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Appunti di viaggio Granfondo   
Inserito il 03 settembre 2014 alle 17:12:30 da Enrico Cavallini. - Letto: (3718)

Ötztaler Radmarathon: hopp hopp hopp, bum bum bum

Che la Ötztaler Radmarathon sia la granfondo più dura d'Europa è innegabile, tant'è che lo dicono tutti coloro che vi hanno partecipato, ma la confutazione di questa affermazione avviene solo quando arrivi al punto che ti domandi: «Ma io sul Rombo, come ci arrivo?». In quel momento ti accorgi che scalare la vetta in bici o sulla ferrata costa stessa fatica e che la Ötzy non è proprio per tutti. E il botto è dietro l'angolo!

 

 

(Servizio di Enrico Cavallini, foto Play Full Nikon)

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opp hopp hopp! Super! Bravo! Chi non ha mai aumentato la spinta sui pedali quando alla Ötztaler Radmarathon ha sentito la gente al bordo strada urlare a squarciagola? Chi ha provato questa emozione sa di cosa sto parlando e per chi non l'ha provata tenterò di fargliela vivere.

Partiamo dalle basi: cos'è la Ötztaler Radmarathon? E', attualmente, la granfondo più dura d'Europa. Quasi 230 chilometri (sebbene siano dichiarati 238) di sofferenza durante i quali vanno scalati quasi 5500 metri di dislivello, suddivisi in quattro passi alpini, rispettivamente il Küthai, il Brennero (Brennerpass), il Giovo (Jaufenpass) e il Rombo (Timmelsjoch).

La granfondo si svolge usualmente l'ultima domenica di agosto a Sölden, in Austria, per la precisione in Tirolo, proprio al confine con l'Italia.

La manifestazione è ambitissima da tutti i ciclisti del mondo, tant'è che per i soli 4000 posti disponibili, sono oltre 12000 le richieste di iscrizione. Potrebbe sembrare un numero riduttivo, se consideriamo la globalità dei ciclisti, ma chi ha nelle gambe almeno un'edizione della Ötzy, sa perfettamente che possono essere SOLO 12000 le persone in grado di portare a termine un'avventura di questo tipo.

Un percorso che è per molti, ma sicuramente non per tutti.

Quella di questo 2014 è stata la mia terza edizione e, non lo nascondo, sicuramente la più tribolata.

Messa in calendario come l'edizione che avrei voluto fare meglio, in realtà si è dimostrata un vero e proprio calvario, a ulteriore dimostrazione che a Sölden ci si deve andare ben preparati e non certo con l'allenamento minimo. Ma veniamo al punto.

Volendola fare bene, a differenza degli anni passati, ho deciso di portare con me la mia signora per il servizio fotografico sul percorso, sgravandomi così dall'incombenza di fare io stesso le foto come negli anni passati. Qui mi viene d'obbligo un personale ringraziamento al comitato organizzatore, diretto dall'alacre Ernst Lorenzi, per la messa a disposizione di una moto per tale servizio.

Raggiungiamo la cittadina tirolese nel pomeriggio di venerdì. Mia moglie da casa, insieme ad alcuni amici conterranei, mentre io direttamente da Friedrichshafen, dove ho passato tre giorni a scarpinare come un folle tra gli stand dei numerosi padiglioni della fiera Eurobike. Attività non certo ottimale pochi giorni prima di una prova impegnativa come la  Ötztaler, ma siamo amatori e il lavoro è lavoro.

L'organizzazione ha riservato alla stampa un alloggiamento presso lo splendido hotel Das Central, una struttura decisamente caratteristica e di ottimo livello, che consiglio caldamente a tutti coloro che hanno qualche euro da investire in puro relax.

Il cielo è terso, ma ormai sono le 18.00 e non c'è più modo di "infilare" una sgambatella scarica gambe, così mi dirigo in sala stampa per procedere con la formalità dell'accredito e il ritiro del pacco gara.

Qui trovo i simpaticissimi Christian e Antonio della Pizzinini Scolari ComunicAzione, che seguono la comunicazione italiana della manifestazione, coadiuvando il Press Office di cui la simpatica Nicole ne è il nostro contatto locale.

Sbrigate le faccende non ci resta che andare a cena, dove, come ogni anno, si fanno nuovi incontri e nuove amicizie. Ciò che amo più del mio lavoro è proprio la possibilità di conoscere nuove persone. Ovviamente non mancano saluti, baci e abbracci, dei tanti amici presenti. Sono infatti 627 gli italiani iscritti alla manifestazione austriaca, sebbene non sia più prova del Prestigio.

Prima di fare rientro nelle proprie camere, ci si accorda per l'uscita del sabato mattina.

Sono le ore 8.00 di sabato e la sveglia suona un po' più pigra degli altri giorni. Mi affaccio subito alla finestra e, ahimè, le strade sono bagnate. Durante la notte ha piovuto e il cielo è ancora abbastanza plumbeo. Con un giro di "whatsappini" si rimanda l'uscita di una mezz'oretta, nell'attesa che le strade asciughino un po'. Così come è (per me) già da tre anni, l'uscita del sabato mattina prevede la discesa verso Ötz e la successiva risalita. In tutto sono una sessantina di chilometri, che percorrono la prima discesa del tracciato di gara. Usciti dalla piccola perla tirolese, il tempo migliora e le strade risultano asciutte, così come la temperatura si fa più gradevole, ma al nostro rientro, nel borgo alpino, la pioggia sta iniziando a cadere. Va così a mancare quell'affascinante via vai di grupponi di ciclisti che caratterizza il sabato pre Ötzy. Peccato, anche questo aiuta a creare quella magica atmosfera di festa, ma al tempo non si comanda e ci teniamo un sabato caratterizzato dalla pioggia.

Alle ore 16.00, noi della stampa, saliamo al rifugio IceQ a 3.048 metri di quota, dove è stata organizzata la conferenza stampa. Al termine della presentazione vengono fornite le previsioni meteorologiche della domenica, da una meteorologa professionista. Più che una previsione pare una maledizione: «Fino al Küthai tempo asciutto, poi acqua a catinelle». Chissà perché mi sale un po' d'ansia. Non temo la pioggia, ma pensare di percorrere tre quarti di Ötztaler sotto l'acqua proprio non mi va. Cena leggera e poi a nanna, visto che la mattina la sveglia sarà di buon'ora.

Sono le 5.00 e la suoneria del telefono mi ricorda che è la mia giornata. Mi precipito alla finestra e non piove. E' già un buon segno. Procedo con una colazione parca come mio solito e mi avvio verso le griglie di partenza, mentre mia moglie, che non spiccica una parola di tedesco, ma nemmeno di inglese (ai nostri tempi a scuola si poteva anche scegliere il francese, e lei lo scelse), si avvia all'incontro con il motociclista che, ovviamente, parla solo tedesco e inglese! Anche per lei sarà sicuramente una lunga giornata!

Per stare nel giusto, visto che le previsioni danno acqua da lì a poco, la sera precedente ho proceduto con il cambio dei pattini dei freni, usurati ma ancora accettabili, con una serie nuova di zecca. L'acqua li usura velocemente e non vorrei trovarmi giù dal Giovo frenando sui cerchi!

Sono le ore 6.45 e, con una precisione teutonica, la 33ª edizione della Ötztaler Radmarathon prende il via con i suoi 4000 ciclisti provenienti da tutto il mondo.

La veloce discesa lungo la Ötztal la si percorre in pochissimo tempo, tanto che, in men che non si dica, ci troviamo a Ötz per iniziare la prima fatica di giornata: il Küthai. Sono 18 chilometri e mezzo di salita, durante i quali si scalano 1200 metri di dislivello, giungendo a quota 2020 metri. Come accade per la maggior parte dei passi alpini, la strada si impenna subito con cattiveria, per portarsi in quota e procedere più dolcemente fino ai tratti finali dove si indurisce nuovamente per scalare gli ultimi metri che portano al passo. E ovviamente il Küthai non si smentisce. Tant'è che nella parte centrale, addirittura sono presenti dei tratti in contropendenza, che però si pagano poi cari con rampe a due cifre. Peccato che, nonostante non stia piovendo, il cielo sia plumbeo e la vallata non appaia in tutta la sua bellezza, nonostante regali comunque emozioni uniche.

Mancano pochi chilometri alla vetta, quando da dietro odo uno strano rumore che con le biciclette non ha nulla a che fare... cloppete cloppete cloppete! Hiiiii... brrrrr! Mi volto e cosa vedo? Quattro cavalli stanno risalendo in mezzo ai ciclisti... e ci superano pure a velocità doppia (facile con quattro zampe!), per nulla impauriti. In questo caso l'unica cosa saggia è lasciarli passare agevolandone la corsa senza spaventarli e, infatti tutto va liscio come l'olio senza nessun pericolo. Sicuramente un'esperienza nuova nei quattordici anni che vado in bici.

Giunto al mega ristoro sul passo mi approvvigiono di viveri e bevande e qui inizia la mia disavventura. Probabilmente sbaglio qualcosa nel mangiare o nelle bevande con cui riempio le borracce (sali e tè, nulla di particolare), o addirittura è il freddo, fatto sta che lo stomaco comincia a darmi delle brutte sensazioni.

Se Dio vuole anche in Austria i meteorologi non sempre ci pigliano, e in questo caso l'errore dell'esperta assoldata dall'organizzazione ci fa più che comodo, tant'è che riesco a concludere quasi tutto il percorso senza pioggia, ma di questo ne parleremo dopo.

La discesa dal Küthai è qualcosa di spettacolare. Velocissima, ampia e con ottima visuale. Inoltre è anche asciutta e si riescono a tenere velocità decisamente elevate. Chi ha più coraggio riesce anche a passare abbondantemente i 100 km/h! Io penso al mio lavoro e scendo un po' meno "allegro"! Importante in questa discesa è riuscire a creare un gruppetto che a Innsbruck, nel fondo valle del fiume Inn che placidamente scorre verso il Danubio, ci permetterà di affrontare agilmente l'ascesa al Passo del Brennero.

Se teniamo d'occhio solo l'altimetria, sicuramente il Brennero è il più facile dei passi da affrontare. Con i suoi 39 chilometri scala un dislivello di soli 777 metri per giungere a quota 1377 metri, presentando una pendenza media del 3%. E qui può nascere la difficoltà. Se per puro caso ci si imbatte, come il sottoscritto, in un gruppo con un ciclista indemoniato, allora questi quaranta chilometri scarsi "facili" possono tramutarsi in un esodo biblico pieno di asperità. Tenere le ruote al limite delle proprie capacità per poco più di un'ora è veramente impegnativo. Ma di mollare il gruppo proprio non se ne parla; la velocità passerebbe da 35 km/h a 20. Per cui stringi i denti, spingi sui pedali e attendi con ansia di vedere il cartello di Gries, località da cui iniziano gli ultimi due chilometri con tratti al 12%, che portano al vero e proprio passo.

In ogni grande agglomerato urbano che si passa, un vero tsunami di spettatori è in strada a incitare i ciclisti "Hopp hopp hopp! Super! Bravo!". Un jingle che risuonerà nelle orecchie per tutto il percorso.

Raggiungo il ristoro del Brennero, posto già in territorio italiano. Più che un ristoro, una vera festa di paese. C'è veramente di tutto: panini con ogni cosa, torte, barrette, addirittura tanto di cuoco che prepara la pasta, rigorosamente Barilla, al pesto! Non mancano certo le bevande con tè caldo, sali minerali, il brodo (per me totalmente inconcepibile, ma invece va via come l'acqua... boh!), acqua, succhi e tutto ciò che si vuole. Simpatia e gentilezza sono al massimo livello.

E chi ti trovo che scatta fotografie dietro ai banchi? Mia moglie che sta effettuando il servizio fotografico. Che bello... un volto amico! Non nasconde qualche problema di comunicazione con il motociclista, ma sta portando a casa un buon lavoro.

Mangio e bevo, ma qualcosa non va nel senso giusto. O mischio troppe bevande, o il freddo mi blocca lo stomaco... Non va!

La discesa è veloce e in un battibaleno raggiungiamo Vipiteno (Sterzing) dove si torna a fare sul serio.

Attacco il Passo del Giovo (Jaufenpass) decisamente convinto! Mi pare di stare bene, ma dopo pochi chilometri un piccolo lemure si posiziona sul manubrio, stile Re Giulian di Madagascar!

Man mano che salgo le gambe diventano sempre più pesanti, ho una gran sete, ma più bevo e più la situazione peggiora. Sono al quarto chilometro di scalata e mi passa la macchina della giuria che segnala il tempo: sono a 4 ore e 50 minuti e ho percorso 142 chilometri. «Non male!» mi dico, ma sento che sto faticando oltre modo. Il cuore non sale e le gambe non spingono.

Mancano ancora 11 chilometri alla vetta dei 16 totali, che permettono di scalare i 1130 metri di dislivello per giungere a quota 2094 metri. La pendenza media non è esagerata: un bel 7% che di fatto sarebbe abbordabilissimo per le mie capacità, ma invece mi sembra di scalare il Mortirolo!

Più i chilometri passano e più la scimmietta sul manubrio s'ingrandisce. Finalmente si esce dal bosco e si vede la rada del passo. Ad un chilometro dalla vetta è posto il ristoro. Io e, l'ormai scimpanzè, ci fermiamo a ristorarci. So che devo mangiare! La strada è ancora lunga, ma proprio non mi va! Ad ogni modo butto giù ancora qualcosa, andando così (con il senno di poi) a peggiorare la situazione.

Io e la mia nuova amica scimmia ci lanciamo nella splendida discesa che porta a San Leonardo in Passiria. Una vera e propria sagra per discesisti. Nonostante l'asfalto in generale non sia perfetto come quello austriaco, lunghi tratti sono stati asfaltati di nuovo da poco tempo. Forse troppo poco, lasciando affiorare ancora l'olio che rende il manto stradale viscido. Ma è mai possibile che in Italia non si riesca proprio fare qualcosa usando un po' di testa? Boh!

Con questa lunga e bellissima discesa di 20 chilometri raggiungiamo San Leonardo. Da qui inizia la vera grana. Resta da affrontare l'ultimo passo: il temibile Rombo (Timmelsjoch).

Ormai è la terza edizione a cui partecipo e il Rombo lo conosco bene. Si parte con cinque chilometri facili, a cui seguono otto chilometri impegnativi. Da qui altri sei chilometri in alcuni tratti anche in piano, per poi affrontare il tratto finale di sette chilometri con pendenze veramente arcigne, che ci permettono di raggiungere i 2500 metri sul livello del mare.

Il primo tratto fino a Moso (Moos) lo affronto da galletto, ma intanto la scimmia sulla schiena diventa sempre più grande. A Moso inizia il primo tratto impegnativo con pendenze anche a due cifre e le gambe decidono di abbandonarmi definitivamente. Lo stomaco mi duole, la pancia pure e il fegato sta chiedendo il divorzio! Mi siedo su un muretto e mi chiedo come arriverò in cima! Intanto i ciclisti che passano mi guardano con un'espressione del tipo: «Fatto il botto, eh?».

Ormai ci sono e la devo finire! E' vero che negli ultimi due mesi mi sono allenato poco e male a causa del lavoro e del meteo veramente infame dalle mie parti, ma che diamine, ridotto a questa maniera proprio no! Voglio la mia terza maglia della Ötztaler; la voglio con tutte le mie forze e, ben fosse l'ultima cosa che faccio, la indosserò! Mi rilasso qualche minuto e riprendo a pedalare. Una tribolazione senza fine. La Ötzy è veramente un osso duro e sto scimmione sulle spalle è sempre più grande, ma che diamine... sono un ex parà della Folgore... mica mi arrendo così facilmente.

Finalmente ecco l'ultimo ristoro completo del percorso. Non mangio più nulla, e butto giù tre bei bicchieroni di Pepsi Cola. Intanto mi raggiunge l'amico Cesare che mi guarda con occhi compassionevoli. Non mancano che gli ultimi sette durissimi chilometri per giungere alla galleria. «Cesare – gli confido – non ho idea di come riuscire ad arrivare in cima».

 

Si parte! Tento di tenergli il passo, ma dopo un centinaio di metri sono costretto a lasciarlo andare al suo destino. Da notare che Cesare, in questi sette chilometri, è riuscito a prendere un vantaggio di ben 15 minuti!

La perturbazione predetta dalla zelante meteorologa finalmente si è fatta vedere. Si sale sul Rombo, sotto una pacata pioggia e immersi nella nebbia. Mancano i punti di riferimento. Non riesco a capire dove sono, e i lunghi rettilinei compresi tra i tanto agognati tornanti diventano eterni.

Dalla nebbia spunta pure il diavolo del Tour, che, buon uomo, ha passato la giornata a incitare ogni ciclista. E quando sei in quelle condizioni e vedi spuntare il diavolo, beh, qualche domanda te la poni!

Ultimo ristoro idrico. Siamo a metà del tratto duro. Mancano ancora tre chilometri circa. Ecco il primo tornante con le maglie delle precedenti edizioni appese. Ci siamo quasi. Ecco il secondo, poi il terzo e finalmente la galleria! Non so come, ma ci sono arrivato! Anzi ci siamo arrivati: io e l'Orango del Borneo che ho sulle spalle, che mi guarda e sogghigna con fare beffardo!

Ma non è ancora finita! C'è da affrontare una serie di tornanti impegnativi sotto l'acqua e poi lo strappo della Mautstelle, il casello del pedaggio del passo. Sono circa due chilometri messi lì dall'ingegnere che ha costruito la strada al quale non stavano per nulla simpatici i ciclisti.

Ma finalmente, passato il casello, ecco la discesa che ci porta prima a Obergurgl, quindi a Zwieselstein e finalemente a Sölden.

L'arrivo è sempre qualcosa di entusiasmante. Hopp hopp hopp! Super! Nonostante la pioggia la strada è avvolta da due ali di gente che incita chi sta arrivando! Verrebbe la voglia di fermarsi ad assistere gli arrivi di chi si segue, ma purtroppo la pioggia e il freddo invogliano a correre in albergo per una bella doccia calda.

Ciò a cui non si può assolutamente mancare alla Ötztaler è la cerimonia di premiazione, che si svolge la domenica sera alla Freizeit Arena (il palazzetto dello sport). Una tra le particolarità che contraddistingue questa manifestazione è proprio la cerimonia delle premiazioni, che prende il via attendendo gli ultimi arrivati, scortati dal fine corsa e dal carro scopa.

Quest'anno sono state due donne e un uomo a salire sul palco, ormai a notte fonda, sotto una pioggia torrenziale, totalmente infreddoliti, ma riscaldati dal calore del folto pubblico presente sugli spalti, che ha dedicato loro dei lunghi e sinceri applausi.

Da qui si inizia la premiazione dei vincitori con un vero e proprio spettacolo degno di una diretta televisiva.

Terminata la serata, non resta che infilarsi con gli amici in una birreria e godersi gli ultimi momenti di relax prima di tornare tutti a casa e darsi appuntamento all'anno successivo, sempre che il sorteggio lo permetta.

Il lunedì mattina, poco prima del rientro, finalmente vado a ritirare la meritatissima maglia da finisher, che andrà a fare compagnia alle altre due! Non resta che tornare a casa, consci di avere portato a termine la più dura granfondo europea, ma soprattutto di avere dato fondo a tutte le proprie capacità fisiche e mentali per raggiungere l'obiettivo che ci eravamo prefissati, nonostante le difficoltà.

Arrivederci Ötztaler! Hopp hopp hopp!

Leggi qui come è andata la gara e chi ha vinto

Guarda la photogallery


(3 settembre 2014)


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