo!

Giunti ad Ambria, c’è la prima divisione tra i percorsi. Coloro che fanno il percorso corto prendono a sinistra in direzione Bergamo, chi fa il lungo ed il medio, svolta a destra in direzione San Pellegrino Terme. E’ una fase interlocutoria della gara, molti ne approfittano per rifiatare ed alimentarsi. Non è infrequente che qui nuovamente ci si ricompatti in gruppi di dimensioni piuttosto grandi. E’ così anche questa volta. Mi porto nelle prime posizioni del mio gruppo e senza volerlo mi avvantaggio di un centinaio di metri. Non ha senso insistere, perché siamo troppo lontani dal traguardo e mi lascio riassorbire. Giunti a San Giovanni Bianco, una decisa svolta a sinistra, seguita da uno strappo abbastanza secco, introduce la quarta asperità di giornata. Si tratta di un’ascesa complessivamente lunga poco più di 20 chilometri per circa 620 metri di dislivello, suddivisa in due parti. Dopo un inizio molto facile, da fare di rapporto, si sale con pendenze crescenti fino a Costa Olda, dove una discesa di 3 chilometri porta all’attacco della seconda parte, in molti tratti piuttosto pedalabile, che conduce alla Forcella di Bura. Una bella discesa su strada piuttosto ampia ci introduce al secondo bivio di giornata. Dopo 113 chilometri di gara, a Brembilla, chi fa il percorso medio prosegue a sinistra in direzione di Bergamo, senza più dover scalare alcuna salita, chi fa il lungo invece svolta a destra e come dice qualcuno in gruppo con me, ha inizio la “vera Gimondi”.

Mancano circa 50 chilometri al traguardo e due salite. Iniziamo con il Berbenno, quattro chilometri e mezzo irregolari. Una parte iniziale con pendenze che raggiungono il 10-11% comincia a fare sentire la fatica di una gara più lunga di quanto siamo stati abituati finora a fare; il falsopiano di Laxolo consente un attimo di riprendere il fiato, ma le ultime rampe fino alla vetta della salita, fanno nuovamente soffrire. La discesa è breve, ma piuttosto difficile. Chi è bravo nella guida riesce a prendere un leggero vantaggio. Ma il piatto forte della giornata deve ancora essere servito.

Un breve tratto di falsopiano a salire ci porta a Sant’Omobono Terme, dove ha inizio la salita di Costa Valle Imagna, conosciuta dagli appassionati della zona come Valsecca, dal nome della località attraversata nel punto più duro della salita. Abbiamo davanti poco più di 7,5 chilometri di salita e quasi 600 metri di dislivello. Le pendenze non sono mai estreme (anche il punto più ripido nel centro di Valsecca non supera il 12%), ma non c’è mai un momento di respiro. La fatica è accentuata dal fatto che la strada presenta lunghi rettilinei e la giornata è davvero calda. Arrivare in cima dà un bel senso di liberazione. Ma non è ancora finita, perché occorre non distrarsi in discesa, la più impegnativa dell’intera gara: la sede stradale è abbastanza stretta, le curve tendono a portare fuori, i tornanti costringono a rilanci in piedi sui pedali. Ricordo che l’ultima volta che feci questa discesa l’asfalto era in condizioni rovinose, con tante buche che rendevano il tutto ancora più pericoloso. Quest’anno apprezzo invece il fatto che in molti punti la sede stradale sia stata completamente riasfaltata, grazie all’intervento dell’organizzazione della Gimondi: davvero un segnale di grande attenzione alla sicurezza dei partecipanti.

Finita la discesa mancano una quindicina di chilometri al traguardo. Prima il falsopiano a scendere verso Almenno San Salvatore, poi l’ultimo strappo che porta a Villa d’Almè, in cima al quale ci si ricongiunge con l’ultimo tratto dei percorsi corto e medio. I chilometri al traguardo vengono scanditi da grossi cartelli. Questo tratto purtroppo è a traffico aperto in direzione opposta alla marcia dei partecipanti. Non ci si può fare nulla: entrando in una grossa città come Bergamo, non si può chiudere completamente il traffico, neanche per il passaggio dei primi concorrenti. In ogni caso l’organizzazione ha previsto di salvaguardare la sicurezza del partecipanti, mettendo una moto staffetta davanti ad ogni gruppetto. Le moto staffette, una volta arrivate al traguardo, tornano poi indietro a Villa d’Almè a recuperare un gruppetto successivo e questo fino all’arrivo dell’ultimo concorrente. Un servizio d’ordine davvero di qualità.

L’ultimo chilometro della gara è un po’ complicato ed anche pericoloso. C’è una serie di curve ravvicinate, e per chi come me sta concludendo il percorso lungo ed è ancora in “fase agonistica”, occorre fare molta attenzione a quelli che stanno chiudendo il percorso medio ormai piuttosto stanchi. Ma la cosa più pericolosa sono i dossi per il rilevamento dei tempi sull’arrivo. I danni che ne ho io sono limitati (una caduta di catena con conseguente danneggiamento della verniciatura del telaio), mentre era andata peggio alla mia compagna di squadra Erica Magnaldi, che è giunta sul traguardo esultando per la vittoria della gara femminile sul percorso medio e ha perso il controllo della bici per colpa di questi dossi, cadendo contro le transenne. Per fortuna niente di grave per Erica, ma mi chiedo se davvero non fosse evidente a priori la pericolosità di questo sistema di cronometraggio.

La zona dopo l’arrivo è davvero ampia, c’è la possibilità di appoggiare la propria bici e mangiare qualcosa al ristoro. I primi commenti da parte di tutti sono relativi al fatto che è stata una gara veramente faticosa, anche probabilmente per via della giornata piuttosto calda, ma al di là del risultato, prevale la soddisfazione di aver preso parte ad una grande classica. Un po’ di defaticamento e ci si ritrova al Lazzaretto per il pasta party e le premiazioni, dove l’agonismo e le rivalità vengono messe da parte, il miglior modo per finire tutti insieme una bella giornata di sport.

Bentornata Gimondi, in tutto il tuo splendore, grande classica che dà il via ai veri percorsi di “granfondo”. L’organizzazione ha confermato di essere di notevole livello. Unico appunto nei loro confronti, a parte il non aver debitamente preso in considerazione il rischio che comportava il sistema di cronometraggio, la scarsa attenzione rivolta agli abbonati di Coppa Piemonte, che, non bisogna dimenticarlo, ha contribuito notevolmente a riportare il numero degli iscritti a quelli che erano consuetudine, quando la manifestazione era parte del Prestigio.

A questo link è disponibile la cronaca della gara, mentre questa è l'intera photogallery della manifestazione.

Le classifiche sono consultabili su sito tds-live.com.

(12 maggio 2015)

 

 

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