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Inserito il 10 luglio 2014 alle 09:08:32 da gazario. - Letto: (3277)

Sicilia No Stop 8: missione compiuta!

Ottava edizione del brevetto organizzato dalla Ciclo Tyndaris, portato a termine da 79 randagi, che così conquistano il diritto a prendere parte alla mitica Parigi-Brest-Parigi. Più di 1.000 chilometri tra panorami che vale davvero la pena gustare in sella ad una bici, nonostante una fatica davvero pesante. Chi ha partecipato già pensa alla prossima volta, che sarà tra due anni.

 

 

(Testo e foto di Giancarlo Bertocci)

Larghi golfi lunati e promontori arditi, queste le coste della Sicilia. Ma non solo, minuscole insenature, che si alternano a larghe fasce sabbiose e ad alte e precipitanti scogliere, il tutto caratterizzato dai sistemi montuosi, che impongono l’altimetria da superare per portarne a termine il periplo, in un susseguirsi di paesaggi meravigliosi tinti, ad ogni inizio e fine giornata, dai colori a toni caldi di alba e tramonto.
La mia prima rando di oltre 1.000 chilometri la descrivo così, dimentico della fatica e delle insidie passate, perché questo è il ricordo che resterà per sempre nella mia mente e nel mio cuore, una girandola di forti emozioni, susseguitesi a nastro, lungo tutto il tracciato!

L’approccio a questa meravigliosa avventura, inizia già a partire dal mese di gennaio, con una lunga preparazione psico–fisica per abituare mente e corpo. Il fine è quello di reggere le numerose ore da trascorrere in sella e la fatica da sostenere per coprire la distanza e superare il dislivello. Non sono solo, ho trovato nel mio carissimo amico Bruno, compagno di innumerevoli pedalate, lo stimolo e la voglia di cimentarsi con me in qualcosa di inusuale, non da tutti! Da inizio anno abbiamo pedalato per un totale di quasi 6.000 chilometri, superando tanti metri di dislivello. D’altronde qui da noi in mezzo alle Alpi è gioco facile, basta lasciare il fondo valle e, tanto a destra quanto a sinistra, le strade iniziano subito a salire, talvolta con pendenze ragguardevoli! A dirla tutta, il progetto è ancor più ambizioso, portare a termine questa rando è una delle possibilità per poterci pre-iscrivere alla Parigi-Brest-Parigi del prossimo anno, e noi vogliamo esserci!

E’ così che il giorno 13 di giugno, caricata la macchina con bagagli e bici, salutiamo con un arrivederci simbolico Merano e partiamo. Al seguito le nostre compagne ed in cuore la speranza di riuscire a portare a casa questo brevetto. Sono ventidue le ore di viaggio, la maggior parte in autostrada, durante le quali ci alternaniamo più volte alla guida dell’automobile. Attraversiamo tutta l’Italia da Nord a Sud e gran parte della mia amata terra natia, la Sicilia, per raggiungere il luogo dove soggiorneremo, anche per recuperare le energie profuse nella rando e per trascorrervi le sospirate ferie anzi tempo programmate.

Abbiamo affittato un appartamento a San Vito Lo Capo, rinomata località turistica che è abbastanza lontana (circa 90 chilometri) dal luogo di partenza della rando cioè Isola delle Femmine, ma la riserva dello Zingaro è meta turistica troppo ambita per rinunziarvi! Sono anche da accontentare e tenere buone le nostre compagne, cui spettarà l’onere di accompagnarci e venirci a riprendere al luogo di partenza ed arrivo della randonnèe nei pressi di Palermo. Un paio di giorni dopo essere giunti a destinazione, abbiamo giusto il tempo di acclimatarci facendo anche un giro test con le nostre specialissime. E’ il 15 giugno, pedaliamo per 110 chilometri nei dintorni di quella che sarà una parte dello scenario della rando, la riserva naturale dello Zingaro ed il suo primo punto di controllo, cioè proprio San Vito Lo Capo. Facciamo la conoscenza di Vito Agosta, una bellissima persona, gentile come la terra che ci ospita, che ci fa da guida. Non lo ringrazierò mai abbastanza per la sua cortesia e per come ci ha accolto, onorandoci della sua amicizia.

Trascorre un altro giorno, il 16 Giugno, in cui nel primo pomeriggio ci rechiamo in macchina a Isola delle Femmine presso l’albergo “Saracen”, pratico per i randonneur che hanno deciso di farvi base, visto che è anche il punto di partenza ufficiale della rando! E’ previsto un briefing con l’organizzazione, a cui prendono parte alcuni ospiti d’onore, la stampa ed i partecipanti. Ritroviamo là diversi volti conosciuti, scambiamo impressioni sulle rando in cui ci si è incontrati nel recente passato e su quanto si è fatto da quando ci si è, per così dire, “persi” di vista. Dalle 16 alle 18 vengono distribuiti i cartellini del brevetto da timbrare ai vari punti di controllo e due sacche per i cambi del vestiario sportivo, cambi che avverranno in due dei tre alberghi messi a disposizione dall’organizzazione. Le sacche saranno portate là dove ognuno ha, anzitempo, deciso di fare sosta. Nel contempo, si conferma la prenotazione della medaglia commemorativa dell’A.R.I. pagando la relativa quota. Quindi alle ore 18, veniamo fatti accomodare in un'altra sala, dell’albergo per il breve briefing citato prima.

Prende a parlare Salvatore “Totò” Giordano, l’organizzatore della manifestazione per conto della A.S.D. Ciclo Tyndaris con sede a Patti (ME), che oltre a raccomandarci di attenersi alle regole di sicurezza, cioè portare sempre il casco ben allacciato in testa, la casacca a bande rifrangenti ed un'adeguata illuminazione notturna sulle bici, si sofferma su come sia importante, per la nostra sicurezza, guidare con prudenza, rispettando il codice stradale, citando espressamente di evitare le doppie file o le invasioni di corsia. Altre raccomandazioni riguardano due punti in cui è possibile sbagliare percorso, dove va posta assoluta cautela! Nel primo, a seguito di errore, si potrebbe finire addirittura con l’imboccare l’autostrada, come già successo nella precedente edizione! Lui ci assicura che farà di tutto affinchè giunti là, ognuno di noi non possa sbagliarsi. Allo scopo ci dice che posizionerà delle frecce adesive rosse in campo bianco. Quindi la parola viene ceduta al neo eletto presidente A.R.I. Italia, Luca Bonechi, che, dopo un breve discorso introduttivo, risponde a domande poste dai randonneur relative ai brevetti ed alla squadra della Nazionale Italiana rando. Ci annuncia anche la sua personale partecipazione all’evento, insieme ad amici toscani. Da ultimo, ma non per questo meno importante, proprio perché la manifestazione è dedicata a commemorare questo fatto, l’amarcord di un componente della scorta personale del giudice Falcone, sopravvissuto all’attentato mafioso, in cui perirono il compianto giudice, sua moglie e parte della scorta stessa! Infine Salvatore Giordano, riprende brevemente la parola per congedarci tutti e darci appuntamento al giorno seguente, il 17 Giugno alle ore 6 nel cortile del “Saracen”.

Facciamo così ritorno a San Vito Lo Capo, il tempo di cenare fugacemente e fare un’ultima verifica delle bici e del bagaglio che ci porteremo appresso e poi via di corsa a dormire, non prima di aver puntato la sveglia del telefono cellulare alle 3 del mattino! La notte scorre velocissima, nonostante sia andato a riposare alle 21. La sveglia suona, fuori è ancora buio. Il tempo di lavarmi la faccia, vestire la tenuta della società di appartenenza, fare la barba, mangiare un piattone di riso in bianco come prima scorta energetica di carboidrati, caricare bici, borse a manubrio e quelle da sotto sella in macchina e si parte, insieme a Bruno e alle nostre compagne che sono ancora in stato confusionale per la levataccia!

Sono le 5:40 quando arriviamo al “Saracen”, il cortile è già un brulicare di ciclisti che controllano le bici, montano ruote, attaccano borse a manubrio e sottosella, fanno giretti nel cortile, con continue cambiate, per vedere se la meccanica delle bici risponde bene e provano i freni. Facciamo altrettanto anche noi mentre le nostre compagne ci guardano divertite prendendoci in giro, dandoci per matti e scattandoci foto curiose! Mi avvicino a mia moglie e le do un bacio: oggi è il suo compleanno e per regalo la lascerò sola per quasi tre giorni interi…. Lei mi chiede solo un favore, di fare la massima attenzione per evitare di cadere e farmi male, arrivando possibilmente sano al traguardo: questo l’unico regalo che mi chiede di farle.

Le sorrido benevolmente e faccio un gesto a Bruno che bacia la sua ragazza e le fa gli auguri, scopro così al momento che è il loro anniversario, il giorno in cui si sono messi insieme, guarda i casi della vita! Un ultimo saluto e via verso la macchina che fa da scrivania, sul cui cofano Salvatore Giordano “Totò” è intento ad apporre il primo timbro sul brevetto ai partenti. Timbriamo anche noi e prendiamo un fiore ciascuno, come fatto dagli altri, fiori che deporremo ai piedi della stele che commemora il sacrificio dei fedeli servi dello Stato, i giudici Falcone e Borsellino uccisi, insieme alle loro scorte, da vili agguati mafiosi!

Alle 6:30 viene dato il via, usciamo pedalando dal grande cortile dell’albergo e ci avviamo alla stele commemorativa, distante poco meno di un chilometro; arriviamo in pochi minuti a Capaci, appoggiate le bici ai muri ed agli alberi intorno, deposti i fiori alla base della stele, recito mentalmente una preghiera. Nel mentre, uno dei quattro superstiti di quell’attentato ci racconta, con dovizia di particolari, quanto accaduto il giorno della strage in quel luogo. Il ricordo e l’efferratezza del gesto mafioso compiuto dal Brusca il 23 maggio del 1992, mi fa capire quanto coraggio devono aver avuto Falcone ed il suo collega giudice, Borsellino, che perì due mesi dopo nell’agguato di via D’Amelio. Spesso, troppo spesso, questi grandi uomini furono lasciati soli dallo Stato che con fedeltà ed abnegazione servirono. Fu grazie al loro operato ed al loro sacrificio che la mafia venne efficacemente combattuta e si capirono i meccanismi con cui operava e agiva sul territorio siciliano e non solo!

Sono circa le 7 del mattino, trascorso questo momento di raccoglimento, è tempo di rando, si rimonta tutti in sella e iniziamo ufficialmente a pedalare per compiere questa ottava edizione del giro di Sicilia. Trascorrono pochi chilometri e già in presenza di un passaggio a livello c’è la prima caduta di un randonneur alquanto distratto: i binari in quel tratto sono più alti rispetto all’asfalto e salirvi sopra trasversalmente è un errore imperdonabile! La velocità del gruppo non è molto alta, ma sufficiente a sgranarlo anche perché c’è vento contrario. Il vento contrario, di intensità più o meno forte, sarà una costante per quasi tutto l’arco del giro di Sicilia.

Presto io e Bruno ci ritroviamo soli perché andiamo a ritmo sostenuto, concentrati sul primo obiettivo di giornata, che è quello di raggiungere l’albergo prenotato, il “Tre Torri” ad Agrigento, in massimo 12 – 13 ore, per trascorrervi alcune ore di riposo prima di proseguire. Il primo bel colpo d’occhio, lo troviamo in località Castellammare del Golfo dopo 47 chilometri percorsi. La strada, che fino lì era praticamente pianeggiante, impenna improvvisamente in una salita lunga poco meno di sei chilometri, offrendoci un ampio panorama della città e del golfo. Decidiamo di fare due soste in punti panoramici per scattare qualche foto ricordo e poi via, nuovamente a pedalare.

Scolliniamo un quarto d’ora più tardi e in discesa riprendiamo fiato per quattro chilometri, stando attenti alle folate di vento laterale contrario che ci fanno barcollare con andatura ondeggiante. Finita la discesa, la strada torna a salire, con brevi tratti in falsopiano, fino a Custonaci, la città del marmo. A testimoniarlo, oltre ad un monumento ad ingresso paese, anche gli imponenti siti di estrazione visibili nelle montagne circostanti e sovrastanti lo stesso. Svoltiamo in direzione San Vito Lo Capo, la strada in ripida discesa, ci porta a superare i 70 chilometri all’ora! Prendiamo qualche rischio perché il vento continua a farsi sentire con folate insidiose, costringendoci a tratti a tirare i freni per non perdere il controllo delle nostre cariche specialissime.

Un'ultima breve, ma altrettanto ripida salita, prima di San Vito Lo Capo, fa selezione e in diversi si staccano. Arriveranno al punto di ristoro, il bar “Blue Marine”, sito sul lungo mare, dopo pochi minuti! Sostiamo al bar una ventina di minuti per timbrare il brevetto, consumare una bella brioche ripiena di gelato e riempire le borracce. Il tempo trascorso dal via al primo punto di controllo, testimonia che stiamo andando forte: tre ore e sedici minuti per coprire i primi 92,2 chilometri fanno davvero una bella media visto anche le salite affrontate!

Riprendiamo a pedalare: c’è da tornare a Custonaci per la stessa strada e ben presto ci rendiamo conto del perché in discesa la velocità fosse così sostenuta, mentre adesso si suda e non poco a doverla risalire col vento in faccia. Ma siamo ancora freschi e carichi come molle, quindi a buon ritmo risaliamo la china e scolliniamo a Custonaci, attraversando il paese in discesa, per puntare su Trapani, distante una trentina di chilometri dal primo punto di controllo. Bello il panorama che si offre alla vista, con il monte Cofano sulla destra e la baia del Cornino ai suoi piedi. Proseguiamo oltre. La SP20 che percorriamo, lambisce l’antica tonnara di Bonagia risalente al XVII secolo, ora trasformata in resort. Quindi la strada continua a seguire il profilo della costa in un dolce sali – scendi fino ad arrivare a Trapani. Affascinante il panorama sulle saline, per non dire quello ancor più mozzafiato sullo sfondo, con le isole Egadi tra cui spicca Favignana! Lungo il percorso, poco prima di entrare a Trapani, abbiamo agganciato l’unica coppia in tandem iscritta alla rando.

Sono formidabili, perché hanno una particolarità: il ciclista che siede dietro a quello alla guida è cieco, ma hanno un feeling invidiabile, specie quando si tratta di destreggiarsi in mezzo al traffico dove, a comandi vocali, quello davanti impone a quello retrostante il ritmo da tenere e quando frenare! Non scendono mai sotto i 35 chilometri all’ora e spesso viaggiano intorno ai 40, nonostante il vento laterale contrario! Ci accodiamo, sfruttandone la scia, fino a quando decidono, in accordo con altri, di fermarsi a mangiare in un ristorante trovato lungo la strada, visto che è mezzogiorno passato. Siamo nuovamente soli io e Bruno, ma manteniamo alta l’andatura perché il punto di controllo è ancora distante.

Siamo nei dintorni di Marsala. Anche qui un bel colpo d’occhio, è offerto dalle saline e dalle isole di San Pantaleo. Quella di Santa Maria è la più estesa, l’isola Grande. Ci soffermiamo per mangiare una barretta di carboidrati e scattiamo alcune foto, assumiamo liquidi e riprendiamo il percorso. Passiamo anche Marsala, famosa per lo sbarco dei Mille di Garibaldi e puntiamo su Mazara del Vallo e Campobello di Mazara.
Il tempo si mette al brutto, nuvole cariche di pioggia si accumulano ed avanzano veloci portate dal vento. Lo faccio notare a Bruno e da lì a poco inizia a piovere. La sede stradale si trasforma in una sorta di pista da pattinaggio; l’asfalto vecchio e usurato rilascia una specie di sostanza saponosa, in breve ho la tenuta della società tutta macchiata a mo' di leopardo. Anche riceverla in faccia, sollevata dalla ruota posteriore della bici di Bruno stante innanzi a me, non è piacevole! Piove da dopo Campobello di Mazara fino alle porte di Menfi, la temperatura cala, rinfrescata dal vento che rinforza ed inizio a sentire freddo nei tratti in discesa, dove dobbiamo porre la massima attenzione a non frenare troppo bruscamente per il rischio di scivolare e cadere!

Giungiamo a Menfi alle 15:57, 223.5 chilometri dallo start. Nel frattempo il sole e tornato a splendere tra le nuvole diradate dal vento. Nonostante abbia la tenuta bagnata e sporca, decido di non cambiarmi, fidando che si asciughi durante la sosta, mentre sto seduto al sole! Il gestore del bar “€uro Caffè” timbra i nostri brevetti. Sorseggio una dissetante birra fresca e nel mentre mangio un arancino. In procinto di ripartire, apprendiamo la notizia che, causa il maltempo, un ponte a valle è impraticabile per cui, su indicazioni dateci dal gestore del bar, dobbiamo fare un pezzo di strada in salita, variando così il percorso per evitare di rimanere fermi! Ci sobbarchiamo anche questo tratto di salita, per scendere velocemente verso Sciacca, proseguendo fino a Porto Empedocle su strada vallonata e raggiungere Agrigento. Sono le 19:15 quando facciamo apporre il timbro sul brevetto al personale presente alla reception dell’albergo.

La prima meta di giornata è raggiunta, prendiamo una stanza e dopo aver fatto la doccia scendiamo a cenare. La fame è tanta perché il vento, quasi sempre contrario ed a tratti intenso, oltre alla pioggia ed al freddo patito, ha messo a dura prova il fisico. Sono le 23:30 quando vado a riposare. Dopo un’ora di sonno però mi sveglio perché sto male! Mi metto a sedere sul letto, sono in preda a forti vertigini che mi provocano nusea e penso di avere una congestione in atto. Bruno, beato lui, dorme come un bambino. Provo a bere dell’acqua tiepida, ma non riesco a stare dritto in piedi, decido di assumere dei sali minerali per vedere se cambia qualcosa, niente! Verso le 2:30, con il mio armeggiare, sveglio Bruno. Vedendo che non sto bene, mi consiglia di prendere degli zuccheri per cercare di rimettere tutto quello che non ho digerito. Niente da fare.

Decidiamo di ripartire, ma lo spettro del ritiro è più che reale perché sto da cani! Ci rivestiamo con tenute asciutte e pulite ed alle 3:00 riconsegno la chiave della stanza, seguendo poi Bruno in rimessa a prendere le bici. Monto in sella a fatica e a momenti vado in terra a causa di una improvvisa forte vertigine. Sto per mollare, ma Bruno mi chiede di provare a proseguire, al che gli chiedo a mia volta di tenere un'andatura bassa per i primi chilometri e di starmi davanti in modo che abbia un punto di riferimento. Ripartiamo e percorriamo circa 20 chilometri di strada, praticamente pianeggiante, ad andatura che non supera mai i 23-25 chilometri l’ora. Per fortuna la strada a quell’ora è semi deserta ed anche se vado ondeggiando non corro grossi pericoli, a meno di non guardare di lato, azione che aumenta le vertigini e la nausea rischiando di farmi cadere!

Inizio finalmente a sentirmi meglio nei dintorni di Licata, quando albeggia, ma non assumo niente, bevo qualche piccolo sorso d’acqua da Gela in poi. Giungiamo a Scoglitti alle 7:30 del mattino. Faccio un calcolo mentale veloce, da Agrigento a Scoglitti 12 ore per percorrere 75 chilometri, mettendo in conto la cena ed il malessere avuto in camera da letto che di fatto non mi ha permesso di recuperare fisicamente! La vedo dura proseguire se mi succede un altro imprevisto del genere. Adesso il problema è che devo mangiare perché sono vuoto di energia, la paura, quella di non riuscire a metabolizzare quanto mangio. Prendo dell’insalata di riso e delle verdure grigliate, consumo il tutto bevendo coca cola ed acqua. Nel frattattempo si siede al tavolo un randonneur sopraggiunto da poco al punto di controllo, chiede di poter mangiare in mia compagnia ed iniziamo a scambiare quattro chiacchere. E’ un randonneur modenese, Eros Mesciari, che finito di mangiare mi accompagna a conoscere di persona Sonia Testi. L’ho già come amica su Facebook, ma non ho mai avuto la fortuna di incontrarla fino a quel momento. Insieme a lei faccio la conoscenza di altri suoi amici, con cui stanno tentando di completare il brevetto. Scattiamo delle foto ricordo insieme e li saluto, perché prima di tornare in sella voglio bere un buon caffè al bar.

Bruno, al solito più lesto di me nel prepararsi, è già in sella che mi aspetta, salgo in sella anche io e si riparte per raggiungere il secondo obiettivo di giornata, ancora molto distante, l’hotel “Solemar” di Capo Sant’Alessio. Capisco che Bruno ha voglia di recuperare parte del tempo perduto, perché mena sui pedali, tanto da raggiungere il gruppo di modenesi partito diversi minuti prima di noi e subito dopo staccarlo, in virtù di un passo molto più sostenuto. Lo seguo, anche se sento di non avere la freschezza muscolare del giorno precedente, ma sono un cagnaccio e non mollo. Le ore scorrono, passiamo da Punta Braccetto, Punta Secca, Marina di Ragusa, Donnalucata e Pozzallo dove spiccano numerosi i terreni coltivati a vigneti e uliveti. Alle 11:50 arriviamo a Portopalo di Capo Passero, sbagliamo strada e saliamo al faro invece di stare più bassi e giungere al punto di controllo. Fatica extra a parte, il faro e il panorama sono davvero belli così scattiamo un paio di foto anche lì, prima di ridiscendere in paese e fermarci al punto di controllo e ristoro.

La giornata è calda, il vento leggero e seduti all’esterno del bar “Self Service da Candiano”, togliamo le scarpe per dare aria ai piedi bollenti e gustare l’ennesimo arancino accompagnato da una bella birra fresca, sorseggiata con moderazione. Bruno beve coca cola e si orienta su un arancino vegetariano. La pausa si prolunga e nel frattempo veniamo raggiunti dal neo presidente A.R.I. Luca Bonechi e dai suoi compagni di pedalata. Anche loro sono accaldati ed entrano nel bar a dissetarsi e rifocillarsi. Decidiamo di aspettare la loro ripartenza, perché Bruno vuole fare qualche domanda a Luca sui brevetti e così facciamo, ripartendo insieme per fermarci poco dopo e scattare alcune foto ricordo, sulla salita che porta al di là del promontorio da cui si vedono la suggestiva tonnara ed il castello di Tafuri. Abbiamo ancora 184 chilometri da pedalare per raggiungere l’albergo prenotato a Capo Sant’Alessio ed il caldo si fa opprimente. Lasciamo indietro il gruppetto dei toscani e proseguiamo a buona velocità per arrivare prima che sia notte fonda.

Al bivio per Noto, svoltiamo in direzione Avola, proseguendo per Cassibile. Quattordici chilometri dopo raggiungiamo Siracusa dove all’hotel “Scala Greca” è posto il punto di controllo e ristoro. Ci fermiamo per mangiare una gustosa focaccia con pomodori e mozzarella, bere qualcosa di rinfrescante, nel mentre raschio un gratta e vinci comprato alla cassa, scopro così di aver vinto 50 euro! Bene dico sorridente a Bruno, l’albergo per stanotte e la colazione per domani mattina sono pagati! Bruno si complimenta e mi fa cenno che è ora di ripartire, così saliamo in sella e salutiamo i randonneurs ancora intenti a rifocillarsi.

Percorsi 37 chilometri arriviamo nella zona di Augusta. E’ qui che iniziano i problemi, perdiamo di vista le indicazioni e ci incasiniamo, finendo per imboccare l’autostrada! Ce ne accorgiamo dopo una ventina di metri e scesi dalle bici torniamo indietro a piedi, spingendo a mano le stesse, ridiscendendo la rampa di accesso. Alcuni automobilisti che sopraggiungono ci guardano stupiti, qualcuno ci suona il clacson! Patiamo per circa due ore, aggirandoci nei dintorni di Melilli, alla ricerca del bivio perduto, trovando altri randonneur che nel frattempo hanno sbagliato percorso anche loro! Ne veniamo fuori solo grazie alle indicazioni di un operaio del posto e di un signore anziano che ci reindirizzano sulla giusta strada.

A causa del tempo perso decidiamo di saltare il punto di ristoro di Catania e tirare dritto verso Capo Taormina. Passiamo ai piedi dell’Etna. Con la sua imponente forma conica, come appare dai dintorni di Catania, è il più alto vulcano d’Europa con i suoi 3350 metri ed anche uno dei più alti del mondo! La strada torna a salire anche se non con pendenze rilevanti, ma il traffico è caotico a quell’ora. Sono circa le 19:30 e dobbiamo stare molto attenti! Siamo sul far della sera e tra poco sarà buio. Accendiamo le luci e proseguiamo. Passiamo così, sempre salendo con maggior pendenza, i comuni di Aci Castello, Acireale e, dopo una discesa ripida, da incubo, su strada lastricata a plotte rettangolari di pietra lavica, giungiamo a Giarre. Alla fine della discesa accuso dolori alle ginocchia, ai polsi ed ai gomiti; la bici sembrava un cavallo imbizzarrito ed era al limite del controllo nonostante scendessi a una velocità non superiore ai 20 chilometri l’ora! Dobbiamo fermarci a riprenderci da quella tortura. Lo facciamo nei pressi di un paesino dove è presente una fontanella vicino ad una chiesa, alla quale riempiamo le borracce ormai vuote. Scopriamo alcuni chilometri più in là che l’acqua presa, ha un gusto strano, ma piacevole, perché leggermente mineralizzata con un retro gusto particolare. Nel berla sento beneficio anche allo stomaco e mi passano del tutto le sensazioni di nausea che erano tornate a farsi sentire da qualche chilometro addietro.

Percorsa ancora una decina di chilometri giungiamo a Giardini Naxos, rinomata meta turistica ai piedi del picco su cui sorge Taormina. E’ orma tardi, sono le 22:00 e ci fermiamo per fare ancora qualche scatto fotografico ad una nave in rada, tutta illuminata. E’ la “Royal Clipper”, il veliero da crociera più grande al mondo con ben 5 alberi, che ha la possibilità di dispiegare al vento ben 42 vele quadre! Ripartiamo per percorrere l’ultimo tratto di strada che ci separa dall’hotel, lo troviamo dopo aver scollinato Capo Sant’Alessio, l’ultima erta di giornata!

Mettiamo le bici in rimessa e andiamo alla reception a registrarci e far timbrare il brevetto, visto che l’hotel fa anche da punto di controllo. Sono le 23:20, all’atto di registrarci, io e Bruno scopriamo che, per mia distrazione ed anche perché stavo male, non ho ritirato i documenti quando siamo ripartiti dal precedente albergo, per fortuna ho appresso anche la patente ed uso quel documento allo scopo. Saliamo in stanza a farci una bella doccia ristoratrice e poi ridiscendiamo per cenare. Andiamo a dormire intorno alle una del mattino, per risvegliarci alle cinque. Una veloce ed abbondante colazione e alle sei ripartiamo per Messina.

Messina dista poco meno di 40 chilometri. La raggiungiamo agevolmente, il traffico in città a quell’ora è caotico, sono circa le otto. Raccomando a Bruno di fare attenzione sia al traffico che ai binari della metropolitana di superficie, che nella zona del porto sono molto insidiosi. Nemmeno a farlo apposta, appena raggiunti i binari che attraverso facendo la massima attenzione, a Bruno viene tagliata la strada da un'auto. Per evitare di urtarla, sterza improvvisamente, finendo con la ruota anteriore in uno dei binari e cade rovinosamente a terra! Sono davanti a lui, mi giunge all’orecchio il rumore della caduta, mi giro improvvisamente ed ho ancora il tempo di vedere la bici ricadere al suolo, dopo una mezza giravolta. Preoccupato per le condizioni di Bruno cerco di girarmi e andargli incontro ma nel traffico intenso è cosa impossibile, ma per fortuna lo vedo prontamente rialzarsi. Gli chiedo come sta e per risposta mi spiega cosa gli è accaduto. Guardo il lato su cui ha impattato al suolo e vedo che ha diverse abrasioni al polpaccio ed alla coscia sinistra, il polso destro dolorante perché ha usato la mano per attenuare l’impatto al suolo ma, per fortuna, riesce ancora a muoverlo. Si ripulisce alla meglio dal terriccio sabbioso, controlla la bici e risalito in sella mi fa cenno di ripartire. Avevamo l’obiettivo, una volta giunti a Messina che è la mia città natale, di andare a fare una seconda colazione a base di granita, caffè con panna e brioche, in un posto dove ci eravamo fermati già all’andata quando siamo sbarcati in terra di Sicilia con la macchina. E’lui stesso a dirmi che non vuole rinunciare a questa delizia, anche se è caduto, perché così impiegherà il tempo della sosta per riprendersi dallo spavento.

Ci leviamo anche questo sfizio e ripartiamo, percorrendo il lungomare di Messina. Incantevole il panorama sullo stretto, di fronte alla Calabria e a Villa San Giovanni, mentre dal lato in cui siamo, possiamo ammirare il palazzo del governo di fronte alla bellissima fontana del Nettuno. A Capo Peloro, troviamo i laghi di Ganzirri, famosi per la coltivazione delle cozze e dietro di questi vediamo stagliarsi, nitido contro il cielo, l’imponente traliccio dell’elettrodotto di cui si intravvede il “gemello” in Calabria. Ambedue, alti oltre 200 metri, sorreggevano i cavi dell’alta tensione, lunghi oltre tre chilometri che poi furono fatti passare, nel 1994, sott’acqua nel mare per ragioni di efficienza ed evitare la costosissima manutenzione dell’elettrodotto stesso. I piloni sono ancora lì, rimasti a svettare in ricordo della grandezza dell’opera realizzata.

Passiamo oltre, puntando su Villafranca Tirrena e Barcellona Pozzo di Gotto, ammirando il golfo di Milazzo a est e quello di Patti a ovest di Capo Milazzo. Affrontiamo la salita che porta al santuario di Tindari, fermandoci diverse volte a fare scatti fotografici suggestivi del posto. Ridiscendiamo l’altro versante. Sono le 12:30 quando arriviamo al punto di controllo e ristoro “Nuovo Ritrovo Marconi” di Patti. Dopo aver timbrato il brevetto ci aspetta un bel piattone di pasta al forno cucinata dal bar e offerta dalla sociètà organizzatrice della rando, la A.S.D. Ciclo Tyndaris. Mangiamo e sostiamo quasi un’ora a dar respiro a piedi e gambe, facendo nel frattempo conoscenza di un altro simpaticissimo randonneur, Gianni Barrera, dal caratteristico pizzetto bianco fatto a treccina, bruciato dal sole e rosso come un peperone, incontrato più volte lungo il percorso che sta pedalando questa rando in sella ad una recumbent. Scattiamo con lui alcune foto ricordo e riempiamo le borracce per poi ripartire, non prima di aver letto, su un comunicato ufficiale, che l’ultimo punto di controllo a Cefalù è stato soppresso perché non sicuro per i randonneur fermarvisi a causa del traffico.

Mancano poco più di 200 chilometri all’arrivo e già sentiamo odore di brevetto, ma siamo troppo ottimisti, ce lo ricorda il vento che aumenta di intensità, facendoci penare non poco tra Capo Calavà e Capo D’Orlando, in alcuni tratti in discesa è così intenso che ci tocca pedalare a tutta per riuscire ad andare oltre i 25 chilometri l’ora ed al contempo evitare di finire col cadere per le folate intense laterali che sembrano spintonarci! Intanto il mare sotto le coste frastagliate fa la voce grossa, con l’infrangersi delle onde spumeggianti su di esse! Passiamo da Sant’Agata di Militello e qui sostiamo. Le energie iniziano a scarseggiare per la fatica spesa a contrastare il forte vento contrario, che non accenna a diminuire specie sotto costa. Ho voglia di bere una limonata spremuta al momento e mangio anche una brioche ripiena di gelato, poi torniamo a pedalare. Facciamo un’ultima sosta a Santo Stefano di Camastra. Mangio ancora un arancino di riso e carne e bevo una birra, mentre Bruno si orienta su un cornetto alla crema e una coca cola.

Ripartiamo dopo una pausa di oltre mezz’ora, decidendo di non fare altre soste fino al traguardo. Il vento non ci molla più ed è sempre forte e contrario. Passiamo Cefalù e la stanchezza aumenta esponenzialmente, perché il percorso vallonato non aiuta. Ritroviamo un tratto pianeggiante solo quando arriviamo nei pressi di Termini Imerese, circa sette chilometri; qui si aggancia a ruota un randonneur che sfrutterà le nostre lunghe tirate ad oltre 30 chilometri l’ora controvento, senza darci mai un cambio! Poco prima di Termini Imerese la strada inizia a salire con discreta pendenza. Andiamo su di buon passo fino ad un tratto in cui, stufo ed in preda alla smania di vedere al più presto il punto di scollinamento, accelero dando fondo alle ultime energie. Il mio ritmo è troppo alto e Bruno si stacca perché non capisce cosa stia facendo. Il bello è che a volte non lo capisco nemmeno io!

Arrivato in cima, nella parte alta di Termini Imerese, penso sia finita, invece dopo un breve tratto in discesa di quattro chilometri, al termine di una curva, mi ritrovo a salire nuovamente. Le energie sono al lumicino, non mi sono più alimentato, nemmeno nel tratto in pianura ed adesso non mi resta che raschiare il fondo del barile perché la salita che affronto è breve, ma tosta. In un tratto un cartello indica perfino una pendenza del 22% ed in effetti il 34/30 ci sta tutto per evitare di dover mettere piede a terra! Usciamo da Termini Imerese che inizia ad imbrunire. Accendiamo le luci e proseguiamo in direzione di Bagheria, che raggiungiamo dopo un’ora. Sono vuoto di energie, procedo a rilento incitato da Bruno che vedo alquanto preoccupato. Da Bagheria impieghiamo un'altra ora per raggiungere Palermo. Sento la meta vicina, ma procedo stancamente. Affiora anche un po’ di nervosismo, quando a Palermo sbagliamo strada, finendo a Mondello! Anche Bruno è nervoso e, mentre cerca di ritrovare la strada giusta, visto che anche la gente ci dà indicazioni contrastanti, si dimentica di me che vado pianissimo e ci perdiamo di vista!

Mi fermo ad un incrocio alcuni lunghi minuti e lo vedo tornare indietro per cercarmi. Nervosamente gli dico se si fosse scordato di me, mi risponde che non si era accorto fossi rimasto così indietro. La chiudiamo lì e ripartiamo. Troviamo finalmente la strada giusta e percorriamo i tredici chiloetri che ci mancano fino a raggiungere l’arrivo, l’hotel “Saracen” a Isola delle Femmine!

Entrare nel cortile dell’hotel mi dà una gioia indescrivibile e mi viene perfino da piangere, ma non ci riesco, perché nella fatica sostenuta in quell’ultimo tratto, ho sudato perfino le lacrime! Siamo così stanchi e provati che non scendiamo nemmeno dalle bici, guidandole anche nel vialetto, che sarebbe da percorrere a piedi, per poi arrestarne la marcia proprio davanti alle grandi porte a vetro dell’hotel. Io addirittura non riesco nemmeno più a staccare le scarpette dagli attacchi, finendo per appoggiarmi con tutta la bici al muro dell’hotel! Vengo aiutato a sganciare le scarpe dagli attacchi da mia moglie, che nel vedermi arrivare mi è venuta incontro. E’ preoccupata per le mie condizioni. Sono davvero esausto e mentre riceviamo gli applausi ed i complimenti di alcune signore sedute in un salottino all’aperto davanti a noi, una di loro mi porge una bottiglia di acqua fresca. Ne verso metà in testa, bevendone poi dei bei sorsi. Sento il bisogno di sdraiarmi a terra per rilassarmi e cercare di riprendermi. Quando, trascorsi alcuni minuti mi rialzo, Bruno mi abbraccia e ci diamo un cinque sorridenti, consapevoli che ormai il brevetto è nostro!

L’addetta a registrare i dati del brevetto, ci invita ad entrare nella sala dove avevamo tenuto il briefing tre giorni prima con Giordano. Ci consegna il brevetto, la medaglia che commemora la 1.000 chilometri e l’attestato. Nel mentre mia moglie e la compagna di Bruno ci scattano diverse foto a ricordo.

Vado al tavolo del buffet, in preda ad un appetito famelico, ho le mani che tremano per carenza di zuccheri. in pochi minuti mangio due piatti colmi di risotto allo scoglio, sotto gli occhi divertiti di Bruno e delle nostre compagne, che dicono di non aver mai visto una fame così vorace! Io e Bruno torniamo a complimentarci e poi andiamo sotto la doccia a lavare via tutto il sudore e parte della fatica profusi in questo terzo giorno, che ormai volge al termine.

Siamo pronti, in abiti borghesi, salutiamo così tutti i randagi presenti al momento e caricate le bici in macchina, ripartiamo alla volta di San Vito Lo Capo. Finalmente potremo concederci, un buon sonno ristoratore ed ancora una settimana abbondante di ferie per rilassarci e divertirci! Qualche giorno prima della partenza per fare ritorno a casa dalle ferie, Totò Giordano ci contatta e ci comunica di avere i nostri documenti, recuperati presso l’hotel “Tre Torri”. Il giorno della ripartenza per Merano, al casello autostradale di Patti, ci incontriamo e ce li riconsegna di persona. Stringendogli la mano, lo salutiamo e gli rinnoviamo i nostri complimenti per la bellissima esperienza regalataci con la Sicilia No Stop 8 e lui auspica di rivederci tra due anni alla SNS9!

I dati riassuntivi di questa SNS8, forniti da Totò Giordano, riportano: 89 iscritti, 84 partiti, 79 brevettati! Quelli personali dicono che io e Bruno abbiamo percorso i 1.040,82 chilometri, quasi 27 in più per errori di percorso, con 7.456 m di dislivello, in 64 ore e 16 minuti, durante le quali abbiamo effettivamente pedalato per 39 ore, 33 minuti e 45 secondi, alla media di 26.3 chilometri l’ora.
Missione compiuta e diritto di pre-iscrizione alla Parigi-Brest-Parigi acquisito!
Buon tutto a tutti!

(10 luglio 2014)

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