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Appunti di viaggio Granfondo   
Inserito il 02 luglio 2014 alle 10:35:38 da Enrico Cavallini. - Letto: (3569)

Pantani, il Cippo e una testa dura

Una giornata di forma assente, il primo caldo stagionale e un Cippo di Carpegna da scalare: ecco la storia di una testa dura che non vuole arrendersi di fronte a nulla, ma anche di una Granfondo Straducale organizzata con la massima cura, tra paesaggi fantastici e salite epiche.

 

 

(Servizio di Enrico Cavallini, foto Play Full Nikon)

E

ccolo lì davanti a me il più brutto cartello di tutta la giornata. Mi avvisa che mancano 6,14 chilometri per raggiungere la vetta del Monte Carpegna e saranno anche tosti. Una pendenza media del 10,1% e una massima del 16%.

- Caro mio, se già a me bastava, a te avanzerà pure!

Ecco, lo sapevo, tra caldo e fatica ora ho anche le visioni. Mi si para lì davanti, così come fosse vero. E' il Pirata, che ha reso leggenda questi sei micidiali chilometri immersi nel bosco. Senza Marco Pantani sarebbe stata una salita come tante altre, già nota per altre avventure ciclistiche rosa, ma una salita qualunque. Ora è la salita di Pantani. E lui è lì davanti a me, come lo chef Auguste Gusteau, che appare in visione al topino Remy nel film Ratatouille.

- Ma chi me lo ha fatto fare? - penso tra me e me.

Ecco, appunto, chi me lo ha fatto fare... Dobbiamo tornare indietro di qualche mese.

Sono parecchi anni che vengo a Urbino (Pu) per prendere parte ad una delle più belle manifestazioni nazionali del panorama granfondistico: la Straducale. Purtroppo, però, ho sempre partecipato su una motocicletta per il canonico servizio fotografico. Quest'anno, finalmente, non ho più la concomitanza con altre manifestazioni e sono riuscito ad organizzarmi per poterla pedalare; in moto salirà mia moglie. Dopo tanti anni da spettatore, finalmente avrò la mia occasione per gustarla in sella al mio fido destriero di carbonio.

Il percorso della Straducale ogni anno è un'incognita, in quanto non ricordo di due edizioni con lo stesso identico tracciato, nonostante i punti cardine siano sempre ben fissi. Personalmente mi piace così. Mi annoio a fare tutti gli anni le stesse strade. Percorro tanti chilometri per giungere in qualsiasi manifestazione e mi piace potere scoprire nuovi paesaggi di anno in anno.

Questa è stata l'edizione del Carpegna. Sfruttando l'occasione che l'ottava tappa del Giro d'Italia Foligno-Montecopiolo ha affrontato la salita dedicata a Pantani sul finale, anche la Straducale, essendo "di zona", ha pensato bene ci farci una capatina.

Ne è così uscito un percorso, quello lungo, da 205 chilometri per 3600 metri di dislivello (rilevamento del mio computerino).

Monte Carpegna lo avevo già scalato l'anno passato, a settembre, in occasione della Magnifica, per cui ben sapevo cosa mi stesse aspettando.

La trasferta a Urbino durerà tre giorni. Abbiamo scelto di partire di sabato e di tornare il lunedì. Sabato mattina la sveglia suona di buon'ora. Da buon viaggiatore "intelligente" opto di iniziare il viaggio alle 6.00 in modo di trovare poco traffico durante il tragitto. Per raggiungere Urbino, dovrò seguire il "sentiero" dei vacanzieri fino a Pesaro, quindi prevedo che non sarà facile, ma partendo alle 6.00, penso, sarà più semplice. Peccato che di "viaggiatori intelligenti" ne è piena l'Italia e già da Piacenza il traffico diventa un delirio e il viaggio si trasforma in esodo. Per farla breve, arriviamo a Urbino alle 13.15, dopo sette lunghissime ore, invece delle cinque necessarie.

Vabbè, tanto non ci si può fare nulla se non stare calmi e godersi il viaggio! Giungiamo nella cittadina di Raffaello ospiti della Ciclo Ducale e subito prendiamo posto all'Hotel Mamiani. Veloce sgambatina per scaricare le gambe dalle sette ore di viaggio e ci dirigiamo verso il centro.

Peccato che la zona logistica sia stata decentrata rispetto al passato. Il Collegio Raffaello aveva un fascino tutto particolare e Piazza della Repubblica piena di stand amalgamava la manifestazione con il borgo. La nuova zona logistica situata alla Data, seppur comoda, non regge certo il paragone, e inoltre distacca molto la manifestazione dalla cittadina. Mi dà quasi l'impressione che i ciclisti diano fastidio agli Urbinati e che sia bene metterli "là in fondo nelle stalle". E' solo una mia impressione, ovvio, ma è quello che ho percepito da ciclista.

 

NOTIZIE DAL WEB

La Data e la Rampa elicoidale

Le Stalle ducali (o Data) potevano contenere fino a 300 cavalli e assieme alla vicino torrione della Rampa elicoidale sono opera dell'architetto Francesco di Giorgio Martini; volute entrambe dal duca Federico III da Montefeltro nella seconda metà del XV secolo, come parti collegate al complesso del nascente Palazzo Ducale.

Il torrione della Rampa elicoidale è un'imponente struttura architettonica che si erge sul lato nord della Data, sull'angolo tra quest'ultima e le mura di Porta Valbona. La sua funzione era quella di garantire il passaggio, al Duca e alla sua corte, dal Palazzo alle Stalle Ducali e viceversa. Nella seconda metà del XIX secolo fu eretto, sulla parte superiore della Rampa, il Teatro Sanzio, su progetto dell'architetto Vincenzo Ghinelli.

Dalla seconda metà del XVI secolo, a causa dell'abbandono seguito al declino della città, si verificò il crollo della copertura delle ex Stalle ducali. Da quel momento furono adibite a orto, di proprietà della famiglia Albani, e le vicine strutture, nella parte superiore della Rampa, a granai cittadini, infatti vennero denominate Magazzino dell'abbondanza, quest'ultime furono demolite nella seconda metà del XIX secolo, durante la costruzione del teatro. Per estensione anche la Data acquisì il nome di Orto dell'Abbondanza.

Solamente nella seconda metà del XX secolo la Rampa e la Data furono soggette (in tempi diversi) ad un progetto di recupero curato dall'architetto Giancarlo De Carlo. Questo progetto portò al completo restauro della Rampa Elicoidale nel 1977, nell'intervento urbanistico di recupero dell'intera zona del Mercatale, e al recentissimo (anni novanta) avvio dei lavori di restauro, molto discussi, delle ex Stalle Ducali.[fonte WikiPedia]

Incontro subito gli amici della Straducale e procedo al ritiro del pacco gara. All'interno di una bella borsa in tessuto, trovo un paio di manicotti griffati con il logo della manifestazione, due bombolette di WD-40, una confezione di caffè Pascucci, una confezione di fruttini Zuegg e un pacco di pasta di farro.

Non perdo certo l'occasione di un piccolo assaggio ai prodotti locali. Le graziose e gentili signore offrono ai partecipanti assaggi di crescia e casciotta o salumi vari, annaffiati da bibite varie o vino rosso e bianco (nel dettaglio Chianti e Vernaccia).

Immancabili i saluti agli amici espositori del villaggio expo e via a gustarsi un ottimo gelato urbinate. Nel frattempo, alle 16.00, prendono il via i 25 randonneur diretti verso il percorso a loro dedicato da 400 chilometri. valevole come qualificazione alla Parigi-Brest-Parigi del 2015. Gli stessi sarebbero tornati con il primo anello a Urbino, per "raccoglierne" altri cinque alle 21.00, e terminare gli ultimi 300 chilometri suddivisi in altri tre anelli.

E' ora di cena e di certo non manca la probabilità di incontrare qualche amico che, in ferie al mare di Pesaro con la famiglia, non ha perso l'occasione di pedalare nell'Urbinate.

La domenica mi riserva un'altra sveglia di buon'ora. La partenza della Granfondo Straducale è fissata per le ore 7.30, per cui altra levataccia alle 5.00. Alle 7.00 il cielo è terso e la temperatura è gradevole, ma si percepisce che di lì a poco andrà a scaldarsi. Piazza Mercatale, dominata da Palazzo Ducale, è colma di ciclisti pronti a prendere il via. Con quasi 1100 iscritti, saranno poco più di 800 gli effettivi partenti. Un vero peccato per questa manifestazione che ne meriterebbe tanti, ma tanti di più.

Si parte! Sono tre i percorsi che si possono scegliere: il corto da 73 chilometri e meno di 1000 metri di dislivello, adatto ai ciclisti "circuitari", non presenta asperità degne di nota. Con il medio di 130 chilometri e 2500 metri di dislivello si inizia a fare sul serio. Il Monte Nerone sarà l'osso duro da scalare prima di tornare a Urbania e fare ritorno alla base. Il lungo è invece da veri ossi duri. Accompagnati gli amici della mediofondo a Urbania, ci si dirige verso il borgo di Peglio, quindi dritti verso Carpegna ad affrontare il Cippo e quindi tornare sui propri passi e fare rientro alla base dopo 205 chilometri e oltre 3600 metri di dislivello.

Purtroppo i "circuitari" impongono fin da subito un ritmo serrato e si arriva ad Urbania praticamente in volata. Il gruppo si ricompatta nella valle del Metauro e a Piobbico è posto il primo bivio. I cortisti proseguiranno verso il centro abitato, quindi affronteranno Monte Cagnero (che di monte non ha proprio nulla) per tornare ad Urbania e ripercorrere a ritroso la strada dell'andata.

Tutti gli altri, tra cui io, svoltano a sinistra per affrontare il primo "canchero" di giornata: Rocca Leonella. Gli alpini che frequentano gli Appennini sanno a cosa mi sto riferendo. Alle tipiche salite corte che strappano e non danno modo di prendere il proprio passo. Sono due chilometri e mezzo scarsi, con una pendenza media dell'8,5%, ma con gli strappi al 14%. In cima, o quasi, il primo dei tanti ristori (saranno dieci alla fine del nostro viaggio). Acqua, bibite, frutta fresca, saranno un must dei rifornimenti. Dopo il solito tratto spaccagambe di mangiaebevi tanto odiato da noi alpini, finalmente si presenta la discesa, che ci porta a Secchiano. Da qui un breve tratto di pianura, porta a Pianello dove si inizierà a fare sul serio.

La temperatura sta salendo ed ecco il primo conto da pagare: il Monte Nerone.  Lungo, duro e sotto il sole! Cosa volere di meglio? Sono poco più di 13 chilometri necessari per scalare 1021 metri con una pendenza media del 7,6% e punte all'11%. Fa caldo! Io poi sono pesante e cicciottello, per cui fatico tanto e scaldo come una stufa a pellet! Devo bere tanto, ma proprio tanto! La stanchezza delle due svegliatacce inizia a pesarmi sulle gambe. I pedali non ne vogliono sapere di girare. Di salite così ne ho anche dalle mie parti e di solito le percorro più allegrotto, ma oggi 'ste maledette gambe proprio non collaborano. Piccolo stop da un simpatico omino che con la pompa dell'acqua, oltre al giardino, ha scelto di annaffiare gentilmente anche i ciclisti che lo richiedono. Ecco... per un'oretta buona il giardino non ha visto acqua!

La strada è stretta e si arrampica sul Monte Nerone. Il piacere della frescura del bosco dura poco e la strada si apre subito al cielo, con un bel sole caldo estivo a baciare tutti! Boia, che baci bollenti di passione però. Fortunatamente si sale e tanto più si sale, tanto la temperatura scende di qualche grado e un piacevole vento aiuta a tenersi freschi. Il Monte Nerone è magico. I suoi tornanti, che lasciano ampio spazio all'orizzonte, regalano degli scorci sulle colline marchigiane veramente senza pari. Ogni curva sembra un dipinto. Una cosa che mi colpì fino dalla mia prima volta sul Nerone è un branco di cavalli allo stato brado che scorrazzano in piena pace con la Natura sui verdi pascoli che ricoprono il monte. A poco più della metà dell'ascesa ecco il secondo ristoro ufficiale. Rifornisco le due borracce e proseguo.

Incontro una ragazza che armeggia con una fialetta di magnesio che, non appena ingeritone il contenuto, non disdegna di lanciarla nel prato, con tutti i ringraziamenti dei cavalli.

 

- Ma perché la devi buttare via? - la rimprovero prontamente (io, di farmi gli affari miei, non ne sono proprio capace)
- Non so dove metterla. Ho le tasche piene! - risponde lei.
- Mettila nello stesso posto dov'era quando l'hai portata fino a qua! - osservo io.

Se ti stava in tasca piena, ti starà anche vuota, no!?!? E poi ci si lamenta della mancanza delle bottigliette al volo! Ringraziate anche quella ragazza!

Manca poco alla cima. Un cartello recita: "Visto che panorama! Coraggio, il più è fatto". In effetti lo scorcio lascia senza fiato. Sarebbe da fermarsi, sedersi sul prato con un panino e una birra e starci delle ore a contemplare l'orizzonte. Invece niente! Si deve procedere.

Finalmente si raggiunge la cima. I ripetitori posti sul cucuzzolo del monte avvisano che le fatiche sono terminate. Ed ecco il terzo ristoro rifornito di tutto. Compaiono anche i panini con il prosciutto cotto e crudo (io ho optato per un paio di paninetti al cotto). L'ululato di un'ambulanza spezza il piacevole silenzio della montagna. Più avanti un malcapitato ciclista deve avere fatto male i conti e ha sbagliato una curva. Mi si stringe il cuore a vederlo a terra nelle pronte mani del medico.

Inizia la splendida discesa che ci riporterà a Piobbico. Il Monte Cagnero lo si salta a piè a pari (e ci si ferma al ristoro) e a Urbania è il momento della difficile decisione: lungo o medio?

Mi faccio i conti in tasca. Verifico il tempo impiegato fino a lì, controllo le forze rimaste, e convinto giro per il percorso lungo come programmato, comunque conscio che, volendo, potrei tirare diritto e finire la giornata dopo 15 chilometri. Dai, si va sul Carpegna! Del gruppettino che siamo, mi ritrovo solo. Sigh!

La strada è ancora lunga: c'è da salire a Peglio, simpatico borgo posto sul solito, immancabile, cucuzzolo, messo lì a rompere la noia della pianura... e non solo quella. In cima l'ennesimo ristoro. Si procede in direzione Nord con un leggero falso piano a salire, che porta a Sant'Angelo di Vado. Percorrerlo in solitudine mi mette la desolazione nel cuore. Guardo avanti e non c'è anima viva, guardo indietro e il panorama è identico. Uffa! Si sale alla galleria che porta a Lunano, quindi si comincia la salita verso Carpegna. Mi accorgo che sto facendo un vero mare di fatica, nonostante la strada salga senza pendenze impossibili. Qualcuno dall'alto, ha imposto la sua mano Divina e ha velato il cielo, alzando un pochino l'umidità, ma togliendo alcuni gradi dalla temperatura che, sul mio computerino, mi sta segnalando una massima di 37°C. A Carpegna l'ennesimo ristoro, dove carico i bidoni e mi preparo, mentalmente, per affrontare il Cippo.

Sarà stato il caldo, sarà stata la fatica, ma ecco apparire la visione del Pirata, che mi guarda con compassione mentre il mio occhio si fissa sulle prime rampe di quei lunghi sei chilometri... e rotti.

- Come ci salgo? - chiedo tra me e me.
- Ora devi dimostrare di essere un ciclista e non un pestapedali della domenica. Tira fuori quello che devi tirare fuori e affronta questo ostacolo – risponde il Panta.
- Ok, Pirata, ma sarà dura! - replico convinto.
- Dovevi pensarci ieri quando ti abbuffavi di crescia alla casciotta e tracannavi Vernaccia – appunta il Pirata.
- Sigh!

Oggi proprio non gira, ma non posso, e soprattutto non voglio, tirarmi indietro. Ormai è una sfida, l'ennesima, con me stesso. La vita è dura e a volte ci mette davanti rampe come queste e, senza se e senza ma, dobbiamo essere in grado di affrontarle e superarle. Quando la strada si impenna al 18% non ci sono scuse alle quali poterti aggrappare. Puoi fermarti, se vuoi, riprendere fiato, scaricare le gambe dalla fatica, ma l'obbiettivo è là davanti e va raggiunto. Ecchediamine! Siamo ciclisti! Dopo due chilometri di scalata ecco il Cippo dedicato a Pantani, avvolto da alcuni turisti che lo toccano, lo baciano e in qualche modo dimostrano il loro affetto. Ma la strada è ancora lunga. Si passa la sbarra. In quattordici anni che pedalo, ho imparato che in salita, dopo la sbarra, la vita si complica! E infatti le pendenze aumentano e così la forza di volontà necessaria per contrastare lo sforzo.

In qualche modo, più con la testa che con le gambe, raggiungo la cima, dove, ovviamente, è posto l'ennesimo ristoro. Mangio qualcosa e bevo come un cammello. Scambio quattro battute con il personale gentilissimo. Ormai il più è fatto, si deve solo tornare. Ovviamente sono ancora solo, ma il lungo tratto di discesa aiuta a passare i chilometri in fretta. Ecco un altro ristoro, che però salto. La temperatura ormai è scesa e sto bene. "Ci sono più ristori che salite!" urlo ai premurosi addetti. Finalmente sulla galleria, affrontata a ritroso, vengo raggiunto da un gruppettino con il quale condivido, finalmente, gli ultimi chilometri che porteranno all'arrivo. Ormai le forze sono al lumicino, ma la compagnia non la voglio lasciare, così stringo ancora i denti sulla salita dei Gualdi. Un breve strappetto, ma che percorso in compagnia passa in fretta. In cima cosa poteva esserci? Un ristoro. Qui, tra musica e gente che balla, un paio di omaccioni fanno cantare una griglia sulla quale passano salsicce e spiedini. Se non fosse che non voglio perdere il gruppetto, mi fermerei più che con piacere.

Si chiudono gli ultimi dieci chilometri che ci portano ad Urbino. Svoltata l'ultima curva si para davanti, con tutta la sua maestosità, il Palazzo Ducale. Immenso, splendido, sebbene un ponteggio ne avvolga una parte. Manca l'ultimo sforzo. Qualche centinaio di metri di pavè per giungere al traguardo, che passo con vero piacere dopo 8 ore e 24 minuti, due ore dopo l'arrivo del vincitore.

E cosa trovo dopo il traguardo? Il decimo e ultimo ristoro, con tanto di anguria fresca!

Dopo una bella doccia rinfrescante in albergo, alle 17.00 mi dirigo al pasta party, che in realtà è un vero e proprio pranzo. Nessun pentolone che bolle in mezzo ad un campo, ma il preciso servizio della mensa universitaria, mi serve un primo (pasta o tortelli), un secondo (arrosto con patate o caprese con mozzarella e insalata), un frutto, acqua e vino, seduto tranquillo in un locale con aria condizionata. Come finire meglio la giornata? Con un bel gelato in centro!

Termina così, nello splendido centro storico di Urbino, questa lunga avventura durata 205 chilometri, che mi ha dato modo di godermi gli splendidi panorami di una regione stupenda come le Marche, e di mettermi alla prova di fronte ad un ostacolo che al momento pareva insormontabile, allenandomi così a tutte le avversità, più o meno grandi, che quotidianamente la vita pone sul nostro cammino.

Un complimento personale e dovuto va a Gabriele Braccioni e a tutto lo staff della Ciclo Ducale (in particolare alla famiglia Gualazzi) per l'ottimo lavoro svolto, sebbene i numeri non abbiano reso merito a cotanta organizzazione. Non se ne trovano molte di manifestazioni organizzate in questo modo.

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(2 luglio 2014)


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