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Inserito il 09 luglio 2014 alle 12:33:41 da Francesco Chiappero. - Letto: (6312)

Migliora la performance, gestendo la fatica

Ignorare il senso di affaticamento provato in gara o in allenamento non aiuta a migliorarsi, anzi produce l'effetto contrario. Un piano di allenamento moderno invece deve tenere conto anche dei parametri che individuano l'affaticamento accumulato dall'atleta, per personalizzare al meglio i cicli di carico e scarico. Vediamo un esempio.



a cura del dott. Francesco Chiappero
Il periodo compreso tra giugno e luglio si presenta, nel panorama delle granfondo, ricco di appuntamenti importanti. Succede però che molti atleti, dopo un inverno di sacrifici e una primavera di speranze, si ritrovino in griglia di partenza, la mattina della gara tanto sognata, stanchi e svogliati, incapaci di godersi appieno l’occasione e tantomeno di migliorare i propri record.
Una giornata simile è sovente il frutto di una preparazione atletica sbilanciata, in cui la fatica accumulata è risultata essere superiore ai benefici degli adattamenti indotti dal training; insomma, l’esatto opposto di un piano d’allenamento ben riuscito.

Eppure la fatica non può essere vista solo in modo negativo. La sua funzione è infatti a garanzia della nostra salute: essa giunge prima che si possano verificare gravi infortuni o che si instaurino pericolose carenze nel nostro organismo, costringendoci a rallentare e a porre attenzione alle potenziali situazioni di pericolo.
Imparare a conoscere la fatica è dunque un passo fondamentale, per chi pratica sport e vuole superare i propri record. La sua integrazione tra i fattori del carico, insieme a volume, intensità e frequenza, può rappresentare “l’arma vincente” di un percorso d’allenamento, di certo un passaggio obbligato per lo sviluppo di moderni modelli prestativi.
Una programmazione dell’allenamento strutturata in modo rigido sull’alternanza di carico e scarico (di norma tre settimane di carico e una di scarico) appare ad oggi “limitata”; la natura dell’uomo necessita di flessibilità per potersi sviluppare al meglio.
Considerare l’atleta alla stregua di una macchina, che risponde in modo sistematico agli stimoli allenanti, non può che essere un errore; la personalizzazione è d’obbligo e l’integrazione dei livelli di fatica per la regolazione del carico può certamente esserne la guida.
Non è raro infatti che l’insuccesso di un piano d’allenamento sia frutto non di mancanza d’impegno verso il lavoro fisico, quanto piuttosto di una tendenza ad ignorare il crescente accumulo di stress.
Si rischia così di terminare il lavoro sfiniti, di mettere a rischio la salute, di rimanere lontani dagli obiettivi prefissati.

L’impressione, come allenatore, è che la stanchezza venga percepita non come un segnale utile facente parte del training, ma come segno di debolezza da nascondere in certi casi anche a sé stessi, come se la sua presenza fosse indice di minor virilità.
Ed è in questi casi che l’allenamento si trasforma in una corsa al massacro.

Si è dunque reso necessario pensare a nuovi sistemi, in grado di fornire dei modelli prestativi che mostrino l’andamento della capacità di performance in relazione ad un nuovo concetto di carico, che includa, oltre a volume, intensità e frequenza degli allenamenti, anche la fatica, al fine di rendere più dinamico il training, grazie ad una flessibile alternanza tra periodi di carico e scarico.
La nuova metodica d’analisi, così strutturata, garantirebbe un minor rischio di ‘overtraining’ e aumenterebbe le probabilità di successo.

L’esempio riportato mostra l’andamento del carico in un bimestre d’allenamento, secondo lo schema classico di volume, intensità e frequenza (linea fucsia), in relazione ai livelli di fatica accumulata da parte dell’atleta (linea blu). Osservando il grafico si può notare come il carico diventi “critico” per l’atleta raggiunti i 100 punti e come, con il passare del tempo, si evidenzi una minor tolleranza al carico e un calo nella capacità di recupero.



Mentre il primo periodo di bassa fatica è durato 10 giorni (dal 07/05 al 17/05), i successivi (dal 29/05 al 2/06 e dal 18/6 al 22/6) hanno avuto una durata inferiore, pari a 5 giorni il primo e 4 giorni il secondo.
E’ interessante constatare come il perdurare di una fase di elevato carico ( > di 100 punti) tra il 17/05 e il 21/05 - nonostante un aumento dei livelli di fatica - sia seguito da un ulteriore peggioramento, raggiungendo così un grande accumulo di stress, così come avviene anche ad inizio giugno.
Questo a testimonianza del fatto che ignorare la fatica genera ulteriore fatica.

Il cambio di strategia nella gestione del carico, messo in atto a metà del mese di giugno, con rapidi e netti cali a seguito dei primi aumenti di fatica, si accompagna invece a rapide diminuzioni della fatica; una gestione “flessibile” che sembra essere chiaramente più redditizia.

Quanto illustrato è solo un esempio di come un nuovo approccio nell’analisi del training, che includa la fatica, tra i parametri analizzati possa dimostrarsi più efficiente rispetto ai modelli tradizionali. Sullo sviluppo e sulla diffusione di massa di questi strumenti c’è ancora molto da lavorare; di certo la tradizionale visione “rigida” dei piani d’allenamento, in cui la fatica viene vista unicamente sotto un aspetto negativo risulta ormai aver mostrato il suo limite.

(9 luglio 2014)
  

Classe 1982, laureato in Scienze Motorie all’Università degli Studi di Torino.

Direttore del centro di valutazione funzionale ‘Movimento è Vita’ di Saluzzo, lavora come preparatore atletico, chinesiologo e biomeccanico nel mondo del ciclismo, paraciclismo, podismo e triathlon.

Grande appassionato della bicicletta, è Presidente e fondatore di una squadra amatoriale di ciclismo: la MovimentoeVita.com, con la quale vince la Coppa Piemonte 2011 come leader nella classifica assoluta delle Granfondo ed il titolo di Campione Europeo Granfondo Udace nella categoria Junior.

E’ preparatore atletico del Barilla Blu Team composto da Alex Zanardi (Campione del Mondo e Campione Paralimpico in carica nella cat. MH4, con il quale vince due medaglie dʼoro e una dʼargento ai Giochi Paralimpici di Londra 2012, la Coppa del Mondo 2013, e tre titoli mondiali in Canada, a Baie Comeau 2013), Vittorio Podestà (attuale Campione del Mondo a cronometro nella cat. MH2 e vincitore di 3 medaglie alle Paralimpiadi di Londra 2012), e da Fabrizio Macchi, pluricampione paralimpico a livello nazionale e internazionale, con il quale vince la medaglia di bronzo ai Mondiali su pista a Los Angeles (USA) nel 2012.

 

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