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Appunti di viaggio Randonnée   
Inserito il 04 maggio 2015 alle 17:02:13 da Giancarlo Bertocci. - Letto: (2558)

Ponte nelle Alpi: Randonnée delle Prealpi Orientali

Festa della Liberazione, con “mangia e bevi” e punte di gusto forte!

 

 

 

 

(Testo e foto di Giancarlo Bertocci)

Oggi è il 25 Aprile: l’Italia tutta festeggia l’anniversario della Liberazione dal giogo del Nazifascismo che, tramite la lotta partigiana a sostegno delle forze alleate di combattimento, riscattò un popolo intero alla riconquista della tanto agognata libertà! Festeggeremo quest’anniversario anche io e Bruno, mio grande amico e compagno di pedalate memorabili, liberandoci dallo stress quotidiano e facendo ciò che più ci piace nel tempo libero, cioè pedalare. Abbiamo in programma di raggiungere Ponte nelle Alpi per prendere parte alla Randonnée delle Prealpi Orientali, un brevetto sulla distanza di 300 chilometri, valido come prova sia del Campionato Italiano che come qualifica alla Parigi Brest Parigi. Sono previsti anche altri due percorsi, per chi ancora non se la sente di testarsi su distanza così impegnativa: il medio di 125 chilometri ed il corto di 75 chilometri, che rappresenta il classico percorso allenante per chi è solo ad inizio di stagione.

La levataccia, fissata di comune accordo per le ore 2:20, nel pieno della notte, è al fine di ritrovarci sotto casa mia alle 3 in punto e partire insieme per questa nuova avventura. Per non rubare altro importante tempo al breve riposo notturno, abbiamo anticipato al pomeriggio di ieri, le operazioni di carico in macchina delle bici da corsa, delle scarpe e dei caschi. Trascorre veloce la breve nottata e la sveglia suona impietosa, è ora della levataccia! Mi alzo e vado in bagno a sciacquarmi la faccia; adesso che sono ben sveglio, dopo essermi vestito adeguatamente in base alle previsioni meteo, nella speranza che siano azzeccate, esco comunque in balcone a scrutare il cielo, perché le stesse condizioni sono previste anche qui dove abito. Il cielo è parzialmente coperto, ma sembra che il tempo tenga e basse siano le possibilità di pioggia, ancora almeno per diverse ore. Guardo ai palazzi di fronte al mio: è davvero un bel colpo d’occhio vedere il tricolore esposto ai balconi, in segno di festa, a sottolineare l’orgoglio di essere Italiani e l’amor di Patria.

Rientro in cucina, richiudendo la porta del balcone, e siedo a tavola per consumare velocemente la colazione a base di tè, biscotti e cereali, preparata da mia moglie, che alzatasi appresso a me, immancabilmente, mi riempie di attenzioni e raccomandazioni. Le do un bacio e la saluto, uscendo di fretta da casa, perché Bruno è arrivato, con qualche minuto di anticipo, annunciandosi con un paio di squilli al mio cellulare, prima di riagganciare. Scendo fino al piano seminterrato, borse alla mano, usando l’ascensore per via del loro ingombro, ed accedo alla corsia garage per poi uscire in strada. Saluto Bruno, ripongo le borse nel bagagliaio, salgo sull’auto e partiamo. Prendiamo la superstrada, le luci del paese ormai alle nostre spalle si affievoliscono e subito il buio della notte ci ingoia, squarciato davanti a noi solo dai fari dell’auto. Non circola anima viva in strada, se non qualche sporadico mezzo, di tanto in tanto. Giunti a Bolzano, svoltiamo per entrare in autostrada, che percorriamo fino a Trento, dove ne usciamo per prendere in direzione della Valsugana, seguendo così una strada statale vecchia ma che ci consentirà di accorciare il viaggio non di poco. Abbiamo riposato tutti e due a sufficienza, visto che la sera precedente siamo andati a dormire molto presto e, nonostante l’ora, non siamo per niente assonnati. Ascoltando musica e parlando del più e del meno, il tempo di guida previsto per arrivare a destinazione vola e ci ritroviamo a Ponte nelle Alpi addirittura in leggero anticipo sulla tabella di marcia.

Troviamo parcheggio in una piazzola poco distante dal tendone allestito per le iscrizioni ed il ristoro finale, che è ancora chiuso anche se già illuminato all’interno. Restiamo in macchina, rilassati, in attesa che siano le 5:30 poi scendiamo, al vedere i ciclisti riunirsi nei pressi del tendone stesso per entrarvi a completare le operazioni di iscrizione. Man mano consegniamo tutti le liberatorie, ritirando le carte di viaggio; fatta questa operazione, io e Bruno, torniamo nuovamente all’auto, commentando con voce tremula, su quanto sia ancora umida e fredda la notte che sta per finire. Brividi di freddo ci scuotono repentinamente facendoci venire la pelle d’oca, la temperatura è di 7°C. Velocemente completiamo la nostra vestizione per tenerci più caldi, scarichiamo dall’auto le bici e montiamo le ruote, oltre ad agganciare le borse da viaggio. Troviamo lì, nel piazzale del parcheggio, anche il nostro compagno di società Loris, giunto a Ponte nelle Alpi già il giorno precedente, per pernottarvi presso un B & B. E’ già pronto, bici alla mano e così tutti insieme ci portiamo in griglia di partenza. Giusto il tempo di mettere il primo timbro sulla carta di viaggio, scattare qualche foto ricordo e ci viene dato il via ufficiale: si va, inizia l’avventura!

Come sempre, i più grintosi partono a buon ritmo e mettono da subito in fila indiana il gruppetto composto da una ventina di unità. Alla nostra sinistra, accompagniamo il placido scorrere del Piave, fiume sacro alla Patria in memoria dei numerosi caduti della prima guerra mondiale, durante i duri combattimenti tra gli eserciti austro-ungarico ed italiano, con quest'ultimo che con i suoi molteplici atti eroici fermò, appunto su queste sponde, il dilagare dell’armata nemica dopo la disfatta di Caporetto! Percorrendo la statale 50, raggiungiamo in pochi minuti il capoluogo di provincia, Belluno, attraversandolo. La pedemontana prosegue in leggera salita in direzione Mas, dove passiamo sul ponte che unisce le sponde del torrente Cordevole, svoltando poi a destra, per continuare in direzione Feltre. Siamo nel comune di Sospirolo; la strada ora con un saliscendi ci porta a sconfinare, per qualche chilometro, nel magnifico Parco delle Dolomiti Bellunesi; si attraversa Certosa di Vedana, rinomato appunto per la Certosa, luogo di ritiro spirituale dell’ordine dei Certosini e di ospitalità per viandanti in cerca di luoghi tranquilli dove meditare. Pedalando a ritmo sostenuto, costeggiamo brevemente l’omonimo laghetto poco fuori l’abitato, con i suoi prati torbosi, e puntiamo verso Mis, Piz, Mezzacasa ed Oregne, dove la strada ricomincia a salire. Siamo ancora a gruppo compatto, ma questa situazione dura poco, perché giunti a Paderno, nella frazione di San Zenon, mi accorgo che Bruno si stacca fermandosi.

Rallento anche io ed accosto a bordo strada, approfittandone per mangiare un panino, nel mentre chiedo a Bruno come mai si è fermato e vedo che inizia ad armeggiare dietro al bagaglio attaccato al tubo reggisella. Abbiamo percorso appena 25 chilometri e non capisco il motivo di quella sosta improvvisa, fino a quando Bruno non mi mostra il supporto del porta bagaglio rotto! E’ un bel guaio, non abbiamo nulla per porvi rimedio, allora consiglio a Bruno di usare gli elastici presenti sopra alla borsa da viaggio, come bretelle per mettersi il tutto in spalla. Seguendo il mio consiglio, Bruno carica in spalla la borsa e ripartiamo per affrontare la prima salita, che offre tratti a pendenza di tutto rispetto, verso San Gregorio. A circa metà salita Bruno è nuovamente vittima di un contrattempo: gli cede il tubo sella, infilandosi nel piantone fermato solo dall’anello di fissaggio, supporto della borsa da viaggio che gli si era rotto poco prima. Decidiamo di proseguire fino allo scollinamento della salita, in località Cort, che è qualche chilometro più avanti, per poi adoperarci a sistemare l’inconveniente.

Bruno è costretto a pedalare fuorisella per tutto questo tratto. Arrivati in cima ci fermiamo, nonostante l’attrezzatura non riusciamo a fissare a sufficienza il collarino reggisella, dopo aver riposizionato la stessa all’altezza giusta. Bruno è in preda allo sconforto, perché vede concretizzarsi lo spettro del ritiro; prima la rottura del supporto della borsa posteriore ed ora il collarino con la testa delle viti rovinate, lo hanno messo di cattivo umore e sta per abbandonare! Nel frattempo Loris, non vedendoci più far parte del gruppo, si è staccato, tornando indietro a cercarci, sospettando potessimo avere qualche sorta di problema. Preso atto di quanto accaduto, cerca tra la sua attrezzatura e ci passa una chiave a brugola per vedere se riusciamo a fissare le viti del collarino con quella. Fortunatamente Bruno riesce a stringerne una delle due al punto che blocca il tubo reggisella e possiamo così proseguire!

Abbiamo perso oltre una mezz’ora di tempo e Bruno va davanti a tirare per recuperarne un poco. Non riusciremo più ad agganciare il gruppo di testa, troppo veloce per noi, e quei pochi che passeremo in giornata ci lasceranno andare per via della nostra velocità comunque alta. Proseguiamo così, attraversando rapidamente i paesi di Cesiomaggiore, Soranzen, Villabruna e Foen, fino a giungere a Pedavena, sfiorando Feltre. Da Pedavena la strada diventa un percorso tipo mangia e bevi con alternanza di piccoli tratti in discesa ed in salita fino ad Arsiè dove, al sessantaduesimo chilometro, è posto il primo controllo presso il bar San Marco. Fuori dal bar, parcheggiate le bici da corsa, troviamo un tavolino dei timbri ed alcune penne da utilizzare per validare le carte di viaggio. Entriamo nel bar per ristorarci ed usufruire del bagno e ripartiamo, prima che ci si raffreddino troppo gli indumenti sudati addosso!

Da Arsiè, punto più a sud della randonnée, la strada risale dolcemente verso nord, passando per i paesi di Caupo, Seren del Grappa e Rasai, scendendo poi velocemente ad Anzù. Da Nemeggio la strada torna a salire costantemente per fare ritorno a Ponte nelle Alpi. Dopo Busche, attraversato nuovamente il Piave, costeggiamo la parte sinistra della Valbelluna, attraversando numerosi borghi caratteristici e rustici, tra cui Trichiana, città decorata con la medaglia di bronzo al valor militare durante la seconda guerra mondiale, per i sacrifici della sua popolazione e per l’attività partigiana. Proseguendo ancora, passiamo Limana e torniamo a Belluno, passando però a sud di questa, perché rimaniamo sempre a sinistra Piave. Ormai Ponte nelle Alpi è a meno di 10 chilometri e di lì a poco, passato nuovamente un ponte sul Piave, la raggiungiamo chiudendo così il primo anello di 120 chilometri.

Il percorso è ancora lungo, ma il tempo tiene, anche se più coperto che in mattinata. Prendiamo decisi in direzione di Soverzene, uno dei più piccoli comuni del Veneto, nel quale però vi è una importante centrale elettrica, che, grazie ad una diga, sfrutta le acque del lago artificiale creato in Val Gallina per alimentarla. Appena fuori dal paese, troviamo un punto di controllo segreto. Siamo al 124mo chilometro. scendiamo ed appoggiamo le bici, salutiamo lo staff presente e porgiamo le carte di viaggio, per far registrare il nostro passaggio.

Il punto di controllo segreto è anche dotato di un fornitissimo ristoro, dove non mancano bevande varie, banane, mele, arance e panini imbottiti con affettati e formaggio. Mangiamo due panini a testa e della frutta, bevendo Coca Cola per assumere un poco di zuccheri, poiché sappiamo che sta per arrivare la parte più dura del percorso. Bruno ne approfitta per chiedere agli organizzatori se può lasciare a loro il compito di riportargli all’arrivo lo “zaino” improvvisato, che si è portato sulle provate spalle per quasi 100 chilometri; loro gentilmente acconsentono e così Bruno lo svuota di quanto gli è necessario, mettendo il tutto nelle tasche della maglia e dello smanicato antivento e glielo consegna.

Ripartiamo e, passato un dentello di salita in quel di Provagna, risaliamo ancora il corso del Piave fino a Cordissago. Vedere al di là del Piave il paese di Longarone mi richiama alla mente i documentari visti in gioventù sulla immane tragedia. Immagino la gigantesca onda d’acqua scaricatasi dal bacino idrico del Vajont più a monte, il 9 ottobre del 1963 in tarda serata, generata dalla grossa frana staccatasi del monte Toc. Onda che scavalcò la diga, scendendo a valle e devastando tutto sul suo percorso, abbattendosi sul paese e radendolo al suolo completamente, provocando ben 1458 morti, computo che salirà poi a 1910 morti in tutto. Il paese è stato insignito della Medaglia d’Oro al valor civile per come i cittadini, sopravvissuti alla immane catastrofe, si prodigarono nell’opera di soccorso dei superstiti. Mi butto questo triste pensiero alle spalle ed insieme ai miei compagni attacco la salita, curioso di vedere un posto nuovo per me e di potermi rendere conto se effettivamente sia, come mi è rimasta nei ricordi, la diga stessa!

La salita non è molto impegnativa, il tratto più duro è al 9% ed è lunga poco più di 6 chilometri, con una pendenza media intorno al 5%. Nel 2013 la percorsero anche i professionisti nel Giro d’Italia; nell’occasione il primo allo scollinamento fu Ramunas Navardauskas. In trenta minuti, io e Loris siamo in vetta; Bruno ci ha anticipato di qualche minuto, salendo più veloce, allo scopo di cogliere degli scatti fotografici panoramici. Giunti alle gallerie ci fermiamo. Dinanzi a noi, la struttura della diga, a doppio arco in cemento armato, è impressionante: alta oltre 260 metri, sbarra una stretta gola di roccia. Tutt’ora, a 55 anni dalla sua inaugurazione, è ancora la quinta tra le dighe più alte del mondo! Scattiamo alcune fotografie e accese le luci entriamo in galleria, per passare sull’altro versante. Possiamo così vedere con i nostri occhi il fronte del monte Toc, franato all’interno del bacino della diga. La frana è di proporzioni gigantesche ed ha riempito la diga quasi per metà della sua altezza, il bacino è vuoto e la natura se n’è impossessata riempiendo tutto di vegetazione.

Risaliamo in bici e ci avviamo perché il tempo scorre e tra peripezie e posti incantevoli ne abbiamo fatto passare più del dovuto. Scendiamo ora velocemente verso Erto, costeggiando il lago del Vajont, le cui acque in uscita sono state deviate artificialmente, per non farle più confluire nella diga. Poi si risale brevemente per raggiungere il Passo Sant’Osvaldo a 827 metri di quota e puntare decisi in discesa su Cimolais e San Floriano, proseguendo lungo il corso del torrente Cellina e costeggiando il lago di Barcis, di cui il Cellina è affluente. Passato il lago, dopo qualche chilometro la strada torna a salire in modo deciso e si va ad affrontare il tratto più duro dell’intero percorso, quello che dall’abitato di Andreis porta in cima alla salita della Forcella di Pala Barzana. Facili i primi due chilometri, poi il terzo impenna improvvisamente con un breve tratto sterrato e punta di pendenza all’11,6%! Si torna a tirare il fiato al quarto chilometro e poi ne segue uno con pendenza intorno all’8% per poi passare, al successivo chilometro, nuovamente all’11,1%. I restanti chilometri fino in vetta non scendono mai sotto il 7,2% con pendenza massima all’8,1%. Scolliniamo provati, specie io che mi sono dilungato a fare foto lungo la salita ed ho forzato per tornare sotto a Loris; imprendibile Bruno che ha tirato dritto fino in cima senza mai fermarsi. Quando arriviamo in vetta, lo troviamo seduto sullo scalino del monumento dedicato ai caduti di guerra che ci punta col suo smart phone per immortalarci! Sostiamo a mangiare un panino per reintegrare i carboidrati bruciati e bere, mettiamo le mantelline antivento e torniamo a scendere in direzione di Meduno.

La discesa è impegnativa e mette a nudo la scarsa dote di Loris, che compie i numerosi tornanti praticamente a passo d’uomo. Sono una quindicina di chilometri e ci vogliono circa trenta minuti per arrivare a Meduno, dove c’è il punto di controllo, presso il bar Marin. Timbriamo il brevetto e, bevuto qualcosa velocemente, usciamo per ripartire. Mancano gli ultimi 100 chilometri a destinazione, ma il tempo ha dato segni di pioggia già in discesa dalla forcella, dove la strada era bagnata. Fortunatamente, prima che passassimo, aveva smesso di piovere. Ora però il cielo è coperto da nuvole più cariche di pioggia e dobbiamo affrettarci per cercare di evitare quanto più possibile di prenderne. La strada scende ancora e velocemente raggiungiamo Sequals, per riattraversare il torrente Meduna e proseguire in leggera salita verso Maniago. Continuando, attraversiamo anche il torrente Cellina, raggiungiamo Montereale Valcellina e proseguiamo su strada con sali scendi fino a Giais. Loris, da una ventina di chilometri, tiene a difficoltà le nostre ruote e spesso rallentiamo ad aspettarlo.

Poi però la strada torna a scendere in leggera pendenza e Bruno aumenta velocità e cadenza perché inizia a gocciolare. Per fortuna Loris in discesa, anche se a denti stretti, riesce a tenere il ritmo di Bruno, standogli a ruota e per una ventina di chilometri, fino in località Fiaschetti che, con i suoi 28 metri di quota, rappresenta la quota più bassa di giornata. Non scendiamo mai sotto i 40 km/h, se non in prossimità di qualche incrocio. Smette di gocciolare perché si è alzato vento sostenuto che per fortuna soffia a favore. Seguono una decina di chilometri in cui dobbiamo calare sensibilmente la velocità, perché Loris è molto provato dalla forte andatura fatta in discesa, ma nel contempo arriviamo all’ultimo punto di controllo in località Pinidello, presso il bar Green River.

Decidiamo di sostare un poco più a lungo, perché ormai mancano solo poco meno di una cinquantina di chilometri al traguardo ed anche per dar modo a Loris di rifiatare da questo duro tratto percorso in territorio Friulano. Ci eravamo entrati poco prima di giungere alla diga del Vajont ed ora lo abbiamo appena lasciato, nei pressi di Cordignano, poco prima del controllo a cui siamo fermi. Ho una fame da lupo ed anche i miei compagni, così diamo assalto al banco ordinando diversi filoncini ripieni di mozzarella e sugo o di prosciutto mozzarella e rucola. Loris beve un succo di frutta, Bruno si dà alla Coca Cola ed io invece decido di bere una bella birra fresca in lattina. Sono le 17:30 quando ripartiamo, lo stomaco è appesantito da quello che abbiamo mangiato e ci vuole un poco per tornare ad andare a buon ritmo.

Proseguiamo in direzione di Cappella Maggiore e Vittorio Veneto con la strada che sale e Loris che comunque sembra riesca a tenere ancora un discreto ritmo. Arriva però l’ultima fatica di giornata ed è costretto a rallentare, per non andare fuori giri, nel tratto che va da Nave San Floriano a Sella Fadalto, dove finisce la salita. Non ci restano che pochi chilometri, percorrendo i quali costeggiamo il lago di Santa Croce, per lasciarne la sponda destra in direzione di Puos D’Alpago e ritornarvi giusto per attraversare il canale Cellina, che lo alimenta, e risalirne infine la sponda sinistra fino a Ponte delle Schiette. Ormai è cosa fatta, ancora una decina di chilometri o poco meno e stiamo per raggiungere il traguardo. Però la strada e la salita hanno prosciugato le borracce di Loris, che senza avvisarci decide di sostare ad una fontana intravista a Polpet. Io e Bruno non ci accorgiamo che si è staccato e proseguiamo fino nei pressi del traguardo, dove a meno di un chilometro decidiamo di aspettarlo per arrivare e festeggiare insieme. E’ un’attesa che dura troppo, oramai lo aspettiamo da oltre cinque minuti e così decidiamo di andare al traguardo e chiamarlo al telefono, così facciamo e mentre cerchiamo di contattarlo, lo vediamo arrivare lentamente, stanco e provato, ma felice come noi di aver conseguito questo importante brevetto per la Parigi-Brest-Parigi.

Non ci resta che riporre le bici in macchina e andare sotto la doccia perché dopo, oltre al brevetto conseguito, ci aspetta anche un bel piatto di “Pastin”, un minestrone con fagioli di Lamon, accompagnato da alcune fette di ottimi formaggi locali e di salame, con contorno di insalata. Il tutto, “annaffiato” da qualche bicchiere di buon vino, bevuto parlando con gli organizzatori di questa bellissima rando che personalmente consiglio di fare anche come preparazione a quelle più estreme, visto i 3.235 metri di dislivello positivo e gli incantevoli paesaggi e scorci panoramici goduti.

A titolo informativo gli iscritti sono stati 195, i partiti 175 (di cui 65 su distanza di 300 chilometri e 110 partenti suddivisi tra percorso medio e corto)

Un grazie sentito per l’ospitalità alla società organizzatrice, la ASD Due Ruote Sport e a tutto lo staff che ha collaborato alla riuscita di questa bellissima randonnée.

(4 maggio 2015)

 

 

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