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Appunti di viaggio Cicloturismo   
Inserito il 30 marzo 2015 alle 18:16:55 da Giancarlo Bertocci. - Letto: (3056)

Amsporando: cronaca di una giornata uggiosa

La primavera 2015 si presenta con il suo lato meno gradito. Una giornata di pioggia e freddo accoglie i partecipanti alla Amsporando, rendendo ancora più faticoso portare a termine il tracciato di oltre 200 chilometri a cavallo tra le province di Milano, Novara e Varese. Un percorso molto suggestivo, che ha visto comunque brevettarsi 44 concorrenti.

 

 

 

 

(Testo e foto di Giancarlo Bertocci)

Ben arrivata primavera, stagione in cui l’aria si fa mite, seppur fresca, e risveglia la natura, bagnandola di rugiada e pioggia! Oggi, 22 Marzo, accompagnerai quanti di noi non temono questo tuo carattere pazzerello, venuti anche da lontano per conseguire questo brevetto, in un altro ciclo della natura che riparte, cogliendone la bellezza con lo sguardo.

Anche se le previsioni meteo annunciano una giornata uggiosa, ormai tutto è stato pianificato, per raggiungere, insieme ai due amici dell’Athletic Club Merano, Antonio e Giorgio, Rho, località dove è fissato lo start della prima edizione della Amsporando, una randonnée sulla distanza di 200 chilometri con dislivello di circa 2000 metri. La sera precedente ho fatto tardi, reduce da una cena con amici, rientrando a casa che sono già le 0:30 del giorno stesso in cui dobbiamo prendere parte alla randonnée e, prima di andare a riposare, ho caricato in macchina la mia e tutta l’attrezzatura lasciatami la sera prima dai compagni di pedalata e ho parcheggio la macchina nel garage. Salito in casa sono andato a letto che era l’una. Ho riposo (per modo di dire) poco più di un paio d’ore, visto che la sveglia suona alle 3:40, ora fissata per la levataccia. Mi rendo subito conto di non essere per niente lucido, ma mi alzo ugualmente perché gli amici mi aspettano. Consumo una veloce colazione a base di tè e cereali con l’aggiunta di qualche biscotto, preparatami da mia moglie, alzatasi appresso a me e che, perplessa, mi osserva e mi chiede se sono sicuro di quanto sto per fare. Lo so è molto preoccupata e sinceramente lo sono anche io, tanto che preferisco non risponderle!

Tempo scaduto sulla tabella di marcia, sono le quattro e se non mi muovo rischio di far tardi. Ho gli amici da andare a prendere e così, dato un bacio alla moglie, richiudo velocemente la porta alle mie spalle e scendo in garage a prendere la macchina. Uscendo dalla rampa del garage i vetri si imperlano di tante finissime goccioline d’acqua. Pioviggina e questo non mi conforta, avvio il tergicristalli in modalità intermittente lenta e proseguo. Passo prima a prendere Giorgio, che abita vicino a casa mia; un quarto d’ora più tardi carichiamo anche Antonio e si parte. E’ ancora buio pesto, ma le strade sono libere, così, anche se piove non v’è necessità di moderare ulteriormente la velocità. Durante il viaggio parliamo del meteo, nostra preoccupazione principale, e del vestiario da adottare per far fronte alla situazione. Antonio è tra di noi il meno convinto che si possa pedalare per 200 chilometri sotto l’acqua. E’ anche il più giovane e non ha mai pedalato in condizioni di maltempo. Ci dice che se piove lui non parte, poi si chiude in un inviolabile silenzio. Il viaggio trascorre senza problemi, se non per una unica sosta: ho bisogno urgente di un caffè che mi stimoli e mi faccia passare un poco di sonnolenza, a cui accompagno un buon cornetto. Giorgio prende il suo caffè, mentre Antonio beve un succo d’arancia e poi ripartiamo per arrivare puntuali a destinazione.

Sono le sette e quaranta quando arriviamo a Passirana di Rho; parcheggio l’auto e, prima ancora di vestire le tenute sportive, entriamo nella sede della Amspo a consegnare le liberatorie e ritirare le carte di viaggio. Vedo che sul fondo della sala vi è un angolo bar con una macchinetta per il caffè e ne approfitto per farmene fare uno: lo mando giù, quasi a scottarmi il palato, per darmi un ulteriore svegliata. Torniamo all’esterno, mentre già i primi gruppi di randagi sono pronti e scalpitano per partire, gironzolando per le vie limitrofe allo scopo di riscaldare la muscolatura, nell’attesa che gli venga impartito lo start. Scarichiamo le biciclette dall’auto, montiamo le ruote, poi procediamo a vestirci, il tutto mentre pioviggina ed un opprimente cappa di nuvole grigie incombe sul contesto; la temperatura è di 7 gradi. Antonio e Giorgio hanno messo la tenuta invernale, io ho deciso che basta quella da mezza stagione. Mi metto a petto nudo per agganciare intorno al torace la fascia cardio ed inizio a tremare per l’aria fredda ed umida. Dopo essermi vestito a strati mettendo una canottiera stop-wind, la maglietta estiva, lo smanicato antivento, i manicotti e la giacchetta antipioggia, continuo a tremare come una foglia, così è anche per i miei compagni. Nel frattempo sono arrivate le otto e puntuali partono i primi gruppetti di ciclisti.

I miei amici sono già pronti, mentre io sono ancora dubbioso se mettere i pantaloni antipioggia o meno; calzo i soprascarpe antipioggia per ripararmi i piedi dall’acqua dell’asfalto bagnato, metto la cuffietta antipioggia sul casco per tenere all’asciutto la testa dalla leggera pioggerellina che cade e decido di non vestire il pantalone antipioggia. Chiudo l’auto, avvio il cardiofrequenzimetro ed insieme ai miei compagni di giornata ci avviamo allo start, per apporre il primo timbro sulla carta di viaggio. Sono le otto e cinque minuti, si parte alla conquista del brevetto Amsporando!

Lasciata alle spalle Rho, subito la pioggia inizia ad aumentare di intensità, anche se non è particolarmente forte; nel giro di pochi chilometri attraversiamo i paesi di Barbaiana, Vanzago e Parabiago, adesso piove più intensamente e l’acqua inizia ad inzupparci i piedi e le tute. Decido comunque di non fermarmi, nella speranza che possa smettere di piovere. Proseguiamo ad andatura lenta, perché in gruppo con noi abbiamo due randonneur che ci chiedono di aspettarli. Evitiamo di metterci in scia l’un l’altro, perché l’acqua e la sabbiolina tirate su dalle ruote posteriori di chi precede colpiscono in modo fastidioso il volto, impedendo una buona visuale della strada. Attraversiamo i paesi di Casorezzo, Inveruno e Castano Primo: fino a qui la strada è stata un piattone di circa 25 chilometri. A Turbigo la strada prosegue in leggera discesa verso il corso del Ticino e girando a destra da via Molinara ci ritroviamo a costeggiare il Naviglio. Suggestivo lo scorcio su questo grande canale, facente parte di un sistema di canali irrigui e navigabili con baricentro a Milano, creati per mettere questa città in comunicazione con il lago Maggiore, quello di Como ed il basso Ticino, aprendo così al capoluogo lombardo le vie verso la Svizzera, l’Europa nord-orientale, i Grigioni e l’Europa Nord-Occidentale, nonché verso il Po e quindi verso il mare Adriatico. Seguiamo il corso del Naviglio fino a Tornavento, dove saliamo sul Ponte delle Chiuse, per attraversale e passare sull’altra sponda. Proseguiamo per un chilometro e, dopo aver svoltato a sinistra ed attraversato anche il ponte sul fiume Ticino, lasciamo la Lombardia per passare in Piemonte, nel Novarese, e raggiungere, percorrendo un rettilineo di strada in leggera salita, Oleggio, il cui antico centro storico si staglia su un cocuzzolo, contornato da nubi basse e cariche di pioggia, che celano alla vista forse uno dei più bei panorami che si sarebbe potuto vedere, quello delle Alpi che vanno dal Torinese all’Ossolano, in cui imponente ed evidente sarebbe stata la presenza del Monte Rosa.

Da Oleggio, la rando inizia ad entrare nel vivo, perché ci troviamo a pedalare su saliscendi a tratti impegnativi che ci portano fino a Suno, dove c’è la deviazione per il percorso corto. Antonio lamenta che ha fame e che le condizioni meteo lo stanno mettendo a dura prova. Vuole deviare sul percorso corto ma, sia io che Giorgio, vogliamo portare a termine quello lungo, così tiriamo dritto ed anche Antonio ci segue inconsapevolmente. Passiamo Bogogno, Veruno e Gattico: bello il colpo d’occhio sui vitigni del Novarese, che si intravvedono in un gioco di evanescenza, creato dalle nuvole basse che ne smorzano i colori, appiattendo un poco tutto il paesaggio all’intorno. Da qualche chilometro siamo rimasti in tre e così sarà per tutto il resto del percorso. Gli altri compagni di giornata si sono staccati, là dove le rampe incontrate sul percorso erano più dure. Procediamo per Borgomanero, per poi raggiungere Gozzano: la strada ora scende decisa verso la sponda orientale del lago d’Orta. Dobbiamo fare attenzione, perché ha iniziato a piovere copiosamente e si fatica a vedere la strada, attraverso gli occhiali. I freni stridono, sporcati dalla sabbia raccolta dalla strada, che si deposita sui pattini, e per gestire al meglio le frenate bisogna dare qualche colpetto a vuoto per tirarla via dai pattini stessi, prima di pinzare decisi per frenare nelle curve secche che si trovano lungo la discesa. Riesco a dare qualche occhiata al lago nei momenti meno impegnativi di guida ed è un panorama fantastico, in uno scenario di nubi grigie e basse. Intravvedo il Santuario della Madonna del Sasso ergersi bianchissimo su una roccia a picco sul lago, così come l’isola di San Giulio. Attraversiamo Orta San Giulio ed alla rotonda di Villa Crespi giriamo a destra in salita per Armeno, posto a 523 metri di quota, passando davanti alla Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta, in stile romanico, risalente al 1100. Da qui, dopo un falsopiano, inizia un tratto impegnativo di salita che di solito viene abbinata a quella del Mottarone, che è nella storia del ciclismo, perché più volte visitata dal Giro d’Italia. Sono cinque chilometri di ascesa, con un breve tratto in discesa di 500 metri, per un dislivello di 310 metri al 6,2% medio; tocchiamo la pendenza massima nei pressi del bivio dopo il cimitero ed è del 14%!

Antonio trova in questa salita il suo calvario personale: in crisi di fame, sale zigzagando, mentre Giorgio è sul suo terreno ideale e decide di andare spedito fino al punto di controllo e ristoro. Io sto bene, ma vedendo Antonio in difficoltà mi fermo ad aspettarlo, scattando qualche foto al bellissimo panorama del bosco di faggi e castagni, con la strada che ripiega su se stessa in stretti tornanti, ed anche alla sua espressione stravolta. Finalmente giungiamo anche noi al punto di controllo e ristoro, Giorgio si è già alimentato ed ha già timbrato la carta di viaggio, Antonio voracemente mangia alcune fette di crostata alla marmellata di fragole, bevendo del tè caldo per mandarle giù, io scatto alcune foto e faccio altrettanto. Siamo a Coiromonte, paese piccolo ed antico, all’ingresso del quale un lavatoio suggerisce, con una scritta, “chi beve a questa fonte ritorna a Coiromonte”. E’ cima Coppi di giornata a 810 metri di quota, pioviggina ancora ed è davvero freddo. Intorno, in alcune sacche del terreno, c’è ancora abbondante neve residua che fatica a sciogliersi. Il mio Garmin segna una temperatura di un grado e adesso ci aspetta una discesa ripida ed impegnativa, in cui si pedala poco ed il freddo penetra ancor più, scuotendoci con brividi improvvisi. Su strada scorrevole raggiungiamo prima Sovazza e poi Gignese, rinomata per il museo dell’ombrello. In inverno gli abitanti del posto scendevano in pianura per integrare i miseri guadagni del lavoro contadino, vendendo ombrelli.

Proseguiamo in direzione di Stresa e, dopo aver passato Vezzo, giriamo a destra percorrendo a mezza costa l’Alto Vergante. Suggestivi ed incantevoli i luoghi che attraversiamo, tra i quali Carpugnino con la sua chiesa romanica di San Donato, risalente all’XI secolo, contornati da piacevoli scorci panoramici sul Lago Maggiore e dalle colline che lo delimitano, seppur parzialmente nascoste dal maltempo. Il percorso è in discesa, ma alcuni brevi tratti in salita mitigano il sollievo della discesa e la fatica inizia a farsi sentire, specie per me che ho dormito quasi niente e che inizio a soffrire per un dolore che si sta acuendo al ginocchio sinistro.
Passiamo anche per Massino Visconti, con il suo Castello Visconteo, dal quale la famiglia si propagò in Lombardia, estendendo il suo potere fino a divenire Signora di Milano. La strada continua con dei saliscendi, passiamo così da Ghevo, Montrigiasco, Oleggio Castello e Dormelletto, per picchiare poi su Cascina Malpensa. A Sesto Calende si riattraversa il Ticino, lasciandoci alle spalle il Piemonte, per rientrare in Lombardia, nella provincia di Varese, proseguendo verso il lago di Comabbio, che raggiungiamo in località Cargegno, costeggiandolo fino ad una svolta a destra in località San Pancrazio, dove è situato il secondo controllo.

Scendo dalla bici e faccio timbrare la carta di viaggio, imitato dai miei compagni di giornata. Mangiamo poi dell’altra crostata, bevendo ancora tè caldo, facendo qualche altro scatto fotografico a ricordo. Io decido di cambiare i guanti, perché sono talmente zuppi che non tengono più nemmeno calde le mani. Getto via quelli appena tolti, perché usurati e poi, indossati quelli nuovi, si torna a pedalare per non prendere troppo freddo anche al resto del corpo. La strada torna a salire tra verdi prati e radi boschi collinari, passando per Casale Litta, Crosio della Valle e Azzate, fino a salire a Brunello. Si scende poi attraverso Caidate, Sant’Alessandro e Castronno, dove in località Jerago con Orago, il percorso si ricongiunge a quello del corto. Siamo in Valle Olona, nella fase finale di questa bellissima rando, dove ci aspetta il breve strappo di Carnago e la seguente discesa verso il Serpio, zona di importanza storica, in cui si sono alternati i domini, romano, longobardo e franco. La discesa prosegue passando davanti al suggestivo Monastero di Torba, per terminare nello stesso centro abitato. Dopo una svolta a sinistra ci aspetta l’ultima fatica di giornata: è un breve strappo, ma al 13% di pendenza ed il dolore al ginocchio sinistro è a malapena sopportabile; fortuna vuole che come rapporto massimo ho il pignone da 30 e lo sfrutto tutto per pedalare agile e non gravare ancor più sul ginocchio dolorante.

Adesso la strada si presenta come un falsopiano in discesa e posso tirare il fiato aiutato da Giorgio, che ormai da diversi chilometri sta davanti a tirare, alternandosi a tratti con Antonio. La strada scorre veloce sotto le ruote delle nostre biciclette e, finalmente, ha anche smesso di piovere. Siamo ad una trentina di chilometri dal traguardo e penso che ormai è fatta, ma sbaglio perché nei pressi di una rotonda, causa un malinteso, Giorgio prende a destra. Prontamente lo correggo, dicendogli che deve andare dritto, lui devia verso me, che, per schivarlo, freno bruscamente e mi ritrovo chiuso sulla sinistra da Antonio. Siamo praticamente fermi, solo che non riesco a sganciare per tempo la scarpa sinistra, quella della gamba col ginocchio dolorante e finisco a terra! Per fortuna non è nulla di grave: una botta all’avambraccio ed una leggera alla coscia. Fatico a sganciare il piede dal pedale, ma appena ci riesco prontamente mi rialzo; l’incrocio è trafficato ed abbiamo fermato alcune macchine con questo imprevisto. Constato che non ho niente di grave e incito i miei compagni a riprendere il percorso, che portiamo a termine nel giro di un’oretta, giungendo a Rho nel tempo di otto ore e cinquanta minuti.

Fatto apporre l’ultimo timbro sulla carta di viaggio, andiamo a farci una bella doccia calda e, vestiti gli abiti borghesi, partecipiamo anche all’ottimo pasta party, con tanto di buon vino offerti dall’organizzazione. A fine pasto la stanchezza è così tanta che salutato e ringraziato l’organizzazione della AMSPO, saliamo in macchina per andare in un bed and breakfast nei pressi, dove qualche giorno prima abbiamo prenotato una stanza. E mentre Antonio e Giorgio escono a farsi un giro a piedi, io mi lascio andare dolcemente tra le braccia di Morfeo fino alla mattina seguente, quando facciamo rientro a casa, felici della riuscita di questa ennesima impresa.

Note:
Bellissimo il tracciato di questa prima Amsporando, guastato solo da un meteo avverso che dei 53 partecipanti al percorso lungo di 204 chilometri, di cui due ragazze (arrivate entrambe) e dei 6 iscritti al corto di 125 chilometri, ha visti giungere all’arrivo 44 concorrenti sul lungo e 8 sul corto. Un partecipante ha sbagliato percorso sul lungo percorrendo solo 180 chilometri dei 204 previsti!
Una coppia di ciclisti in tandem, di cui uno non vedente, ha percorso il lungo in 9 ore, conseguendo così il brevetto e ricevendo i complimenti da tutta la società organizzatrice, a cui fanno seguito anche i miei personali.
Nota dolente, purtroppo, quella che ha visto l’unico iscritto proveniente dall’estero e precisamente dalla Germania, trovarsi all’arrivo la macchina col vetro sfondato e la borsa, che aveva a bordo con documenti, denaro ed indumenti completamente ripulita! A poco sono valse le scuse della comunque incolpevole AMSPO e l’aiuto dato al malcapitato.

(30 marzo 2015)

 

 

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