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Inserito il 16 luglio 2014 alle 12:12:42 da gazario. - Letto: (3141)

Tour d'Ortles: quando il titolo di extreme non basta!

Più di 250 chilometri e più di 6.000 metri di dislivello in una giornata climaticamente difficile con pioggia a tratti e sbalzi termici elevati: una vera impresa per gli 89 randagi che hanno concluso la prova.

 

 

(Testo di Giancarlo Bertocci, foto di Michele Niscemi e Giancarlo Bertocci)

Estremo, al limite delle possibilità, può esserlo ancor più il tour d’Ortles, che è già una randonnée facente parte del circuito A.R.I. extreme challenge! Questa volta infatti è il meteo ad allearsi con distanza e dislivello e aumentare il grado di difficoltà per quanti si cimentano in questa prova, perché si prevede una situazione meteo di tempo variabile con residui rovesci in nottata ed alternanza di periodi soleggiati a nubi cumuliformi in estensione nel pomeriggio ed in serata e qualche localizzato temporale.

Sono sveglio da poco, destato dalla sveglia impostata alle 4 e dopo aver scrutato il cielo dal balcone di casa penso, sulla base delle previsioni, che valga la pena tentare questa avventura. Vesto la nuova tenuta sportiva della società, mangio un abbondante piatto di riso ed esco di casa per scendere in cantina a prendere la bici che ho preparato la sera precedente in “assetto rando”. Nella capiente borsa a manubrio ho stipato: barrette di carboidrati, sali minerali, zuccheri sia a rilascio lento che veloce, il set antipioggia, una tenuta sportiva di ricambio, manicotti e gambali, un paio di guanti invernali e di calzini termici oltre a del materiale per piccole riparazioni. In spalla ho ben due sacche zaino, ciascuna delle quali contiene: un cambio estivo completo, una maglietta della pelle, vestiario più pesante da utilizzare in discesa, una bandana ed un paio di guanti a mezze dita. Consegnerò le sacche ai conducenti dei furgoni che me le porteranno là dove ho deciso di utilizzarle, cioè al controllo posto in cima al passo Stelvio e a quello del Gavia. Il buio della notte, che ormai volge al termine, persiste, aiutato dalla plumbea copertura nuvolosa del cielo, che frena l’irrompere del nuovo giorno. Cade ancora qualche goccia di pioggia ed il clima è fresco ed umido, tanto da provocarmi brividi alla pelle. Indosso solo la tenuta estiva, quindi aumento la cadenza di pedalata al fine di riscaldarmi, mentre mi reco al punto di ritrovo e partenza. Trascorrono dieci minuti e lo raggiungo presso il camping tennis, dove ha sede anche l’A.S.D. Athletic Club Merano, che è la società organizzatrice dell’evento. Tanti i randonneur già presenti e tra loro molte facce scure perché, invece che smettere di piovigginare, la pioggia aumenta di intensità fino a divenire a tratti scrosciante. Vista la situazione tanti decidono di rinunciare, tra questi anche l’amico Marcello, che mi avvisa da casa della sua defezione inviandomi un sms. Intanto arriva anche il mio compagno di giornata, Alberto. Abbiamo deciso di pedalare insieme per tutto il tragitto, perché lui è al suo primo tour d’Ortles mentre io, che sono al terzo consecutivo, ho il compito di infondergli sicurezza e tranquillizzarlo, visto che è preoccupatissimo sia per il meteo che per la capacità di tenuta alla distanza!

Intanto, nei pressi dello start, si aggira nervosamente anche il patron della manifestazione, Giancarlo Concin, preoccupato anche lui per il meteo e per l’incolumità dei randagi che dovranno salire a quote ragguardevoli in quelle condizioni. Alle cinque piove ancora forte e Giancarlo decide di posticipare la partenza di mezz’ora nella speranza che spiova, come annunciato dalle previsioni meteo il giorno precedente. Per fortuna, dai punti di controllo su Stelvio e Gavia, gli viene comunicano che non nevica! Finalmente smette quasi totalmente di piovere, cade solo qualche goccia e così, chiamati col megafono, allo start i partenti, è lo stesso Concin a dare il via al primo gruppo composto da una cinquantina di randagi: sono le cinque e trenta. Via via partono anche gli altri gruppi ed ha inizio per tutti questa lunga e dura prova.

Uscito dal piazzale del camping tennis, il gruppo si dispone in un lungo serpentone, seguendo da subito la ciclabile che costeggia il famoso ippodromo di Maia, fino ad un bivio, dove si devia a sinistra, attraversando un sottopasso. Ora siamo a ridosso della superstrada che è alla nostra sinistra, la costeggiamo per alcune centinaia di metri per poi risalire il fiume Passirio, percorrendone l’argine destro, fino alla stretta passerella che lo attraversa. Svoltiamo a sinistra sulla passerella e la attraversiamo, stando in fila indiana, passando così sull’altro argine del fiume. Manteniamo la sinistra, per puntare verso Lagundo, paese alle porte della Val Venosta, valle rinomata per la qualità delle sue mele riconosciuta a livello internazionale! Accediamo alla valle percorrendo la ciclabile, che si inerpica da Lagundo fino al paesino di Tel. Questo tratto è soprannominato dai ciclisti locali “il piccolo Stelvio”, per i tornanti che lo caratterizzano, ripieganti su se stessi come quelli del vero Stelvio che sarà il primo passo da affrontare in giornata. Questa breve salita, termina alla diga di Tel, dove le acque dell’Adige saltano fragorose, dallo sbarramento della stessa nel burrone sottostante, determinando dense nubi di goccioline d’acqua dal caratteristico odore limaccioso. Il gruppo si sgrana a causa della pendenza che arriva fino al 14% ed in cima, del gruppone iniziale, rimaniamo poco meno di una decina.

La ciclabile prosegue risalendo il fondo valle, ma è praticamente tutta piana fino a Silandro e costeggia alternativamente le sponde dell’impetuoso fiume Adige, gonfio di acque grigiastre ricevute dall’intensità dei piovaschi della nottata. Tutto intorno una distesa di verdi meleti, dai frutti ancora acerbi, dominati da antichi castelli medievali, arroccati su strapiombanti costoni di roccia. E’ davvero un bel colpo d’occhio vedere questo panorama, che riesce a distrarre la mente dal pensare su come dosare e spendere le energie muscolari lungo il percorso, con il meteo che non aiuta!

Giunti a Silandro, lasciamo la ciclabile per immetterci sulla strada provinciale, che sale con buona pendenza per alcuni chilometri, a colmare un improvviso dislivello tra questo paese e quello successivo di Corzes dove, io e Alberto, rimaniamo staccati dagli altri! Passato il paese, un veloce tratto in discesa ci consente di riprendere fiato per alcuni chilometri. Alla nostra sinistra sfioriamo Lasa, paese rinomato per la qualità del suo marmo, dall’aspetto omogeneo, con il caratteristico colore di fondo bianco traslucido con lievi ombreggiature e assenza di venature o ingiallimenti, che viene esportato in tutto il mondo ad impreziosire opere, sia di edilizia che scultoree. Da lì, continuando a pedalare lungo la strada provinciale, giungiamo al paesino di Oris e, poco dopo averlo attraversato, troviamo una rotonda. Costruita da poco, là dove prima c’era solo un bivio, da questa ci immettiamo su un lungo rettilineo, che ci porta dritti a Prato allo Stelvio. Arrivati a Prato, ci fermiamo presso una fontana del paese, per riempire le borracce e mangiare, al fine di reintegrare le energie spese nella cinquantina di chilometri fin qui percorsi. Alberto mi dice di essere sofferente, ha un leggero dolore al ginocchio sinistro, ma crede di poter sopportare e proseguire: quindi ripartiamo.

Adesso si fa sul serio, c’è sua maestà lo Stelvio da affrontare. Dopo un breve tratto di strada facile, ecco arrivare il primo dei 48 inconfondibili tornanti, che ne caratterizzano l’ascesa. Iniziamo a risalirli uno ad uno, scanditi dal conto alla rovescia dei cartelli posti su ognuno di essi! La temperatura è gradevole, le nuvole a tratti si aprono lasciando intravvedere un azzurrissimo cielo, per poi ricompattarsi grigie e minacciose di pioggia. Questa situazione ha un pregio, quello di tenere lontano le auto dei gitanti del week - end dal tracciato, che infatti è poco trafficato, se non dalle solite urlanti moto spinte ad alti regimi da motociclisti, che non riescono ad apprezzare il canto della natura, a cui preferiscono le sensazioni forti delle scariche adrenaliniche prodotte dalla velocità e dalle piegate nei tornanti! Sono fastidiosissimi, nonché pericolosi per la nostra incolumità, visto che alcuni ci sfiorano a ridosso delle curve. Per fortuna anche loro viaggiano in gruppi e non ve ne sono molti, lungo la salita, nelle prime ore della mattinata. Tutto intorno, nei boschi si ode un cinguettare di uccelli e quando, passato il limite del bosco stesso, si sale sopra i duemila metri, sono i fischi delle marmotte, presso le loro tane, oltre ai numerosi e scroscianti ruscelli, ad impedire che il silenzio regni sovrano! A tutta questa poesia di suoni, la fatica ne aggiunge altri, quelli del respiro ansimante, per la pendenza della salita e la carenza di ossigeno in quota, e quelli delle secche cambiate per alleggerire il rapporto e salire più agili. Sono trascorse oltre due ore da quando abbiamo lasciato Prato per affrontare lo Stelvio, ci manca di risalire gli ultimi venti tornanti che sono ravvicinati per colmare un salto di dislivello importante, dominato sull’altro versante, dall’ imponenza del massiccio Ortles – Cevedale. La cima è però ancora lontana, circa sei chilometri, eppure sembriamo poterla toccare con un dito. Le mani stringono il manubrio e i muscoli lavorano fin quasi allo spasmo perché siamo nel tratto più duro! Il dolore, al ginocchio di Alberto, si fa più persistente e deve rallentare. Ci mettiamo quasi un'altra ora per conquistare il Passo dello Stelvio e poterci così fermare a rifiatare.

Apponiamo il timbro al brevetto ed entriamo nel furgone, alle spalle della postazione per cambiarci, togliendo le tenute madide di sudore, per vestire quelle asciutte, ridiscendendo, dallo stesso, per andare al tavolo del ristoro. Mangio una banana ed anche un panino imbottito, che Alberto mi ha dato mentre ci cambiavamo, bevo un paio di bicchieri di Coca Cola. Alberto prende l’analgesico per il dolore al ginocchio, per poi nutrirsi anche lui. Siamo fermi da circa una ventina di minuti, troppi visto il tempo impiegato per giungere fin là da Merano, dobbiamo ripartire! Mentre saliamo in sella, tutto all’intorno viene improvvisamente avvolto da grigie nubi che rapiscono alla vista perfino le strutture alberghiere del passo ed inizia a piovigginare! Dobbiamo mettere al volo il vestiario antipioggia e rinforzare quello che abbiamo indosso con dell’altro più pesante, perché la temperatura è scesa a 5°C! Decidiamo, con altri randonneur presenti al punto di controllo, di scendere l’altro versante in gruppo e così facciamo.

La discesa si presenta da subito pericolosa, c’è anche nebbia ma si dirada subito. Scendiamo per alcune centinaia di metri e su un tornante c’è un incidente occorso ad una coppia di motociclisti scivolati sul bagnato. Sono impegnati a rialzare la moto, non sembra nulla di grave e proseguiamo oltre. Continua a piovigginare fino alle gallerie, passate le quali, troviamo strada asciutta. Da lì in poi, per i restanti sette chilometri, torniamo a scendere velocemente, senza il patema d’animo per il fondo bagnato, fino a raggiungere Bormio. Dobbiamo nuovamente fermarci, in uscita dalla città, per togliere il vestiario pesante e quello antipioggia. Ne approfittiamo per assumere degli zuccheri a lento rilascio e bere. Di comune accordo si riparte per raggiungere Santa Caterina Valfurva, da dove inizierà la seconda dura ascesa, quella al Passo Gavia.

Siamo ad Uzza, la strada inizia a salire con pendenza a tratti rilevante. sono in testa al gruppo e non mi avvedo che Alberto si stacca. Nicola, un altro amico randonneur, mi fa notare che Alberto non fa più parte del gruppo. Preoccupato dico agli altri di proseguire, perché intendo aspettarlo, come gli avevo promesso in partenza, e rallento in attesa che sopraggiunga. Quando lo vedo arrivare, noto che ha in faccia una smorfia di dolore. Mi dice che il ginocchio ora gli dà seri problemi ed ha come dei dolori lancinanti! Vedo che pedala molto lentamente e gli chiedo se ce la può fare. E’ visibilmente depresso per il guaio fisico, ma tenta lo stesso di salire al passo. Arriviamo così a Santa Caterina Valfurva e al cartello che indica l’ascesa da compiere, la pedalata di Alberto si fa sempre più pesante e lui impreca, perché non ce la fa. Tiene duro per circa cinque chilometri, ma alla fine il dolore lo vince e mi comunica che si ritira! Continuerà a salire al passo in solitaria, perché io devo aumentare il ritmo, in quanto rischio di non arrivare per tempo al cancello del Gavia. Attuo un vero e proprio forcing per recuperare il tempo perduto, i muscoli sono allo spasmo e vanno in crampi. Continuo così finché riprendo Hugo, un amico appartenente all’Athletic Club Merano che era nel gruppetto lasciato andare per aspettare Alberto. Lui è fermo al margine di un tornante, lo aspetto e proseguiamo insieme fino al passo. Il panorama che offre l’ascesa al Gavia è fantastico e posso tornare a godermelo, quando rallento, per recuperare dalla fatica e per stare con Hugo. Percorriamo così insieme gli ultimi cinque chilometri, nei quali è compreso il tratto più duro, dove per alcune decine di metri in un paio di strappi si arriva anche al 15% di pendenza ed i muscoli tornano a dolorare!

Arriviamo al rifugio Berni, la strada si addolcisce fino a divenire quasi piana, passiamo il monumento dedicato ai caduti della grande guerra mondiale che su queste montagne combatterono e una piccola chiesetta, per poi arrivare alla sella del passo ed al punto di controllo posto vicino al bellissimo Lago Bianco, con le acque increspate dalla leggera brezza che c’è in quota e che tiene a bada un cielo pur sempre minaccioso! Faccio timbrare la carta di viaggio, qui ho previsto anche il mio secondo cambio completo di vestiario e lo faccio sostituendo la roba bagnata di sudore con quella asciutta e calda che adotterò in discesa. Mangio una banana e bevo ancora della Coca Cola. Riempio le borracce e, mentre sto per ripartire, vedo arrivare Alberto, stravolto dal male e arrabbiatissimo, carica la bici sul furgone del punto di controllo e vi entra anche lui! Lo saluto, mi regala un suo panino da mangiare più avanti e mi ringrazia per averlo assistito fino al suo ritiro. Riparto con gli altri, cade ancora qualche goccia di pioggia e fa freddo. Prendendo molti rischi, scendiamo velocemente il versante più ripido del Gavia. La strada è molto rovinata ed in un dosso d’asfalto resto in sella per miracolo, mi salta la borraccia che cade rotolando per una decina di metri. Mi fermo e dietro di me si ferma Hugo a raccoglierla per porgermela. La infilo nuovamente nel porta borraccia e riprendiamo a scendere a tutta!

Quando arriviamo al bivio per il passo Tonale, le mani ed i polsi sono provati dalle brusche e lunghe frenate, oltre che dalle buche centrate lungo la discesa. Ci fermiamo per togliere il vestiario pesante, mangio ancora una barretta, per immagazzinare un poco di energia per la salita che andremo ad affrontare e ripartiamo. La salita al Tonale è regolare e poco impegnativa ma, dopo i due giganti scalati in precedenza, le energie sono comunque da dosare, perché mancano ancora un centinaio di chilometri all’arrivo. In poco più di un’ora arriviamo in cima al passo, io per primo, perché mantengo costantemente la stessa velocità che avevamo ad inizio salita, gli altri calano un poco nel finale di ascesa e giungono dopo alcuni minuti. Non riesco a mangiare altro che il panino con la marmellata donatomi da Alberto al passo Gavia, bevo un poco di Coca Cola e riparto, in ritardo sugli altri, che nel frattempo si sono avviati prima di me, staccandomi di un centinaio di metri. Faticherò tanto a riprenderli nella veloce discesa dal passo Tonale, riagganciandomi al gruppo solo a Vermiglio. Ancora qualche chilometro e la discesa finisce, nel frattempo il vento spazza via il grosso delle nuvole e si intravvede il sole.

Adesso c’è da percorrere la Val di Sole e la Val di Non, che in questa si innesta. In queste due valli, il vento si presenta sempre contrario a chi le percorre in direzione dei Passi Palade e Mendola, quindi conviene formare dei gruppi al fine di “girare” tutti, per dividersi la fatica e preservare le residue energie che serviranno per l’ultima ascesa di giornata, quella facile ma lunga quattordici chilometri, al Passo Palade. Evidentemente di energie in gruppo ne dobbiamo avere molte, perché dando un'occhiata al contachilometri vedo che, nonostante il vento sia laterale, contrario ed anche abbastanza intenso, stiamo viaggiando intorno ai 40 Km/h ed a tratti con punte più alte! A Malè la strada è interrotta da una pattuglia della Polizia Stradale. Si è verificato un incidente d’auto e tutto il traffico viene deviato di ritorno. Notiamo che, parallelamente alla strada provinciale che stiamo percorrendo ed al terrapieno su cui questa è costruita, c’è un’altra stradina, in parte sterrata. Decidiamo di scendere dalle bici e portarle a mano giù dal terrapieno, per percorrere quella stradina fino a passare l’incidente stesso e poter quindi tornare sulla strada principale, proseguendo il percorso. Così facciamo, passando accanto alla macchina rotolata giù dal terrapieno nell’incidente, per fortuna senza che alcuno si sia fatto male. Saliti in sella, riprendiamo a pestare sui pedali e giungiamo al ponte di Mostizzolo, costruito sopra la forra del fiume Noce, in prossimità di dove il fiume si immette nel lago di Santa Giustina. Bello il colpo d’occhio all’intorno sulle verdi acque del lago artificiale e sul panorama circostante. Da Mostizzolo la strada inizia a salire con pendenza dolce e costante, passiamo i ridenti comuni di Cagnò, Revò, Romallo e Cloz, sostiamo a Brez ad una fontana per fare il pieno di acqua fresca alle borracce e mangiare dei carboidrati, poi ripartiamo perché il tempo scorre inesorabile ed io personalmente sono al limite di quello massimo a causa di tutti gli imprevisti di percorso e del meteo che mi ha rallentato in mattinata e sui passi principali.

Ora la salita si fa più dura, ma è un tratto di alcuni chilometri prima di giungere a Fondo, capoluogo dell’Alta Anaunia ed al bivio, che a destra conduce al paese ed a sinistra dà il via all’ultima ascesa di giornata, quella al Passo Palade. Prima di raggiungere Fondo, mi sono fermato a scattare alcune foto ed il gruppo mi ha passato, poco male perché vedo pedalarmi incontro Hugo rimasto attardato e con lui proseguo. Iniziata l’ascesa al passo, dopo un paio di chilometri, Hugo pedala pesantemente, mi dice che ha bisogno di fermarsi per togliere i sovra scarpe in goretex che gli hanno surriscaldato i piedi indolenzendoglieli, mi dice di proseguire da solo perché non sa quando ripartirà. Così faccio ed accelero per raggiungere gli altri. Spendo parte delle energie residue, salendo con un buon passo, anche perché in quel tratto la salita non è impegnativa, rimanendo sempre intorno al 4% di pendenza. Così a velocità di poco inferiore ai 20 chilometri l’ora, nel giro di una decina di minuti, riaggancio gli altri e mi accodo per recuperare ed anche perché una volta giunti al passo, che è poco distante, come d’accordo, aspetteremo anche che vi arrivi Hugo per ridiscendere l’altro versante tutti insieme. Sono le otto di sera quando siamo in cima all’ultima fatica di giornata, il passo Palade è conquistato e ci fermiamo presso l’albergo a vestirci per la discesa.

Da lì a poco arriva anche Hugo e, dopo aver atteso che anche lui si copra, iniziamo la velocissima discesa dal versante di Lana, città che raggiungiamo, dopo aver bruciato i quasi diciotto chilometri in poco meno di ventitre minuti. Inizia ad imbrunire ma ormai il più è fatto, solo dieci chilometri ci separano dal traguardo e li percorriamo ad andatura di recupero, giungendo al camping tennis Merano alle venti e quarantaquattro. Appoggiamo le bici nella rastrelliera davanti alla sede dell’Athletic Club Merano e ci stringiamo la mano, io, Hugo, Hubert e Christian, fieri e felici per l’impresa compiuta a dispetto del tempo e dei contrattempi, concedendoci un bel piattone di pasta al sugo e una fresca birra che, bevuta in amicizia, ha un gusto ineguagliabile!

Un grazie particolare a tutto lo staff dell’Athletic Club Merano, che ha organizzato in modo impeccabile l’evento, consigliando al meglio, quanti erano visibilmente in difficoltà, affinché non avessero a soffrire il duro percorso! Bravi tutti quelli che con tenacia hanno accolto la sfida portandola a termine ed anche a coloro che ci hanno provato e non ci sono riusciti, preservandosi così dall’avere conseguenze spiacevoli, perché è da ricordare che questo Tour d’Ortles è pur sempre una randonnée extreme!

Un epica impresa in un giorno speciale
Il tour d’Ortlès, sta per partire
Duecento gli iscritti, alcuni dei quali
giunti a Merano da paesi lontani
Invero a partire, solo presente, chi a dispetto del meteo avverso
trova il coraggio di partire lo stesso!
Parte la sfida, girano le ruote sull’ asfalto bagnato
meta è Merano, traguardo agognato!
Cavalli al vento paiono le bici
risalendo la Venosta, puntando alle pendici,
passano su ponti da sponda a sponda
impetuose come dell’ Adige è l’ onda!
Or monta la strada per ardua salita
e si pedala con tanta fatica,
vede lo sguardo la vetta lontana
48 tornanti a farla sovrana
delle salite più alta ha il piglio
tutti lo sanno, il suo nome è re Stelvio
Cima Coppi è di giornata
Il premio più ambito per chi l’avrà conquistata!
Poi la discesa sull’ altro versante
per giungere a Bormio, in fondo ed ancora distante
e risalire, ma con corto fiato
alla regina, il Gavia, che da quel lato, ha il suo versante ai ciclisti celato
in grigie nubi avvolta è la cima, ma se riesci a risalire l’ erta
la troverai del velo scoperta
nel lago di lacrime, ai suoi piedi, specchiata
per averla domata e conquistata!
Poi giù in discesa, pericolosa
su strada veloce e tortuosa
in fondo alla quale c’è un bivio e si sale
in direzione del passo Tonale!
Ancora scende veloce la strada a condurci là, dove vuole,
In un largo piano, la Val di Sole
Ora l’insidia è il contro vento
ad inasprire questo cimento
ma si pedala in gruppo ciclando
e risparmiare energie per finire la rando
La Val di Non ora si sale
circondati da vasti campi di mele.
Una dolce salita infine rimane
quella che porta a passo Palade
Lunga discesa sull’altro versante
la meta oramai non è più distante
Pochi i chilometri da pedalare, con residua energia, ormai si va piano
ma alla fine siamo giunti, ecco Merano!

(16 luglio 2014)

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